Carla Magnan, riflessioni sull'arte e sulla "Netflix degli spettacoli dal vivo"

di Giulia Cassini

Gli auspici su un sistema produttivo culturale e creativo che in Italia muove 265,4 miliardi e fa lavorare 1,55 milioni di persone cioè il 16% del Pil

Il mezzo migliore per sfuggire il mondo è l’arte, il mezzo più sicuro per entrare in contatto con
il mondo è l’arte. J. W. Goethe 

Il futuro non è il tempo della salvezza, non è attesa, non è speranza. Il futuro è un tempo come tutti gli altri. Non ci sarà una provvidenza che ci viene incontro e risolve i problemi generati dalla nostra inerzia. Per dirla con le parole di Galimberti, speriamo, auguriamoci, auspichiamo: sono tutti verbi della passività. Stiamo fermi e il futuro provvederà: non è così. 

L’arte è vita, respiro. E il nostro Paese, per eccellenza, vive di arte e ne respira la condivisione. Tutti abbiamo bisogno di teatri, auditorium, sale, musei, gallerie, concerti. Per noi quello è il campo di battaglia: è lì che troveremo il modo per combattere questo nuovo nemico, che non è il covid, è la trascuratezza di chi ci governa.
Ad oggi, per quanto riguarda lo stato della ripartenza o della riprogrammazione dell’arte, ogni paese Europeo si è espresso in termini non solo di sostegno economico (in Germania sui conti correnti degli operatori culturali, musicisti, ecc. sono stato versati immediatamente soldi per il proprio sostentamento e per i mancati incassi da eventi e concerti annullati), ma anche in ipotesi di periodi di riapertura: dal mese di maggio della Germania e della Repubblica Ceca, dal mese di giugno di Spagna e Norvegia e così via, rispettando i limiti imposti dalla sicurezza sanitaria e con date passibili di rinvii. 

In questo contesto di proposte l’Italia tace, o meglio, tace chi dovrebbe stilare delle ipotesi o delle linee guida. Riceviamo solo messaggi confusi, non programmatici e che dimostrano la totale assenza di conoscenza delle necessità della musica dal vivo e di tutte le forme d’arte.

Nelle task force, che tanto vanno di moda, non ci sono esponenti della cultura o del turismo: nessun musicista, artista, antropologo o storico, qualcuno che possa attraverso una vera "multidisciplinarietà" offrire punti di vista che altrimenti sono e rimarranno disattesi. Spesso ho la sensazione che “multidisciplinarietà” venga intesa come l’affermazione di ciò che di volta in volta sono le priorità e gli interessi del singolo che ne parla. Invece dobbiamo praticare una vera multidisciplinarietà sia dal punto dei vista dei contenuti, che di quello della governance.

Il Presidente dell’Istituto Superiore di Sanità, Silvio Brusaferro, dice di lasciare ogni speranza, o voi che contate di tornare ad affollare i palazzetti per i concerti: «Niente eventi fino a che non avremo un vaccino». Ma l’idea di concerto intesa come quelli delle rockstar non è certo l’unico modo di fruibilità delle forme d'arte nel nostro paese. Tantissime sono le possibilità, studiando nuove forme di partecipazione, espressive e logistiche, adeguate ai luoghi e soprattutto pensando alle nuove condizioni del pubblico. Perché non consultare chi lavora nel settore?  Perché si potrà andare in treno utilizzando un sedile si e uno no ma non a teatro o in una sala da concerto con le stesse o più restrittive modalità? Perché non si può assistere ad un concerto che viene fatto su un tetto di un palazzo o da un balcone? Perché non in chiesa, una panca si e una no, come previsto per assistere alle funzioni? Perché non provare ad immaginare cosa si può fare, prima di cancellare?

Nell’ultima conferenza stampa del Presidente Conte non abbiamo ascoltato una sola parola per un sistema produttivo culturale e creativo che in Italia muove 265,4 miliardi e fa lavorare 1,55 milioni di persone (il 16% del Pil). Senza contare le tantissime piccole associazioni culturali non quantificate dal Fus e che fanno rete sul territorio (solo a Genova il loro giro economico supera il milione di euro). Nemmeno un piccolo accenno, fosse anche un solo “ci stiamo pensando”.

