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L'avvenire del centrodestra alle prese con i progetti di Giovanni Toti

di Paolo Lingua

Che cosa vuole Giovanni Toti, in termini generali, lo si capisce: vuole dare vita a un movimento nuovo che ristrutturi l’organizzazione infiacchita di Forza Italia e che abbia come contenuti politici i valori di un centrismo liberale e moderato, con punte riformiste e che metta insieme, senza pregiudizi ideologici, un elettorato laico e cattolico. Toti vorrebbe, sia pure da amico e sostenitore di Matteo Salvini, dare vita a un movimento post-berlusconiano più forte elettoralmente dello schieramento attuale, più radicato sul territorio e che comunque rilanci la media borghesia ì, forse il ceto sociale che ha sofferto maggiormente nell’attuale crisi. In pratica sogna un centrodestra più riequilibrato al centro, più europeista e meno sovranista. Per poterlo realizzare in concreto però è chiaro che è necessario, nei fatti e non nelle semplici enunciazioni di principio, riorganizzare il movimento sul territorio con collegamenti a tutti gli aspetti sociali e operativi, con le categorie professionali e imprenditoriali. Impresa non facile perché da diversi anni Forza Italia ha chiuso o annullato persino le sue sedi di partito e la dirigenza è rimasta, dimagrendo notevolmente, quella rappresentata dai quadri di nomina centralizzata e di pochi fidati luogotenenti, sempre frutto della fiducia dei vertici.

E’ una problematica che Forza Italia si porta dietro sin dalla sua nascita con la discesa in campo di Berlusconi nel 1994. La complessa questione organizzativa è legata alla nascita e alle radici di Forza Italia, movimento giocato sul prestigio carismatico di Silvio Berlusconi, una leadership che, per mille motivi, si è appannata nel tempo. Il primo a rendersene conto, ,nel giro di boa degli anni Duemila, era stato Claudio Scajola che si portava dietro il Dna di democristiano Doc, cresciuto alla scuola di Paolo Emilio Taviani. Scajola aveva fatto pressioni su Berlusconi per dar vita a sezioni e a presenze territoriali diffuse. Una tesi che il “cerchio magico” dei fedelissima dell’ex cavaliere non aveva mai condiviso. Il progetto sfumò anche per il declino politico di Scajola. E si accentuò il sistema verticistico. Che però è coinciso con un calo di consensi (sia pure per mille cause). Ora Giovanni Toti che sabato prossimo a Roma lancerà il suo progetto appare per molti aspetti ancora diviso tra due sentieri che sono al tempo stesso tattici e strategici. Deve lavorare alla riforma dell’esistente oppure puntare direttamente alla creazione d’una nuova realtà, sia pure con i medesimo contenuti ideologici? Dai vaghi e imprecisi sondaggi dei giorni scorsi, in un primo momento, sarebbe emerso che nell’area potenziale nel quale dovrebbe sorgere la nuova realtà politica metà (Gelmini e Carfagna) sarebbero ancora vicinia Berlusconi e alla sua vecchia leadership, mentre metà sarebbe grosso modo più vicini a Giovanni Toti, al quale un ulteriore sondaggio avrebbe attribuito il 7% dei voti in Italia.

Ma sono pronostici troppo vaghi perché per capire meglio le possibilità del nuovo corso occorrerebbe che fossimo alla vigilia della caduta dell’attuale governo e di possibili elezioni politiche. Ma questo fragilissimo governo delle contraddizioni e delle riconciliazioni in extremis cade o non cade? Salvini vuole restare in questa condizione per schiacciare il M5s oppure conta in un centrodestra nel quale essere poi il leader indiscusso?  E poi il sovranismo e la linea molto destrorsa della Lega potrebbe trovar una intesa organica con un centrodestra forte di un’ala liberale ed espressione d’un elettorato borghese che non coincide con quella della Lega e di Fratelli d’Italia? Il centrodestra ha avuto sinora molto successo nei comuni e nelle regioni proseguendo nelle vittorie elettorali travolgenti. Ma sinora non c’è stato alcun collegamento tra amministrazioni locali e governo. Come sempre l’Italia è un territorio di contraddizioni e di punti interrogativi.

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