Tattiche e strategie attorno al Quirinale

di Paolo Lingua

Tattiche e strategie attorno al Quirinale

Ogni partito, più che ogni coalizione (perché anche le alleanze sono ondeggianti), ha un suo progetto intorno alla elezione del nuovo Presidente della Repubblica e al ruolo contestuale d’un governo ancora retto da Mario Draghi. Partiamo da destra. Giorgia Meloni vorrebbe che Draghi fosse eletto Capo dello Stato e andare alle elezioni in primavera. Ritiene che il suo partito possa aumentare i suffragi e pesare di più in una coalizione che avrebbe buone chances di vincere di governare. Ma è uno schema che piace in assoluto solo a lei che guida l’unico partito all’opposizione.  Matteo Salvini la fa un po’ più complicata. In linea di massima non gli dispiacerebbe andare al voto – eletto Draghi al Quirinale – e magari puntare alla leadership dell’esecutivo. Nel suo partito le posizioni non sono unanimi. I presidenti delle regioni del Nord hanno i loro dubbi e Giorgetti preferirebbe un prolungamento al potere di Draghi. Arrivando poi a Forza Italia, si ha la netta sensazione che Berlusconi si compiaccia del fatto che il suo nome “gira” (anche per gioco mediatico) come possibile successore di Mattarella, anche se sa benissimo di non avere alcuna chance. Per non dire che l’assetto di Forza Italia da tempo scricchiola. Fitti punti interrogativi su Matteo Renzi e su Italia Viva, un partito che rischia di sparire dal Parlamento nel caso di elezioni. Il “dream” di dar vita a una coalizione di centro (con altri partitini e fuoriusciti) non sembra concreto. E all’interno del partiti ci sono ali che volerebbero verso il centrodestra mentre altre pensano a un ritorno nel Pd. Lo stesso leader, di fatto, vuole fare l’uomo d’affari e lasciare la politica? E adesso arriviamo alla sinistra. Il pensiero di Enrico Letta è abbastanza chiaro e lo si è capito ancor meglio dopo la sua proposta di un incontro tra tutte le forze che sostengono Draghi per mettere a punto un progetto condiviso che vada almeno sino al 2023 e anche oltre, se necessario. Letta, sulla base degli ultimi sondaggi e dell’evolversi della situazione politica, ha capito che il suo partito è in crescendo e conta di recuperare suffragi sia da Italia Viva, sia del M5s. Ma ha bisogno di tempo e,  contestualmente, di sostenere l’attuale linea operativa di Draghi, legata all’Europa e ai modelli occidentali, con contenuti che abbiano presenti sia la crescita economia, sia la crescita sociale.  Letta conta di fare un megapartito e con piccoli alleati sia poi in grado di governare. La questione più delicata è trovare un Presidente della Repubblica in grado di non rompere gli schemi messi insieme da Mattarella. Per Draghi, oltra  diventare senatore a vita appena si presenterà l’occasione, potrebbero essere disponibili incarichi internazionali. Bene o male, il M5s, assai diviso nel suo interno e decisamente fragile, non ha altra scelta che puntare all’alleanza con il Pd per tenere il pedale sul freno del calo dei suffragi che si annuncia inesorabile. Ma se dovesse spaccarsi in due partiti (o anche tre) la frana sarebbe inesorabile. Per i partiti di estrema sinistra l’unica scelta è affiancare il Pd spingendo sulle scelte sociali più marcate: da soli non avrebbero spazio. C’è una considerazione di massima ancora da sottolineare, tenendo presente che dovrebbe comunque essere varata una legge elettorale che per il momento manca, alla luce della modifica del numero dei parlamentari: maggioritario? Proporzionale con il limite del 5%? Uninominale? Ogni partito e ogni schieramento ha nella valigia  un progetto che ritiene  più favorevole alla propria situazione e non sarà facile trovare la quadra. Poi, oltre che al grande punto interrogativo su quale presidente puntare (i nomi che girano, compresi quelli di “grandi vecchi”, assai più anziani di Mattarella, sono per il momento dei giochi mediatici), resta da capire quali potranno essere le reali intenzioni di Mario Draghi che, bene o male, resta il vero protagonista di questa complicata pagina della storia politica italiana.