Il rischio assurdo del blocco dei porti

di Paolo Lingua

Il rischio assurdo del blocco dei porti

La vicenda , legata all’obbligo del “green pass”, dei porti italiani, per molti aspetti lascia perplessi. L’obbligo per i lavoratori nel settore pubblico e in quello privato sta creando qualche problema, ma c’è una spinta evidente alla vaccinazione che sembra coinvolgere una buona metà di chi non si è ancora vaccinato verso l’applicazione. In meno di un mese i non vaccinati dovrebbero essere una percentuale minima, al fine di non perdere la retribuzione. E’ un discorso che vale anche per il mondo della scuola . Stupisce invece l’aggressività negazionista dei portuali e parte degli autotrasportatori, in particolare quelli che provengono dall’Europa Orientale. La questione, che vede folte percentuali a Trieste e a Genova in testa contro l’uso del “green pass”, lascia alquanto perplessi. Per certi toni e per certi contenuti e per certe argomentazioni che non hanno nulla di scientifico, si coglie l’arroganza di una corporazione (vecchio difetto dei portuali) che da sempre vive una propria autonomia e che non intende piegarsi a nessuna legge a nessun regolamento. E’ un vecchio atteggiamento, di vaga natura anarcoide e autoreferenziale, che ha de sempre caratterizzato il singolare mondo  degli scaricatori portuali, particolarmente forte a Genova (ma oggi emerso anche a Trieste), proteso a difendere la propria identità e il proprio sistema di vita e di lavoro, distinguendosi dal resto dei lavoratori dipendenti del settore pubblico, dell’industria e dei servizi. Orari, assunzioni, sistema di lavoro , pensioni sono tutti aspetti che La Culmv genovese e altre realtà simili hanno preteso di disegnare in assoluta autonomia, così come i ruoli di lavoro, gli orari e le mansioni connesse. Occorre ricordare , anche nella storia più recente, il ruolo ricoperto dai portuali  nella rivolta del 30 giugno 1960, quando la violenta azione di piazza – che aveva anche giustificazioni politiche e ideologiche non trascurabili – provocò il crollo del governo che aveva l’appoggio esterno del Msi che, a sua volta, aveva tentato un congresso in una città particolarmente antifascista come Genova.  Ma quella fu un’azione politica che scavalcò partiti e sindacati. Più complesse sono state le vicende della gestione portuale di Genova di Roberto D’Alessandro negli anni Ottanta. Era in corso un tentativo di modernizzare la gestione degli scali italiani, ma la Culmv di Paride Batini si mise di traverso e si arrivò a coinvolgere anche l’allora arcivescovo di Genova, il cardinale Giuseppe Siri. I portuali, nell’agitarsi tremebondo dei partiti anche quelli di sinistra, mantennero i diritti del loro status. Il che limitò importanti aspetti della riforma di D’Alessandro, il quale, poco dopo, lasciò la presidenza del porto.  Oggi, dopo anni di mediazioni soprattutto d9i natura sindacale, ecco riemergere una impennata ribellista. E stranamente contro i vaccini, contro i “green pass” e contro ogni forma di controllo. Il problema dei trasportatori è un discorso a parte per via che molti di loro hanno effettuato vaccini “russi” non riconosciuti i Italia. Altri non be hanno praticati ma non sempre le situazioni sono chiare. Ma non si capisce perché molte centinai di portuali italiani, che comunque dovrebbe essere convinti del primato positivo della scienza e della medicina,  non intendano vaccinarsi invocando una sorta di libertarismo anarcoide. Il vaccino non è un limite alla libertà, ma semmai rende tutti più liberi sia a livello individuale, sia a livello sociale nel rispetto di tutti gli altri cittadini. La libertà si conquista ridimensionando le ristrettezze imposte dalla pandemia.  Non sembra proprio il caso di condizionare ulteriormente la vita di tutti, in particolare dopo le polemiche contro i no vax di matrice fascista. L’Italia stava vincendo una difficile battaglia sociale. Appare assurdo che minoranza esagitate blocchino la conclusione positiva d’una dramma mondiale che nessuno anche solo due anni fa si aspettavs.