I finanziamenti europei: le chances della Liguria nel contesto nazionale

di Paolo Lingua

Sulla base del lungo e affannato negoziato europeo arriveranno – quando e come ancora non si sa -  oltre 200 miliardi all’Italia, per riforme e ripresa economica. Di per sé è un risultato lusinghiero, ma hanno ragione (a destra e a sinistra) quei partiti che insistono per il recupero anche dei fondi del Mes, non ascoltando il moralismo allarmista dei sovranisti e, in parte, del M5s.

Facendo un ragionamento sommario, un po’ da caffè, sarebbe bene per l’Italia, paese già in crisi prima del coronavirus, rastrellare tutto il possibile in modo da spalmare le potenzialità finanziarie disponibili dalla sanità all’evoluzione tecnologica e digitale, dall’economia green sino alle grandi opere che forse sarebbero il motore determinante alla ripresa. 

Si discute sul fatto che del denaro stanziato in tempi stretti dovrebbero arrivare subito una decina di miliardi o poco più e che la grossa tranche dovrebbe essere a nostra disposizione dalla prossima primavera. Ma c’è un problema fondamentale e metodologico da superare , questo sì in tempi strettissimi, per rendere efficaci e funzionali i finanziamenti europei. L’Italia ha sempre sulla carta progetti e programmi, ma per i limiti della sua burocrazia e per le continue incertezze e per i difficili equilibrismi della politica, è lenta a partire e ad agire.

In pochi mesi, Giuseppe Conte, il suo governo e la sua maggioranza, dovrebbero mettere a parte tutti gli infiniti “se” e “ma” che bloccano gli spazi operativi e trovare sistemi per rendere rapidi e veloci i progetti legati ai fondi che l’Ue ha messo a nostra disposizione. Nell’accordo è scritto che occorrerebbe realizzare le riforme e le opere entro tre anni e mezzo. Tempi che, purtroppo, l’Italia di tutti i governi e di tutte le maggioranze non conosce più da oltre trent’anni.  

Qualunque grande opera pubblica è stata rallentata nella messa a punto di progetti, modificati in continuazione, da infiniti esami e riesami e dal gioco di ricorsi alla magistratura amministrativa e civile da chi non ha vinto i bandi, oltre che infinite discussioni di carattere politico e più specificamente “partitico” a seconda degli interessi “particolari” del territorio. Ne sappiamo qualcosa in Liguria, dove il Terzo Valico, opera procede dopo una discussione che è partita un secolo fa ma che comunque ha avuto una ventina d’anni di “se” e “ma” che, per un principio di giustizia storica, hanno coinvolto destra  e  sinistra, per non parlare degli stop che si sono arricchiti con la presenza degli enti locali del M5s. Ma anche la cosiddetta Gronda, ancora da decollare, ha oltre vent’anni di dibattito.  Proprio la Gronda, che ha già il progetto definito e il finanziamento disponibile, potrebbe decollare nel volgere di pochi mesi.

Per il Terzo Valico si potrebbero trovare elementi di velocizzazione e soprattutto di aggancio con l’alta velocità (o capacità, come si preferisce) da Tortona a Milano. Ma non basta. Da decenni si parla della Pontremolese e di nuovi agganci autostradali a Levante e a Ponente. Poi ci sono le grandi opere pubbliche che riguardano il nostro scalo maggiore. Urge accelerare i tempi del cosiddetto “ribaltamento a mare” della Fincantieri, azienda pubblica che “ragiona” da tempo con successo come un’impresa privata e che ha molte commesse di costruzione che potrebbe smistare proprio a Genova.

C’è poi  la questione dello spostamento a mare della diga foranea e del dragaggio dei fondali del nostro porto per consentire l’accesso delle navi di ultima generazione, più grandi e di maggior tonnellaggio. Sono opere che dovrebbero essere in cantiere da qualche anno, ma che la burocrazia ha bloccato di fronte a una politica contraddittoria e a una riforma dei sistemi portuali rimasta sospesa a metà, a voler essere generosi.

Come superare tutte le difficoltà , considerato che adesso il denaro per le opere dovrebbe essere disponibile? Visto che si gioca in casa occorre fare il salto di qualità e applicare, come per il Ponte San Giorgio, il “metodo Genova”. Occorrono regimi commissariali, corretti naturalmente sul piano formale, ma pronti a tagliare ogni discussione come è avvenuto per il ponte. I tempi si potrebbero dimezzare se non di più. La ripresa dell’economia avviene ormai se si riesce, a tutti i livelli, a tenere sotto controllo l’evoluzione delle produzioni e dei mercati. Occorre essere rapidi per afferrare la potenziale “preda” e a spostarla e a maneggiarla. Per l’Italia sarà un salto mentale. Ma ormai non c’è più tempo per discutere astrattamente. I pensieri sono chiari. Ora occorre l’azione.