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Ponte Morandi: l'esplosivista è tornato a Genova: “Ecco quali erano le mie paure”

di Michele Varì

Coppe a cena con il sindaco Bucci e Omini e il team di artificieri: “Così ho imbrigliato le polveri”

“C’erano 5 o 6 sei cose che potevano andare storte. Primo fra tutti i detonatori spagnoli che io mi sono tanto ostinato a reperire, hanno tardato sino all’ultimo e questo ha provocato una forte tensione…”.

Una settimana dopo l’implosione delle pile 10 e 11 di ponte Morandi l’esplosivista Danilo Coppe, della Siag di Parma, “Mister Dinamite”, è tornato a Genova, un salto nel cantiere di Campi, eppoi per sancire la fine della missione di Ponte Morandi una cena ai bagni Militari di corso Italia, al tavolo con il sindaco di Genova Marco Bucci, tutto il team di artificieri, fra cui alcuni poliziotti, eppoi Vittorio Omini, il nipote dell’imprenditore che l’ha scelto per abbattere le due pile. (sopra la foto ricordo della serata)

Incontriamo Coppe nel cantiere del Ponte, negli uffici di Omini, lato Ikea, sotto la pila ancora in piedi e ruspe ed escavatori che lavorano sulle macerie. Per entrare nell’area bisogna lasciare i documenti e ricevere un pass.

Coppe racconta:

“Altri aspetti che mi hanno preoccupato nell’operazione di abbattimento delle due pile sono quelli che per noi esplosivisti sono cruciali: come lasciare per tanto tempo l’esplosivo al sole o nell’acqua perché su queste cose non c’è una letteratura specifica. Abbiamo dovuto dare fondo a tutte le nostre esperienze per fare in modo che questo caricamento così lungo durato da lunedì al venerdì non creasse conseguenze o problemi”

Lei conosce molto bene Genova?

“Vi sono di casa dal ’92 da quando tiro giù cose in questa città, dalla caserma di corso Quadrio. Certo quest’ultima esperienza è stata la più importante perché avevamo la lente di tutto i mondo che ci osservava e questo ha reso tutto più difficile, ma lavorando da professionisti ci si estranea dagli aspetti emotivi per raggiungere un risultato che alla fine mi sembra sia stato raggiunto”.

Il giorno dopo l’implosione cosa è cambiato per lei?

“Ho ricevuto 600 messaggi che mi è stato impossibile gestire, che ovviamente fa piacere ricevere perché erano tutti attestati di stima. Adesso è presto per dire se questo lavoro apre scenari diversi, è stata una cosa storica e ci fa piacere avervi partecipato anche perché qui è stato una sinergia di tutto il raggruppamento di imprese, Omini, Fagioli e tutte le altre, che hanno lavorato all’unisono. Il risultato c’è stato perché c’è stata una grandissima squadra”

Il vostro lavoro è finito?

“Sì, noi di solito colpiamo e scappiamo”

Sapeva che sarebbe stata un’esplosione così scenografica?

“Naturalmente sì, è venuta come era previsto dalla nostra esperienze sui tempi di caduta e collasso delle strutture e abbiamo sincronizzato tutto, fra l’acqua che saliva e l’acqua che scendeva creando questo tunnel d’acqua che effettivamente ha imbrigliato molto bene le polveri che sono rimaste tutte nell’area di cantiere perchè erano talmente zuppe che non avevano la leggerezza per andare lontano”

I danni alle case vicine sono stati pochi.

“Quello che so io, un vetro rotto e una persiana, noi avevamo messo una rete di 20 sismografi tutto intorno e i lavori registrati sono quelli che può produrre un camion che prende un tombino a una decina di metri da un’abitazione, dunque qualcosa di assolutamente fisiologico e trascurabile”

Avete impiegato 500 chili di esplosivo…

“Cinquecentotrenta per essere precisi per fare collassare la struttura, 500 di dinamite per il ponte e 30 chili di semtex per gli stralli che sono stati posizionati dal militarti del Col Moschin

E’ stata l’operazione in cui ha usato più esplosivi?

“No, ci sono state operazioni di grossi sbancamenti in cui sono state usate anche due tonnellate di esplosivi”

Quando ha dovuto sospendere all’ultimo minuto cosa ha pensato?

“Nulla, ero un po’ indispettito dal fatto che noi avevamo cicli di 15 minuti per caricare i condensatori per cui abbiamo dovuto sincronizzare questi quindici minuti con l’autonomia dell’acqua nelle autobotti che servivano per alimentare i mezzi tradizionali di mitigazione della polvere”

Perché la chiamano “Mister Dinamite”?

“E’ il soprannome che mi ha appiccicato un fortunato programma televisivo a cui ho partecipato”

Autostrade già molti anni fa le aveva proposto di elaborare un progetto per abbattere ponte Morandi?

“Faceva parte di un progetto ampio per costruire un nuovo viadotto più a monte per demolire gli elevati costi di manutenzione di ponte Morandi”.

Nel frattempo però sono morte 43 persone?

“Guardi io non sono fatalista, spetta alla magistratura individuare le eventuali responsabilità della caduta, solo dopo potremo fare delle considerazioni”.

Visto il successo dell’abbattimento delle due pile none era meglio buttare giù tutto il ponte con gli esplosivi?

“Non era semplice perché sotto vi è un universo di utenze, fili e servizi di vari enti”.

Lei è uno degli esplosivisti più famosi al mondo. Perché ha scelto questo lavoro?

“La passione, anche se è necessario studiare molto e aggiornarsi sempre perché non esistono due strutture uguali, come confermna il ponte Morandi”

Ma sua mamma cosa ha detto quando le ha detto che voleva fare questo mestiere?

“Non era contenta, poi se ne è fatta una ragione”.

Ultima domanda, lei da esplosivista esclude la favola metropolitana di chi dice che il ponte possa esser stato fatto saltare in aria?

“Nel modo più categorico – e qui Coppe accenna anche un sorriso -, se fosse stato così ce ne saremmo accorti, perché l’esplosivo lascia delle tracce molto chiare”.

Michele Varì