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Genoa, estorsioni alla società. Chiusa l'inchiesta su un gruppo di ultras

di Redazione

Diciassette in tutto gli indagati, a vario titolo, per associazione a delinquere finalizzata all'estorsione e alla violenza privata.

Genoa, estorsioni alla società. Chiusa l'inchiesta su un gruppo di ultras

La procura di Genova ha chiuso le indagini sull'estorsione al Genoa messa in piedi da un gruppo di ultras in cambio della "pace" del tifo.

L'inchiesta della squadra mobile, coordinata dal pubblico ministero Francesca Rombolà e dal procuratore Francesco Pinto, aveva portato all'arresto di capi tifosi Massimo Leopizzi, Artur Marashi e Fabrizio Fileni.

Secondo l'accusa avrebbero estorto alla società circa 327 mila euro dal 2010 al 2017. Erano 17 in tutto gli indagati, a vario titolo, per associazione a delinquere finalizzata all'estorsione e alla violenza privata. Avevano creato, secondo l'accusa, un clima intimidatorio e di pressione costante nei confronti dell'allora presidente Enrico Preziosi, dei dirigenti e dei giocatori.
    Secondo gli inquirenti il gruppo di tifosi avrebbe costretto con minaccia la società, nella persona dell'amministratore delegato Alessandro Zarbano, a versare i soldi attraverso fatturazioni per operazioni inesistenti in favore della Sicurart di cui Leopizzi era socio occulto. Il gruppo è accusato inoltre di avere aggredito i giocatori e gli allenatori quando non vincevano o non giocavano come volevano loro.
    Tra gli episodi contestati le minacce e le intimidazioni ad altri tifosi rossoblù che non rispettavano le direttive di Leopizzi sul comportamento da tenere dentro lo stadio quando ad esempio veniva deciso di non entrare per protesta oppure al contrario di contestare i giocatori. Tra gli episodi di violenza anche la minaccia di bruciare il negozio di un panettiere sampdoriano costretto a dare focaccia gratis e birre scontate ai genoani e le lesioni ad alcuni poliziotti al termine della partita Genoa-Crotone del 22 gennaio del 2017.
    Ma non solo: c'erano intestazioni fittizie di società e aziende a prestanome per evitare possibili sequestri da parte della magistratura.