La rotta “a vista” della Carige

di Paolo Lingua

La rotta “a vista” della Carige

Si sapeva da tempo, a livello ufficioso ma di fatto di larga conoscenza generale, che il gruppo Malacalza non avrebbe desistito nella guerra nei confronti della Carige, nonché dei vertici che l’hanno diretta negli ultimi anni. Ora le cause si sono infittite ed è emersa la richiesta di danni nei confronti della Bce presso la Corte di Giustizia dell’Unione Europea. La cifra richiesta è pesante: 875 milioni. Precedentemente il Gruppo Malacalza ha aperto una causa analoga per danni sempre nei confronti della Carige Tribunale di Genova. In questo caso si tratta di 480 milioni che corrisponderebbero agli investimenti reali che i Malacalza hanno fatto presso l’istituto di credito genovese. Come è noto i Malacalza sono entrati nel capitale della Carige nel 2015 all’indomani dello scoppio dello scandalo e dell’azione processuale che coinvolse l’ex presidente Giovanni Berneschi e , in un primo momento, apparvero come i “salvatori” di quello che era stato il “gioiello storico” finanziario della Liguria negli anni della Prima Repubblica. 

I Malacalza arrivarono in pochi anni al 27,5% e si insediarono come azionista di maggioranza. In pochi anni la situazione della Carige si fece più complessa, così che durante il commissariamento della banca, deciso dalla Bce nel 2019, si arrivò a una rivoluzione dell’assetto interno degli azionisti e il gruppo Malacalza scese di fatto a una proporzione irrisoria, dopo aver rifiutato in assemblea di sottoscrivere un ulteriore aumento di capitale. Da quel momento l’ex primo azionista  ha intentato una serie di cause. Come si è detto. Ma ci sono cause anche da parte dei piccoli azionisti, mentre è decollata da qualche anno un’azione penale presso la procura di Milano nei confronti dell’ex ad Fiorentino. La situazione, con l’ultimo passaggio presso la giustizia europea, a questo punto si è fatta sempre più complessa, anche perché nei mesi scorsi, come era del resto prevedibile, l’istituto di credito di Trento, dopo alcuni tentennamenti, s’è tirato indietro dall’ipotesi di acquisire il pacchetto di maggioranza della Carige. Di fatto l’istituto genovese, decisamente snellito e in parte ristrutturato, è bloccato nella sua potenziale evoluzione che dovrebbe portarlo a essere acquisito da qualche realtà (banca, finanziaria, fondo: non si sa bene) esterna e inserito in un contesto più ampio. La situazione di fatto paralizza ogni possibile evoluzione o movimento. E tutta la vicenda, al di fuori delle notizie ufficiali (come le azioni giudiziarie), resta immersa in un cupo silenzio, sia da parte della Carige, che non dispone più dei comunicatori di un tempo, sia da parte dei Malacalza che, per principio (DNA?), non p0arlano mai.

Non è facile, a questo punto, azzardare previsioni a breve e anche a medio termine. In casi del genere il procedere delle magistrature – europea e italiana – è cauto ma soprattutto molto lento, anche perché le argomentazioni delle parti in causa, sono molto tecniche e la loro valutazione è estremamente complessa. Potrebbero essere possibili degli accordi extraprocessuali? Potenzialmente sì, ma dal momento che le parti in causa non sono solo soggetti singoli ma istituti di articolata struttura e di natura pubblica (basta pensare alla Bce) non sembra così semplice una soluzione di compromesso, se non dopo una eventuale sentenza che fosse favorevole al gruppo Malacalza. In questo caso l’accordo potrebbe portare a strategie più avanzate nelle quali potrebbe trovare posto anche la vendita o la collocazione strategica della Carige, rimessa in piedi dopo una così complicata battaglia. Quando si parla di attese e di conto alla rovescia, in particolare in campi delicati come il mondo bancario e finanziario, è meglio essere cauti e prudenti. Si va avanti a piccoli passi all’ombra e nel silenzio.