La vicenda infelice della siderurgia

di Paolo Lingua

La vicenda infelice della siderurgia

Ancora una volta i sindacati registrano un esito di fatto inconcludente dopo l’ennesimo vertice nazionale sul tema strategico della siderurgia. In effetti né da parte del governo, né da parte dei vertici delle imprese che gestiscono gli imp9ianti della ex Ilva sono venute soluzione e neppure è emersa una strategia che superare tutti gli “empasse”   del settore che pure è uno dei più importati per lo sviluppo dell’industria italiana ed europea.  Dall’incontro a Roma con i vertici del governo e dell’azienda non è emerso nulla sul piano pratico. Si continua a insistere sulle scelte di puntare per il momento sugli interventi previdenziali e sui turni di sospensione dal lavoro. E questo vale, sia pure in forme differenti, per gli stabilimenti di Taranto, Piombino, Genova e Novi Ligure.

A questo punto la tensione cresce e non si escludono manifestazioni di massa e cortei di protesta. Da parte del governo che pure ha puntato sulla acquisizione pubblica, con pacchetto di maggioranza, dell’azienda.  La questione dello stato dell’ex Ilva si trascina ormai da più di dieci anni, quando il gruppo Riva, che era subentrato alla Finsider nel controllo dell’azienda, era stato rimosso e commissariato, anche per la situazione molto grave dell’inquinamento urbano di Taranto.  Ma l’aver poi ceduto il controllo dell’azienda al gruppo internazionale Arcelor Mittal, nella prospettiva (dimostratasi poi fallace) d’un rilancio del mercato e della produzione sui mercati internazionali, si è poi dimostrata un fallimento di fatto. Ma il subentro della funzione pubblica non si è poi manifestato in maniera concreta.

Da mesi e mesi il gruppo siderurgico, che pure sulla carta dovrebbe essere un leader europeo e mondiale, annaspa e non mette a punto un vero piano industriale. Si sopravvive malamente solo trascinando lo stato di crisi, i lavoratori continuamente prolungati in cassa integrazione e senza neppure un piano operativo per risolvere la complessa questione dell’inquinamento urbano di Taranto.  La sensazione diffusa, volendo ricostruire gli ultimi anni di vita del grande gruppo siderurgico, è che il gruppo Arcelor Mittal non ha dimostrato di aver una precisa strategia operativa non riuscendo a mettere a punto un programma operativo con i governi di tutti i colori che si sono succeduti ma anche senza neppure un abbozzo di confronto con le realtà locali, con i sindacai e con strutture operative.

Ma l’annuncio peraltro in corso di realizzazione del subentro in termini di maggioranza da parte della mano pubblica non sembra per il momento sortire alcun risultato concreto.  La situazione dei vertici aziendali sempre immersa nel blocco decisionale, ma anche dal punto di vista del governo non emergono strategie né indirizzi di massima.  I sindacati, dopo gli incontri istituzionali, non hanno neppure progetti e documenti su cui discutere e proporre soluzioni interlocutorie. In questa chiave la prospettiva – tutt’atro che allegra – sembra solo la protesta di piazza. Infatti, anche se da parte delle confederazioni si spera ancora in un dialogo sembra essere l’organizzazione di nuove protesta con migliaia di lavoratori in sciopero e in piazza.

Una protesta dura ma che però non sappiamo che sisti potrà dare.  Ma, in effetti, non senza imbarazzo, sembra davvero di non aver di fronte  una sorta di “nessuno” e che non esistono né strategie né progetti. Ma forse sia il governo sia l’attuale assetto di gestione dell’azienda punta soltanto a tagliare posti di lavoro e a procrastinare i costosi interventi ecologici e ambientalisti che, nel caso specifico, sono richiesti da tempo dalla comunità di Taranto? Tutta la vicenda sembra avvolta da un grande punto interrogativo. E tutto questo appare assurdo perché la siderurgia è una delle chiavi strategiche della ripresa economica al termine della pandemia.