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La crisi confusa: la risolverebbe il “manuale Cencelli”

di Paolo Lingua

La crisi confusa: la risolverebbe il “manuale Cencelli”

Può darsi che nei prossimi giorni, dopo il giro degli incontri rituali presso il Quirinale, la situazione politica – confusa e pasticciata – trovi una soluzione, anche perché le proposte o le ipotesi che vengono gettate sul percorso sembrano le biglie dei giochi dei bambini, ma ci sono, nello stesso tempo, non poche preoccupazioni. E se gli intrecci dei “no” o la sollevazione strumentale e incontrollata di ostacoli proseguiranno non ci sarà altra soluzione che ricorrere alle elezioni. Una conclusione che sarebbe corretta e democratica e degna d’un paese civile, ma che solleva non poche preoccupazioni, dato il persistere della pandemia. Hanno infatti ragione coloro i quali osservano che è assurdo limitare gli ingressi nelle scuole, quando poi, negli stessi spazi ci sarà l’accalcamento dei votanti. Alla faccia dei contagi.

La realtà è per certi aspetti triste e denuncia i limiti intellettuali e culturali d’una generazione politica molto fragile. La difficoltà a rimettere insieme i cocci del centrosinistra (che è l’azione che sta perseguendo il Presidente della Repubblica) nasce dai contrasti ideologici e d’opinione dei potenziali quattro partiti della coalizione che sino a pochi giorni fa ha retto l’esecutivo. In particolare è difficile la convivenza tra Italia Viva e il M5s, perché su quasi tutto la pensano diversamente: giustizia, scelte operative per il Recovery, l’adozione del Mes e altri dettagli. Il Pd, per molti aspetti, preferirebbe i contenuti di Renzi, ma, nello stesso tempo, vuole tenere stretta l’alleanza con i grillini che sono la forza di maggioranza relativa in Parlamento: senza di loro, pure divisi tra pragmatici e oltranzisti, andrebbe tutto a gambe all’aria.

Nel paradosso dell’intera vicenda, sia Renzi che tira la corda al massimo, sia il M5s, hanno il terrore delle elezioni: sanno benissimo che le loro presenze nei due rami del Parlamento di ridurrebbero all’osso o sarebbero pesantemente ridimensionate. Il Pd potrebbe anche crescere ma finirebbe all’opposizione. Curiosamente anche il centrodestra non è così coeso, anche se viene ribadita l’alleanza a ogni piè sospinto. L’unica che punta alle elezione è Giorgia Meloni, perché Fratelli d’Italia sono in crescita. Salvini non dice di no al voto, ma il suo partito è in calo rispetto ai successi di tre anni fa. Anche Berlusconi non è entusiasta del voto perché per ora Forza Italia non riesce ad aggregare voti al centro per ottenere una forza che gli consenta un ruolo più marcato. Siamo quindi di fronte più a debolezze che a presenza di forza. Ma anche sui contenuti si oscilla e da tempo un po’ tutti i partiti  cercano scelte “piccole” che possano portare favori e sostegni. Nessuno ha il coraggio di fare grandi scelte e di affrontare anche l’impopolarità. Ma nessuno è De Gasperi, ma, per dire la verità neppure Fanfani o Moro. E nemmeno Craxi o Andreotti.

A questo punto insorge la domanda classica: che fare? La soluzione più logica, in particolare nell’interesse dei  rissosi partiti di centrosinistra, è quello di rilegge con attenzione il “manuale Cencelli”, opera vituperata dai falsi moralisti, ma frutto di decenni di grande saggezza politica e di senso pratico in approccio alla realtà.  I leaders di Pd, Italia Viva, M5s e Leu dovrebbero mettersi attorno a quello che un tempo era indicato come un “caminetto” e mettere a punto i contenuti Da scegliere con prudenza e spirito pratico, tenendo presente che la loro vicenda si svolge nel pieno della pandemia e che occorre porre le premesse per una ripresa economica in pieno tempismo con il dissolversi dei contagi. Si dovrebbe arrivare ai tempi dell’elezione del nuovo Capo dello Stato. Il giorno dopo si può rompere tutto me andare al voto, magari avendo recuperato una parte del consenso popolare. Ipotesi a rischio, ma la vita politica è anche così da sempre. Ovviamente, mesi a punti i programmi si dovrebbe passare a dividere gli incarichi di governo, senza forzare troppo la mano. Anche perché i partiti che rischiano di scomparire – anche per il taglio dei parlamentari che i grillini hanno voluto a loro danno con un Pd acquiescente poco convinto – non hanno altra strada che rimettere insieme  l’accordo di governo.