Genova. Il Sappe propone un carcere minorile in città
di Claudio Baffico
“Di fronte all’aumento esponenziale di episodi violenti che vedono coinvolti in Liguria e nel capoluogo ligure minori, spesso anche migranti senza famiglia, emerse oggi a Genova nel corso dell’inaugurazione dell’Anno giudiziario nell’intervento della presidente della Corte di Appello di Genova Elisabetta Vidali, credo si debba avere il coraggio di prevedere che Genova torni ad avere un Istituto penale per minorenni, come c’era fino a vent’anni fa a San Pier d’Arena. Si devono certamente introdurre idonee politiche di integrazione che consentano, attraverso lavoro e studio, l’inserimento dei giovani nel tessuto urbano e sociale delle città, specie se stranieri, ma non si deve avere paura di prevedere che vi sia anche un carcere nel quale detenere coloro i quali si macchiano di reati, spesso gravi, come sta accadendo sempre più spesso”. Lo dichiara il Segretario Generale del Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria Donato Capece, che auspica un incontro con il Presidente della Regione Liguria Marco Bucci e la Sindaca di Genova Silvia Salis, anche alla luce delle dichiarazioni della presidente della Corte di Appello di Genova Elisabetta Vidali che, in sede di inaugurazione dell’anno giudiziario, che ha indicato, tra le criticità della giustizia in Liguria anche il settore minorile oltre a violenza di genere, il fenomeno dell’immigrazione, la crisi delle risorse e l’uso dell’intelligenza artificiale. “Oggi i minori arrestati nel capoluogo ligure, dopo un brevissimo passaggio nel Centro di Prima Accoglienza di via Frugoni, vengono poi destinati nelle carceri minorile di altre città – ad esempio Milano, Torino, Bologna”, aggiunge Vicenzo Tristaino, segretario nazionale per la Liguria del SAPPE. “Per coloro i quali hanno una famiglia alle spalle, questo vuol dire essere sradicati dal tessuto urbano e sociale nel quale si è cresciuti, con buona pace della territorialità della pena. Un istituto penale per minorenni a Genova potrebbe consentire un ottimale percorso di reinserimento per i ragazzi, anche attraverso la previsione di una capienza non elevata (non più di 50 ospiti), il rapporto con gli operatori e in particolare con il personale di Polizia Penitenziaria (che per lavorare nelle strutture per minori acquisisce preventivamente una specializzazione professionale) e una particolare attenzione del territorio che deve considerare l’IPM come parte integrante del tessuto urbano e sociale”.
“Tutte queste sono componenti utili a realizzare una struttura detentiva modello”, concludono i sindacalisti del SAPPE. “Perché è giusto che chi sbaglia sappia che può finire in carcere, garantendogli però la speranza (come recita il motto del Corpo di Polizia Penitenziaria, che non a caso prevede una specializzazione per il personale addetto ai Servizi minorili) di un futuro differente”.
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