Palazzo di Giustizia, le voci dell'evento "La violenza nella comunicazione"

di Giulia Cassini

La lettera delle "vittime collaterali" per riflettere sul femminicidio

Pomeriggio intenso nella giornata del 25 novembre a Palazzo di Giustizia per la tavola rotonda intitolata "La violenza nella comunicazione" con moderatori la giornalista Silvia Neonato con gli avvocati Gabriella de Filippis e Arianna Viscogliosi ed intermezzo musicale della cantante Giancarla D'Adderio.
 
Tra le tante autorità presenti Maria Teresa Bonavia, presidente della Corte di Appello di Genova,diversi esponenti dell'Ordine degli Avvocati cittadino, Ilaria Cavo, assessore regionale, Rosanna De Luca presidente di Genova Innovativa ed Edoardo Romano Scotti, vicepresidente CPO dell'Ordine degli avvocati di Genova. Ad introdurre i vari approfondimenti ed il dibattito il video di Paola Cortellesi "Sono soltanto parole" , monologo tratto dal testo scritto da Stefano Bartezzaghi.  Si sono poi succeduti gli interventi di Rodriguez Figuereo, console della Repubblica Dominicana sulla storia delle sorelle Mirabal che ha dato origine alla giornata internazionale del 25 novembre, gli approfondimenti sul linguaggio e le forme di violenza con Valeria Fazio ex procuratore generale della Corte d'Appello di Genova, Benedetta Carrosio e Daniela Filippini del Centro Pandora, Manuela Caccione del Centro Mascherona ed Elisa Pescio del Centro per non subire violenza  - UDI. Il bilancio di 10 anni di esperienza di White Dove è stato esposto da Arturo Sica con la sua esperienza diretta, mentre i punti chiave di Rete Giulia e del Manifesto di Venezia sono stati riportati  da Alessandra Volpe e Silvia Neonato. Di fatto i numeri restano significativi: secondo gli ultimi dati disponibili della Polizia di Stato si tratta di 88 vittime ogni giorno, quindi una donna ogni 15 minuti.
 
Molta commozione in sala per il reading di Deborah Riccelli, scrittrice ed esperta di tematiche di genere (associazione Oltresilenzio Onlus) nonché testimonial per il "no la violenza sulle donne", che ha portato la lettera dei parenti (le cosiddette "vittime collaterali") di una ragazza uccisa a  35 anni per mano del padre dei suoi figli mentre era con i suoi bambini nel marzo del 2015: teneva per mano la piccola di tre anni ed era accanto al più grande, di sei.
 
Citiamo qualche stralcio della versione letta a Palazzo di Giustizia come riportata dalla giornalista Giusi Fasano: 
"Da quel giorno io, mia moglie e i nostri nipotini facciamo parte di quella marea di persone che si chiamano «vittime collaterali», gente che ha perduto tanto o tutto e che però è ancora qui, con tutto il dolore e le difficoltà del dopo. Ed è proprio su questo che vorrei soffermarmi. Sulle difficoltà del dopo. Vorrei che per qualche minuto chi legge provasse a immaginarsi nei nostri panni, a seguire la nostra sofferenza e a capire la nostra solitudine immensa. Siamo soli ogni santo giorno, vessati da una burocrazia a dir poco molesta, da regole a volte incomprensibili e pagamenti che per decenza nessuno dovrebbe chiederci. (...)
 
Ogni anno sento nomi nuovi nell’elenco infinito delle vite perdute e mi chiedo: cosa celebriamo se non cambia mai niente? (...)Ogni volta, quando si parla di femminicidi la parola d’ordine è: denunciate, non rimanete in silenzio. Mia figlia lo aveva fatto. Sette mesi prima di essere uccisa era andata dai carabinieri, si era rivolta al consultorio familiare, aveva raccontato dei maltrattamenti subiti, aveva avviato un procedimento penale. Ma le cose invece di migliorare peggiorarono in fretta e quel momento lì — quello della denuncia — è stato per lei la condanna. (...)
 
Non è possibile, perché non è umano, descrivere il grado di complicazioni e burocrazia che c’è dietro tutto questo. Passo giorni interi fra rendiconti ai servizi sociali, giudice tutelare, fila davanti a qualche sportello, tribunale dei minori... Uno sfinimento che non auguro a nessuno. Io e mia moglie siamo ex insegnanti e abbiamo una pensione dignitosa ma certo non ricca, e il finale delle nostre vite non è proprio come lo avevamo immaginato. Da quando è successo il fatto dobbiamo per forza di cose tirare la cinghia, non ci siamo più comprati nemmeno un paio di scarpe o un vestito — per dire — né tolti uno sfizio. Tutto è per loro, per i bambini, com’è giusto che sia".