La chiusura delle attività che riguardano lo spettacolo dal vivo (inizialmente annunciata sino a dicembre 2020) provoca una voragine senza precedenti. Senza lavoro restano per cominciare gli artisti ma anche tutti i costumisti, gli scenografi, i registi laboratori di scenografia e di sartoria, di attrezzeria e di calzoleria, piccole e medie realtà imprenditoriali, che hanno dei dipendenti. E tutta la filiera a cui esse si appoggiano: le falegnamerie, le ditte di tessuti, i fornitori di materiale di ferramenta ed elettrico, le ditte fornitrici di parrucche, le ditte produttrici di make-up teatraleed in questo disastroso domino, si paralizza anche tutto il comparto turistico che si regge sullo spettacolo dal vivo. 

Il ministro Franceschini ancora stasera (3 maggio) ha confermato a Fabio Fazio a “Che Tempo Che Fa” l’intenzione di aprire una “Netflix degli spettacoli dal vivo”, grazie ad un accordo con Cassa Depositi e Prestiti. Il Ministro dovrebbe sapere (e il conduttore glielo ha ricordato) che esiste già una realtà simile, eventualmente da potenziare. Si chiama Rai: è il servizio televisivo e radiofonico pubblico e che ha tra i suoi obiettivi quello di diffondere e sostenere tutte le forme di spettacolo e d’arte. Mentre a pagamento ci sono i canali dedicati all’arte e alla musica di Sky. Perché quindi inventarsi un’altra piattaforma? Ma è veramente necessario dare continuamente informazioni senza una vera progettualità? 

L’altro giorno nella seduta della Camera dei Deputati, il ministro ha reso pubblico di aver firmato un documento "inteso a destinare la somma di 20 milioni di euro per tutti quei mondi dello spettacolo, teatro, danza, musica, circhi, festival che sono esclusi dal FUS". Peccato che poi viene specificato che "Le risorse verranno ripartite in parti uguali per ciascun beneficiario e verranno devolute ai soggetti che presenteranno domanda nel rispetto di quattro semplici requisiti: prevedere nello statuto o nell’atto costitutivo lo svolgimento di attività di spettacolo dal vivo; avere sede legale in Italia; non aver ricevuto nel 2019 contributi dal FUS; aver svolto tra il 1° gennaio 2019 e il 29 febbraio 2020 un minimo di 15 rappresentazioni e aver versato contributi previdenziali per almeno 45 giornate lavorative". Stasera sempre nella stessa trasmissione di Rai 2 ha detto che stanno lavorando per ridurre le giornate, ma il risultato non cambierà di molto. 

Il 60% delle associazioni (o persone) che operano sul territorio nazionale e che svolgono la loro attività in stagioni o festival nell’arco temporale di un anno o meno, saranno automaticamente escluse dal provvedimento. E così succede ancora una volta in un paese come l’Italia, dove si vendono più biglietti per i concerti che per andare a vedere le partite di calcio, il cui brand più conosciuto all’estero è l’opera lirica (più della moda o la Ferrari), la musica invece di essere sostenuta viene dimenticata, e con lei milioni di lavoratori. 

La musica è e deve essere il supporto per la ripresa dei diversi settori culturali nella rinascita del Paese: non solo un hobby, uno svago, una pratica  o una materia di studio  per pochi eletti ed appassionati, ma un’esperienza utile ed importante che agisce sullo stato psicologico, fisico ed emotivo dei cittadini, provati dalla quarantena e dall'interruzione dei rapporti sociali e lavorativi. 

Ognuno di noi, che di arte e cultura ci vive, sta già riflettendo su come lavorare anche in periodo di emergenza sanitaria, confrontandosi in conferenze ed incontri su piattaforme online. Porto ad esempio quelli organizzati da Tiziana Leopizzi che mi hanno ispirato questo scritto.

