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Sempre gravi i problemi per il rilancio di ArcelorMittal

di Paolo Lingua

Sono a rischio 5 mila posti di lavoro nel settore siderurgico in Italia, con possibilità di incremento di perdite occupazionali nelle filiere connesse al settore produttivo. E’ esplosa una polemica tra maggioranza e opposizione a livello governativo con manifestazioni di vivissima preoccupazione dal punto di vista dei sindacati  del settore.  Il Governo infatti con l’approvazione dell’emendamento voluto dal M5s sulla soppressione dello scudo penale per i vertici di Arcelor Mittal la sovranazionale che ha acquisito la ex Ilva potrebbe bloccare molti aspetti produttivi del settore mettendo l’Italia al condizionamento commerciale della Cina e della Turchia.

Dalla produzione interna di qualità, come in passato, si passerebbe all’importazione. La decisione, voluta soprattutto dai grillini, con un Pd ormai condiscendente,  bloccherebbe l’impegno dei vertici di Arcelor Mittal agli interventi di risanamento ambientale che sono urgenti in particolare per Taranto che è lo stabilimento principale con circa 10 mila dipendenti. Ma si avrebbero effetti negativi anche per i centri industriali collegato come Genova e Novi Ligure.

A questo proposito l’ex viceministro dei trasporti e dello sviluppo economico Edoardo Rixi, leader della Lega in Liguria, è intervenuto, come del resto in passato, in maniera polemica nei confronti del Governo, anche perché scatterebbe, per via dei blocchi operativi, anche il fermo dell’altoforno di Taranto da cui dipende il settore produttivo cosiddetto “a caldo”, che pure è stato soppresso a Genova e a Novi Ligure. Ma i due stabilimenti rimasti collegati al sistema siderurgico dell’ex Ilva, dopo le chiusure dei centri di Piombino e di Bagnoli, sono operativi in stretta connessione con l’azione di Taranto. Ecco quindi che l’eventuale messa in cassa integrazione o addirittura di licenziamento di dipendenti coinvolgerebbe non solo T.

La situazione è estremamente complessa. Non va dimenticato che in campagna elettorale, il M5s si era dichiarato addirittura favorevole alla chiusura in blocco della siderurgia in particolare a Taranto dove si era obiettivamente verificati complessi e anche drammatici problemi di inquinamento e di diffusione di gravi malattie tra i lavoratori e la stessa cittadinanza. Il tema era stato oggetti di pesanti e drammatici dibattiti. In passato, quando era al governo, il Pd aveva semmai puntato a una soluzione di mediazione, quando ancora la ex Ilva era commissariata, in attesa d’un potenziale acquirente. Era stato allora l’ex ministro Calenda, già in trattativa con il gruppo Arcelor Mittal, a cercare una quadra che salvasse l’azienda e il livello occupazionale. Una soluzione che , alla fin dei conti, era stata recuperata poi dal successivo governo dei grillini e della Lega.

Lo stesso Di Maio aveva fatto non poca marcia indietro, sospinto dall’interno dalla Lega più protesa al salvataggio dell’azienda e dei posti di lavoro. Nei mesi successivi all’accordo la situazione s’è fatta più pesante, sia sul piano delle scelte ecologiche, sia sulla delicata questione dello scudo penale per i vertici dell’azienda. E’ fin troppo ovvio che la dirigenza internazionale di Arcelor Mittal non ha gradito la scelta legislativa “pesante” sulla quale ha insistito il governo italiano, in seguito alla forte pressione del m5S. Non va dimentico che in questo momento di confusi passaggi politici, mentre gli alleati non nascondono contrasti strategici e sui contenuti legislativi , Luigi Di Maio per salvare la sua leadership interna dei grillini ha forzato la mano su tutti i provvedimenti di stampo vagamente “moralistico” (basta citare le questioni del carcere per gli evasori fiscali e i tagli sui pagamenti in contanti)  trovando una certa remissività del Pd preoccupato di non far cadere il Governo e incalzato dai “renziani”. Le contraddizioni crescono invece che diminuire.

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