Il tormentato futuro del M5s

di Paolo Lingua

Il tormentato futuro del M5s

La riforma della giustizia passa, anche grazie al voto di fiducia, ma non sono mancate, tra assenze e voti contrari, le dissidenze della minoranza del M5s.  Conte e Di Maio0 hanno fatto il possibile per arrivare a un compromesso con la riforma voluta dal governo, ma all’interno del movimento, in tutta Italia, non sono mancate le inquietudini, tanto che Conte, nelle ultime ore, ha fatto una sortita in difesa strenua del “redditoto di cittadinanza”, una riforma che è stata voluta dal suo movimento, proprio quando sosteneva un governo insieme alla Lega. Ma la Lega ormai s’è sganciata da quella riforma, di cu9i partiti di destra e di sinistra chiedono ormai se non l’abolizione almeno il ridimensionamento. E, in effetti, non solo nel Sud, ma anche in molte regioni dell’Italia settentrionale stanno emergendo centinaia di casi di assegnazione del reddito di cittadinanza e personaggi con problemi penali o comunque che approfittano dell’assegno per svolgere lavori “in nero”. Un brutto fenomeno sul quale sta lavorando, trovando ogni giorno riscontri, la Guardia di Finanza. Il che equivale se non a un “flop” assoluto, quantomeno a un grave limite del provvedimento. Che certamente sarà prima o poi tagliato o largamente ridimensionato. Le problematiche che maggiormente agitano all’interno il M5s sono appunto quelle legate alle battaglie originarie del M5s quando ci fu la forte vittoria elettorale del 2018. Ma quel risultato, anche nei sondaggi più favorevole, s’è ridimensionato a meno del 50%, senza considerare il fatto che nel 2023 ci sarà anche un pesante taglio dei parlamentari, frutto della riforma voluta a tutti i costi dal partito “grillino”. Ma non basta: la strategia del movimento è in questo momento assai complessa e contraddittoria, perchè  è sorta una indubbia freddezza di rapporti con il presidente del consiglio Mario Draghi e, al tempo stesso si è fatto molto cauto il rapporto di alleanza con il Pd. Non solo: sta nascendo una sorta di feeling tra gli esponenti in uscita dal M5s e il Pd, in particolare con i piccoli partiti dell’estrema sinistra. E sono molti i grandi comuni che, alla vigilia del voto tra l’autunno e la prossima primavera, hanno serie difficoltà di realizzare una alleanza tra il Pd e il M5s. Si parte da Roma, dove i contrasti sono molto forti, ma si arriva in Liguria dove, per il momento, sembra lontano un accordo sia a Savona, sia a Genova, solo per fermarsi ai capoluoghi di provincia e di regione. La situazione è dunque confusa e ricca di contraddizioni: i problemi all’interno del movimento non sembrano risolti, anche se, obiettivamente, non è chiaro che nascerà un partito alternativo, mettendo insieme a tutti i livelli (parlamento, regioni, comuni ecc.) il piccolo esercito di dissidenti. Resta curioso il silenzio di chi dovrebbe essere il leader dei ribelli, ovvero Di Battista, da sempre fautore delle contestazioni. La sua linea è un mistero. Anima le ribellioni ma poi non lancia proposte. Teme di non disporre di mezzi economici adeguati? Pensa che, alla fine, l’intero movimento si dissolva o si sgrani? Aspetta una mossa del “fondatore” Beppe Grillo che però sembra essere stato costretto a un armistizio con Conte per mantenere il partito al governo?  Si aspettano i due grandi appuntamenti dell’elezione del nuovo capo dello Stato e delle elezioni politiche del 2023? Ma come finiranno i giochi tra gli schieramenti? Ci saranno distacchi e abbracci? E quale sarà il ruolo di Draghi il cui ruolo sempre sembra sempre più forte e l’unico in grado di tenere in equilibrio un Paese sempre più fragile? Preferirà restare ancora presidente del consiglio consolidando il suo potere decisionale che per il momento non ha alternative? Questo è il terreno politico accidentato su cui l’Italia, volente o nolente, si deve muovere.