Salis, Sagan, Villaggio: proposta per ricordare un genio con la.. volata di un fuoriclasse

di Stefano Rissetto

La sindaca ammette l'ammirazione per il ciclista slovacco, tre volte iridato, fan dell'artista genovese di cui il 3 luglio '27 sarà il decennale della scomparsa

Dettagli così piccoli che tu non sei ancora in grado di capire, ma che comunque contano per dire chi siamo noi: questo veniva da pensare, ieri, alla fine del quarto d'ora di diretta dell'Appennino in cui, nello studio di Telenord, al posto di chi scrive si era seduta Silvia Salis.

Sono giorni, settimane forse, che della sindaca si parla e si scrive a tappeto, scannerizzandone il profilo a caccia dei codici cifrati di un personaggio che governa Genova da quasi un anno e che ha riportato la città al centro dell'interesse nazionale. E poi, quando uno dei codici lo svela lei stessa, ce ne accorgiamo in pochi.

E' successo quando Gilberto Volpara, attendendosi al tema della trasmissione, le ha chiesto il nome del ciclista preferito di sempre, alludendo a un arco che - anche per ragioni inconsce di rima sdrucciola - andava da Bartali a Nibali. E lei ha detto, senza pensarci un attimo: Peter Sagan. Così ho scoperto, non senza sorpresa, che la nostra orgogliosa accolita di seguaci dell'ex campione slovacco, gente che lo segue sui social e va straccamente in bici con una delle maglie da lui indossate in carriera, aveva appena guadagnato un nome illustre.

Di chi parliamo, quando parliamo di Peter Sagan? Banalmente, di uno dei più forti corridori degli anni Dieci, inesorabile in volata ma tenace anche al passo: primo a vincere tre Mondiali consecutivi (e in tre continenti diversi) dal 2015 al 2017, a Richmond in Virginia per distacco, in volata a Doha in Medio Oriente e a Bergen in Norvegia; trionfatore al Fiandre del 2016 e alla Roubaix del 2018, sette volte maglia verde al Tour e una ciclamino al Giro. Gli è sempre sfuggita la Sanremo, corsa che pure sembrava disegnata per lui, due secondi posti nel 2013 e 2017, quest'ultimo davvero atroce, soccombente in via Roma al cospetto di Kwiatkowski. Grande ed esagerato anche nelle sconfitte, ecco.

Più dei trofei, conta però come Sagan corresse e vincesse: "Con personalità" ha detto infatti la Salis. Una personalità che lo ha portato a misurarsi anche con MTB, ciclocross e gravel, prima che lo facessero i dioscuri MVDP e WVA; che lo ha visto improvvisare impennate sui traguardi, firmare copie dell'autobiografia arrancando sull'Izoard durante le penose ascese in retrovia del gruppo velocisti, dedicare alla fidanzata la reinterpretazione in coppia della scena finale di 'Grease', trasformare in uno spettacolo perfino la sua prima volta al Giro. Il primo ciclista della storia, insomma, a ostentare divertimento e 'santa voglia di vivere', oltre il fachirismo di una categoria che dopo di lui, ritiratosi dopo un passo d'addio in una formazione slovacca dal nome francese e già la cosa era tutta un programma, sembra aver ripreso la strada di una robotizzazione alla Rockets, alla Kraftwerk: primati su primati e nemmeno un rimorso, sorrisi come quelli della macchinetta del pagamento automatico al casello.

Chi sia Sagan lo spiega, anche, un dettaglio che lo lega alla nostra Genova. Arrivato da Zilina a imparare il mestiere in una squadra veneta, il ragazzo dell'Est legò con i futuri amici di sempre, Oscar Gatto e Daniel Oss che ne sarebbe stato il luogotenente. Insieme formarono un fan club informale, dedicato a un genovese che nel suo ramo era stato un 'irregolare' come Sagan: Paolo Villaggio. Alla Gazzetta, annunciando la sua prima partecipazione al Giro, in un'intervista del 2 ottobre 2020 disse: "Amavo i film di Villaggio fin da quando ero ragazzo. Anche da noi Villaggio era ed è famoso. Dire che i suoi film sono divertenti è riduttivo. Sono geniali, trattano tanti temi di cui con il tempo ho capito ancora di più l'importanza. È una comicità che io apprezzo tanto. Confesso che ogni tanto, durante i grandi giri o nel periodo delle Classiche, ne riguardo qualcuno. Insieme a Oss, o a Oscar Gatto. Ho provato anche a farlo piacere al mio amico Maciej Bodnar".

Convinto dell'importanza assoluta di Villaggio, un genio che ha trasformato il linguaggio comune imponendo le maschere tragiche della sua commedia umana, anni fa pensai di proporre alle istituzioni locali un modo di ricordarlo, coinvolgendo in qualche modo Sagan che già vedevo abbigliato, lui e Oss, come Fantozzi e Filini alla Coppa Cobram. Per un motivo o per l'altro non se ne fece nulla. Il tempo è passato e da allora, con ben altro spessore culturale e potenzialità, un altro genio come Davide Livermore, direttore del Teatro Nazionale di Genova, ha consolidato il ruolo di Villaggio nella storia culturale italiana con il suo 'Fantozzi. Una tragedia', che andai a vedere due volte al debutto e la terza lo scorso 27 dicembre, per la ripresa genovese. Quest'ultima sera, in platea, ritrovai un paio di file davanti a me Silvia Salis, che era già sindaca.

Fantozzi, Villaggio, Sagan, Salis. Sembra il gioco del Bersaglio sulla Settimana Enigmistica. Oppure quello in cui si devono unire i puntini e compare la figura. Quando ieri, in studio, la sindaca ha ammesso l'ammirazione per l'ex campione del mondo, ho pensato che Genova non ha ancora ricordato come si deve uno dei suoi cittadini più scintillanti del dopoguerra, un personaggio che verrà rivalutato nel tempo come accade a chi abbia saputo anticiparlo. Sarebbe il caso di farlo.

Il 3 luglio del 2027, il prossimo anno, sarà il decennale della scomparsa. Una piazza, una via, un centro culturale, perfino - perché no? - un museo. Bisogna pensarci. Che cosa fare, è un tema ancora aperto e vorrei che Silvia Salis, e il suo assessore competente Giacomo Montanari, se ne occupassero. Magari a loro verrà l'idea giusta. Quel che mi sento di suggerire è la scelta del padrino: nessuno meglio di Peter Sagan. Sono sicuro che, secondo indole, verrà di corsa.

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