Tutti i contrasti del centrodestra

di Paolo Lingua

Tutti i contrasti del centrodestra

I “grillini” dissidenti, la lista di Ferruccio Sansa, frazioni dell’estrema sinistra annunciano per domani dinanzi alla prefettura di Genova una manifestazione di protesta  contro l’acquisto del pacchetto di maggioranza da parte della Cassa Depositi e Prestiti  e dei suoi soci minori del pacchetto di maggioranza della società Autostrade controllata sino a pochi giorni fa dal gruppo Atlantia della famiglia Benetton.  Alla protesta non si sono associati movimenti e partiti del centrosinistra e del centrodestra che sostengono il governo Draghi. La decisione dell’esecutivo, peraltro maturata da mesi, è ovvia.

Per evitare una causa per danni assai complessa e destinata a durare più d’un decennio e terminare con danni pesantissimi per il governo, si è preferito arrivare a un accordo che estromette il gruppo storico (che poi dovrà  vedersela con la magistratura per la causa in corso) e riporta nel settore pubblico la gestione delle autostrade. La vicenda in sé riporta alla complessa e tormentata discussione dei partiti alla vigilia delle elezioni amministrative. Emerge da quest’ultimo episodio un contrasto che divide i partiti che sostengono il governo Draghi da quelli che, in particolare a sinistra, sono contrari. Ma è non meno complessa la vicenda del centrodestra. Salvini ha proposto una possibile “federazione” che metta insieme i partiti del centrodestra e una parte dei “partitini” dell’area di centro moderato. Le reazioni sono state disparate. Giorgia Meloni ha detto sì all’alleanza blindata elettorale in tutti i comuni e in tutte le regione che correranno nei prossimi mesi ma ha detto di no alla federazione. Berlusconi è andato oltre proponendo a Salvini u n partito unico, sollevando però discussioni e distinguo all’interno  di Forza Italia, partito in parte in crisi e in parte pressato dal movimento nato con “Coraggio Italia” che vede alleati il sindaco di Venezia e il presidente della Regione Liguria. Il centrodestra segue due linee guida. La prima è quella di tenere tutti i partiti dello schieramento  uniti a ogni prova elettorale. L’obiettivo, sinora in buona parte raggiunto, è quello vincere costi quel che costi, giocando sulle fratture e sui contrasti della sinistra.   

Il secondo aspetto è quello di capire a chi toccherà la leadership. In passato il ruolo è stato di Berlusconi, ma dopo il declino dell’ex cavaliere è stato Salvini a vivere il “dream” di diventare premier. Ma Salvini, negli ultimi mesi, è oscillato nei test elettorali, mentre è salita la Meloni che è voluta restare al di fuori dell’alleanza di governo, forse per rastrellare il sostegno dei dissidenti. La Meloni ha mosso con una certa accortezza Fratelli d’Italia, evitando tutti possibili rigurgiti neofascisti e puntando a un partito conservatore e sovranista. Ma al tempo stesso rischia un certo isolamento, anche a livello europeo,  perché Marie Le Pen, sulla cui alleanza la Meloni punta, pur avendo raccolto anche nel recente passato ottimi risultati elettorali, al momento decisivo sia in Francia, sia in Europa non l’ha mai spuntata. Ed è questa considerazione che rende prudente proprio Salvini che oscilla tra un sovranismo elettorale e un recupero dello spazio centrista, che è l’obiettivo di Berlusconi che conta un recupero d’immagine del suo partito, magari operando all’interno d’una Lega in via di trasformazione. Il centrodestra punta, sulla base dei sondaggi, a una vittoria a livello nazionale pensando al “dopo-Draghi”. Ma sono tutti ragionamento che non tengono conto della oscillante umoralità dell’elettorato italiano. Le elezioni amministrative non sono una prova definitiva perché dipendono a situazioni locali tutt’altro che omogenee. Napoli, Roma, Milano, Torino, Genova, Bologna sono spazi profondamente diversi  (un discorso che vale per la destra come per la sinistra) dove le alleanze e le leadership territoriali rispondono a umori e interessi contrastanti.  Non sarà facile riportare le alleanze nello stesso schema quando ci saranno le elezioni politiche. E poi, di mese in mese, questi umori cambiano e non disponendo di strutture e presenze territoriali i partiti in non pochi casi dovranno adattarsi a gettare i dadi sul tappeto.