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"Cambiamo!", il movimento di Toti partito a tutti gli effetti

di Paolo Lingua

“Cambiamo!” il movimento fondato un paio d’anni fa dal presidente della regione Liguria Giovanni Toti è oggi un partito politico a tutti gli effetti.  La sua nascita “ufficiale” è stata recentemente ratificata, nel pieno rispetto delle norme legislative e costituzionali, sulla Gazzetta Ufficiale. E’ stato tutto codificato in piena regola: congressi nazionali triennali con l’elezione da parte dei delegati degli iscritti d’un coordinatore e poi con congressi regionali, provinciali e comunali. Candidature con primarie e così via.

La vicenda di “Cambiamo!” che conta attualmente su tre senatori e cinque deputati, tutti eletti in Forza Italia e poi fuoriusciti, per molti aspetti è singolare.  Il partito si presenterà – manca ancora, com’è logico, la definizione delle candidature - in Liguria alle regionali del 20 – 21 settembre prossimo con Giovanni Toti che punta al bis, in una nutrita alleanza di centrodestra insieme a Forza Italia, Lega, Fratelli d’Italia e movimenti centristi minori. Certamente scenderanno in campo sotto il simbolo di “Cambiamo!” gran parte degli assessori e dei consiglieri uscenti eletti nel 2015 in Forza Italia o nella lista del presidente. Per adesso le forze del partito di Giovanni Toti sembrano concentrate solo in Liguria. In effetti quando il momento è sorto, il partito di Silvio Berlusconi aveva dato segni di calo di consensi e fiducia, in particolare con la crescita esponenziale della Lega di Salvini che aveva conquistato la leadership all’interno del centrodestra. Toti aveva dato segni di nervosismo nei confronti del vertice del partito, anche se la sua radice politica era di profonda radice berlusconiana, come giornalista che aveva percorso la sua carriera professionale  all’interno di Mediaset.

Quando era stato candidato alla presidenza della Liguria era da poco eurodeputato. Era stato scelto per una certa carenza di possibili candidati liguri con scarse chances di vittoria. Ma una rivolta interna alla sinistra, in particolare del Pd, e una contestuale spaccatura del partito, lo aveva portato alla vittoria con un pizzico di fortuna. Partendo da una posizione consolidata, Toti ha accarezzato forse di diventare l’erede di Berlusconi alla leadership di Forza Italia e comunque di operare, nell’inizio del declino del partito, a una sorta di riforma e di modernizzazione di Forza Italia, dopo aver accarezzato simpatie per la nuove strategia della Lega di Salvini.

Di qui la nascita di “Cambiamo!” che ha anche coinciso con altre divisioni interne di Forza Italia. Infatti anche un esponente di spicco della Puglia, Raffaele Fitto s’è mosso, cercando alleati in tutte le regioni, per dar vita a un movimento critico nei confronti dell’ex Cavaliere ritenuto ormai “usurato” politicamente. Ma a Fitto non è andata bene e, alla fine, con la truppa di fedelissimi che gli restava, è approdato a Fratelli d’Italia, partito oggi in crescendo anche rispetto alla Lega, e s’è candidato nella sua Puglia come possibile presidente della coalizione di centrodestra, contro l’uscente presidente Emiliano, curiosamente sorretto dal Pd e da alcuni alleati minori, mentre i renziani e i grillini – a quanto pare – correranno per conto loro.

Toti sperava in un successo di immagine ma la crescita anche di adesioni nazionali non è stata pari alle speranze del decollo. Si annunciavano manifestazioni di rilievo assai vistose in Liguria e anche a livello nazionale, ma il progetto iniziale s’è ridimensionato anche per una ripresa politica di Silvio Berlusconi che sta giocando, su molti piani, a distinguersi, pur restando alleato in tutti gli appuntamenti elettorali, su un Salvini un po’ più affannato. Giovanni Toti, forte comunque si sondaggi favorevoli in Liguria, s’è ora concentrato sulla sua regione, serrando le file dei fedelissimi e puntando a recuperare l’alleanza operativa con Forza Italia. Per Toti il mezzo “flop” nazionale c’è stato, ma potrebbe riscattarsi con un successo regionale, anche sulla base della divisione dello schieramento di sinistra. Una partita tutta da giocare e che, come ormai ci ha abituato oggi la politica, può presentare in tempi stretti capovolgimenti rapidi e situazioni mutevoli.