La Caposala della rianimazione del Galliera: “Ne usciremo con le ossa rotte, ma ne usciremo”

di Andrea Carozzi

Loredana Mariotti :"Lavoriamo da sempre con l'emergenza, ma ora il coinvolgimento emotivo è più forte"

Loredana Mariotti è la Caposala del reparto di rianimazione dell’Ospedale Galliera di Genova, uno dei tanti fronti italiani in cui si combatte la battaglia contro il coronavirus. La vita del reparto per gli infermieri è molto dura, ma viene affrontata con coraggio, determinazione e con la consapevolezza di avere sulle spalle una grande responsabilità, quella di salvare la vita di tutti coloro che si trovano ad affrontare l’infezione da coronavirus. Durante la diretta di Telenord, condotta da Eva Perasso, Loredana ha fornito una fotografia lucida su quello che ogni giorno avviene sotto ai suoi occhi. Ecco l’intervista

Mi ha colpito molto la definizione che voi date del vostro reparto di rianimazione, mi hai detto: Noi siamo gli sporchi, perché?
Perché i pazienti che adesso sono ricoverati in rianimazione sono tutti i covid-19 positivi e quindi ci si considera una rianimazione, tra virgolette, sporca. Questo si traduce nel fatto che non è possibile mettere a disposizione dei posti di rianimazione per le persone colpite da altre patologie. Al fine di fronteggiare l’emergenza il nostro reparto è passato da 7 posti, 8 se si considera quello attivabile nei casi di emergenza, a 16. Per farlo è stato necessario convertire 4 posti letto presenti nel blocco delle sale operatorie e altri 4 dall’unità coronarica.

In questo momento potete contare su tutti i dispositivi di sicurezza?
Al momento abbiamo tutti i dispositivi, ma  bisogna stare attenti a non sprecarli, nel senso che devono essere impiegati correttamente, nelle giuste situazioni. Ad esempio le mascherine di cui si sente tanto parlare, le FFP3, vanno indossate solo durante determinate manovre dove viene generato aerosol, come ad esempio l’intubazione del paziente o la broncoscopia. Mentre per tutte le altre situazioni è sufficiente utilizzare le FFP2.

La vita del vostro reparto è molto dura in questo momento, come la state affrontando?
Da sempre siamo abituati a lavorare con situazioni critiche e pesanti, ma questa volta il ruolo della parte emotiva è molto pesante perché i pazienti che arrivano sono molto spaventati, sanno quello che gli sta succedendo e gli viene spiegato quello che gli verrà fatto e spesso ci dicono: “sì, va bene voi mi state spiegando tutto quello che mi accadrà. Da adesso in poi però io non so se mi risveglierò, non so se ne uscirò”.  E questo dal punto di vista emotivo è veramente molto pesante. Inoltre tutte le persone che vengono ricoverate entrano sole, i parenti purtroppo non possono entrare e vengono informati telefonicamente tutti i giorni sullo stato del loro congiunto, ma non possono vederlo, e io credo che questa sia veramente una cosa terribile.

Quale è la tua percezione rispetto al decorso di questa malattia?
Io credo che ne usciremo, si arriverà alla fine di tutto questo, sicuramente con le ossa molto rotte, ma ce la faremo. I nostri concittadini, però, devono capire che è fondamentale stare a casa perché il contagio è  molto aggressivo, il virus è molto aggressivo, quindi basta veramente poco per essere infettati. Se riusciremo a limitare le uscite sicuramente ne usciremo più velocemente.