Sono “I focus di ARTOUR-O incontra”, dove la vera “multidisciplinarietà” prende vita, attraverso incontri stimolanti tra professionisti e studiosi di diverse provenienze, giornalisti, fisici, medici e politici curiosi. Ma come questo potrei citarne altri, tantissimi stanno cercando di offrire il loro contributo.

In un interessantissimo articolo di Sara Di Paolo su Memes: “Co-Operiamo: le relazioni tra le persone nell’era della Co-Economy al tempo del Covid”, riflettendo sulla “Co-Economy: un nuovo paradigma”, l’autrice descrive come l’emergenza abbia attivato forme di scambio e azioni di tipo economico capaci di coniugare competizione e coesione sociale, in altre parole fare impresa prestando attenzione al territorio e alle persone, oltre che agli aspetti più prettamente economici e del profitto. Prima le persone, poi gli spazi, fisici e in rete tra loro. E infine la tecnologia. Ma tra le persone, in questo periodo di quarantena, l’arte e soprattutto la musica si sono resi essenziali nella nostra vita. Ce ne siamo resi conto? 

Mi sono chiesta se sia possibile applicare un Modello Genova anche allo stato dell’arte. Io credo di sì. 

I nostri amministratori, il sindaco Bucci ed il presidente Toti, aldilà di ogni schieramento o ideologia, hanno lavorato duramente per la ricostruzione del ponte. Hanno riflettuto sulla sua progettualità, sull’impatto sul quartiere e la città intera, sulle sue prospettive e potenzialità future, senza mai rinunciare all’obiettivo finale, che non termina con la fase della sua ricostruzione. Hanno progettato ed immaginato a lungo termine, costruendo un ponte per il futuro. È inutile quindi chiedersi quale attività sia più importante da sostenere in questo momento. L’arte è il legame, il ponte che le collega tutte, siano esse tra loro opposte e complementari, inscindibili e incomprensibili. 

Non possono “essere” una senza l’altra e possono essere in equilibrio tra loro. 

L'esperienza fisica, materiale, concreta della cultura è insostituibile, quella virtuale è solo un prezioso palliativo. La crisi ci deve fare ripensare i processi produttivi stessi di spettacoli e iniziative culturali, tantissime possono essere le nuove forme di fruizione per la musica dal vivo in questo momento. Noi artisti passiamo la vita ad immaginare prima di fare, il processo creativo è progettuale nella sua essenza, come ricorda anche Papa Francesco nelle sue preghiere: “per gli artisti, che hanno questa capacità di creatività molto grande e per mezzo della strada della bellezza ci indicano la strada da seguire.”

Potrebbe essere il momento per un cambiamento a livello legislativo, creando regole e tutele per un lavoro ai più sconosciuto. Un cambiamento basato sul dialogo ed il confronto con le istituzioni, sul riconoscimento delle tante specificità e mansioni che costituiscono la professione di musicista o artista. Essi lavorano quando studiano, insegnano, provano, reperiscono fondi, compilano bandi, registrano, scrivono, si occupano di divulgazione. Lavorano anche quando suonano o recitano gratis per donare e portare cultura in luoghi dove altrimenti non arriverebbe mai. Lavorano tutto l’anno, proprio come gli altri lavoratori, cominciano spesso molto giovani e finiscono molto anziani. Anche nel quadro dell’attuale legislazione basterebbe contrattualmente pagare la contribuzione su tutte le giornate di lavoro e non solo quella che fa riferimento al concerto o recita. Perché nessuno venga finalmente lasciato indietro, come tante volte abbiamo sentito dire in queste settimane.

Mi rendo conto che non è facile, soprattutto in questo momento per un governo preso dall’emergenza, ma serve un profondo cambio di paradigma. Questo periodo potrebbe trasformarsi in un’occasione preziosa di rilancio per un settore da sempre sottovalutato in Italia, trasformandolo in un’importante risorsa per l'economia e lo sviluppo del nostro paese.

Carla Magnan 

Compositore, didatta e direttore artistico, Ambasciatrice di Genova nel Mondo.