Un nuovo "decreto Genova" per rilanciare la Liguria?

di Paolo Lingua

Parlamentari ed esponenti delle categorie professionali chiedono, e questa volta fuori di ogni retorica, un nuovo “modello Genova” per dare vita ad iniziative di promozione e per finanziare con denaro pubblico tutti i progetti più utili e urgenti per la ripresa dell’economia della Liguria. La regione da mesi sta soffrendo una serie di scompensi e di ritardi che vanno oltre al vulnus, che ha colpito tutto il Paese, del coronavirus. La Liguria sta soffrendo un crollo del flusso turistico, soprattutto straniero, che per questa stagione non sarà colmabile in alcun modo. La situazione non è omogena in tutte le province ma si oscilla dal 30% al 50% in meno rispetto alla media delle stagioni precedenti. Il fenomeno è complesso perché riguarda una serie di filiere collegate direttamente e indirettamente tra loro: alberghi, bar, ristoranti, pizzerie, locali da ballo, stabilimenti balneari e così via. Il crollo del business si ripercuote sul calo degli occupati sia stabilizzati, sia stagionali.

Accanto a questo aspetto che per la Liguria rappresenta  una risorsa vitale c’è il calo dei traffici portuali, che si sta accentuando. Ma ci sono le crisi degli esercenti, degli artigiani, dell’edilizia e dell’industria. La situazione si è fatta quasi insopportabile per la strozzatura del traffico autostradale, ma anche in parte ferroviario che ha fatto della Liguria una sorte di prigione. Il crollo del ponte Morandi, di altri viadotti minori e i lavori di ripristino, controllo e revisione dei percorsi autostradali (e anche dei percorsi stradali) hanno chiuso la Liguria in una morsa. Resta in coda per ore chi è obbligato al percorso,  ma chi invece può cercare altri itinerari lascia perdere. Con ulteriore danno al turismo e ai traffici delle merci. Di qui una serie di marce e proteste, con tutte le categorie coinvolte. E questo mentre Aspi, Governo e la Regione incrociano ricorsi, azioni giudiziarie contestazioni, in un intreccio di accuse reciproche. La situazione della Liguria è tutt’altro che allegra nonostante siamo alla vigilia d’una decisione strategica del governo per impiegare i fondi messi a disposizione dell’Europa, per il momento sulla carta. Si tratta come è noto di 209 miliardi.

Quanti ne potranno toccare alla Liguria? Per il momento non è ancora chiaro (nulla è ancora chiaro), anche se il sindaco Marco Bucci ha valutato come ipotesi concreta cinque miliardi sono per Genova. Ma al di là degli obiettivi che sono ormai abbastanza chiari da tempo, la questione più delicata riguarda il “modus operandi”, ovvero “come e con quali regole” intervenire. A livello ligure, teoricamente, buona parte delle forze politiche sia della maggioranza, sia dell’opposizione locale (una condizione che poi a livello governativo si capovolge) insistono sull’urgenza di varare un “modello Genova”.

La ricostruzione in due anni del ponte autostradale crollato ha segnato un successo a 360°. Inutile schivare il metodo commissariali con la scusa del caso eccezionale. In Italia ci sono decine e decine di grandi opere ferme per ecc4esso di burocrazia e di veti incrociati che partono dalle posizioni più incredibili e assurde. La Liguria e Genova ne sanno qualcosa: basterebbe pensare ai decenni per varare il Terzo Valico o gli eterni rinvii per la Gronda. Ma vale la pena anche di sottolineare quanti ritardi per decisioni all’interno del porto di Genova dove i veti incrociati sono la fenomenologia d’un DNA pericoloso e negativo. Vogliamo fare degli esempi sulle urgenze liguri? La Gronda, il ribaltamento a mare della Fincantieri, lo spostamento al lago della diga foranea per ampliare la recettività dello scalo sono gli esempi più vistosi.

Occorre accelerare anche perché alla fine dell’estate, con la ripresa del funzionamento del Ponte San Giorgio, dovrebbero – si spera – essere concluse tutte le messe a punto sulle autostradale. Con i mezzi dell’Europa occorre aggredire la realtà dando vita a filosofie operative completamente diverse dal passato, sopprimendo la massa di leggi e leggine inutili e creando procedure che lascino poco o nessun spazio a tutti quelli che praticano lo sport di bloccare e di aprire contenziosi. Ma qui la parola passa al Governo e al Parlamento che, se vogliono, possono modificare gli ostacoli in pochi mesi. Ecco le vere cure per la Liguria malata. Giusto protestare e contestare. Ma dopo le parole si passi all’azione, superando i timori dell’impopolarità. Chi sa governare davvero sa anche non si può mai essere tutti d’accordo soprattutto in un Paese dove il “particulare” è una sorta di divinità. L’interesse generale deve avere sempre la meglio.