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		<title>Piccoli Equivoci Senza Importanza | Notizie di Genova e della Liguria | TELENORD</title>
		<description>Le ultime notizie di Telenord.it</description>
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		<copyright>Telenord srl</copyright>
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			<title><![CDATA[Sampdoria mai orfana come oggi, qualcuno batta un colpo]]></title>
			<link>https://telenord.it/sampdoria-mai-orfana-come-oggi-qualcuno-batta-un-colpo-96428</link>
			<dc:creator><![CDATA[Stefano Rissetto]]></dc:creator>
						<category><![CDATA[Piccoli Equivoci Senza Importanza]]></category>
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			<description><![CDATA[La vera partita da vincere &egrave; quella contro la rassegnazione. Non tanto per l'esito del campionato, quanto per la sorte della societ&agrave;. Daremo aria a queste stanze...]]></description>
			<pubDate>Tue, 11 Nov 2025 16:35:00 +0100</pubDate>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>La vera partita da vincere &egrave; quella contro la rassegnazione</strong>. Non tanto per l'esito del campionato, quanto per la sorte della societ&agrave;. Daremo aria a queste stanze molto prima che sia Natale, cantava un sampdoriano appartato come Ivano Fossati, prima che l'ossido di carbonio cominci a farci male. Ma anche Natale potrebbe essere troppo tardi.</p>
<p><strong>L'asfissia &egrave; infatti la metafora spietata della condizione in cui versa la Sampdoria da anni, troppi anni</strong>. Una totale mancanza di prospettive che richiama il motto di un filosofo nordeuropeo: "La nave &egrave; ormai in mano al cuoco di bordo; e le parole che trasmette il megafono del comandante non riguardano pi&ugrave; la rotta, ma quel che si manger&agrave; domani".</p>
<p><strong>Che fare? Forse non basterebbe un contravveleno ordinario</strong>. La situazione &egrave; giunta a un punto di quasi non ritorno. Una realt&agrave; cara a una moltitudine che porta 20mila persone ad abbonarsi al buio &egrave; in ostaggio di una confraternita di sconosciuti, che non solo si sono scambiati tra di loro in corsa - a comprare era stato Manfredi per conto di Radrizzani e del QSI, poi ci siamo trovati uno di Singapore e un inglese e un danese, come nelle barzellette, e tutto questo senza spiegazioni - ma soprattutto che non sanno cosa fare per&ograve; lo fanno malissimo, oppure lo sanno ed &egrave; ancora peggio.</p>
<p><strong>A questa quasi catastrofe siamo arrivati dopo decenni di autocontemplazione</strong>, un paese dei balocchi fatto di "noi siamo noi", "io penso a tifare e non parlo di societ&agrave;", "come gestione non puoi dirgli niente", "gli altri ti avrebbero preso dal fallimento" e altre amenit&agrave;, canticchiate mentre ci stavano distruggendo quel che ci era pi&ugrave; caro, ma allora vuol dire che poi cos&igrave; caro non lo era. Ci siamo trastullati nella rappresentazione di una finta famiglia da mulino bianco dove la condiscendenza, non di rado servile, verso il padrone di turno o probabile - per quanto fosse evidenti a occhio nudo orientamento e prospettive - si accompagnava a una ferrigna ferocia contro chiunque non se la bevesse. Chi metteva in guardia l'ambiente contro il viperetta, contro la pittoresca combriccola del finto sceicco, contro le evidenti e plurime contraddizioni, reticenze, bugie del duo Radrifredi andava al massacro, veniva additato come nemico di classe, nemico della Sampdoria. E' tutto agli atti.</p>
<p>Non dico che la colpa sia di chi ha assistito inerte o, peggio, complice allo sfascio; <strong>dico che ci si sta svegliando troppo tardi, pi&ugrave; per lavarsi la coscienza che per fare qualcosa</strong>. E lo si fa con proposte opinabili se non deliranti. L'azionariato popolare in Italia non ha funzionato da nessuna parte. Lasciare vuoto lo stadio ha ancora meno senso. Mette poi tenerezza la parola "cordata", un altro congegno che mai ha funzionato nel calcio: l'idea che si possa assemblare una decina o ventina di finanziatori, che ci metterebbero un milione a testa, collide con le dimensioni di quella che si profila come una onerosissima ricostruzione postbellica dalle macerie.</p>
<p><strong>Non c'&egrave; altra strada che individuare qualcuno che primo abbia i mezzi e secondo voglia farsi carico della ricostruzione</strong>. Il tutto nel rispetto di uno dei motti meno citati del frasario di Paolo Mantovani, frasario spesso travisato e piegato a interessi contingenti, se non capovolto rispetto alla personalit&agrave; di uno che non voleva perdere neanche a pari e dispari, altro che farlo passare come un candido indifferente al risultato per giustificare il declino avviato dopo di lui, fugacemente frenato agli inizi del millennio, poi ripreso a rotta di collo. Mantovani disse: "Il numero ideale di persone al comando di una societ&agrave; &egrave; dispari e inferiore a tre". Altro che 'cordate'. Nello stemma sociale c'&egrave; un marinaio, non un rocciatore.</p>
<p><strong>Come si trova una figura in grado di risanare i conti della societ&agrave; e al tempo stesso, altrimenti &egrave; tutto inutile!, di riportare la squadra non dico a Wembley, ma almeno in quella serie A che, certificano le statistiche, &egrave; la sua casa naturale?</strong></p>
<p>Non servono "cordate" e nemmeno collette una tantum, sia pure milionarie. <strong>Serve attivare una rete di relazioni e contatti ad alto livello in grado di attirare personaggi solidi e credibili.</strong> Mai come in questi anni, per indubbio effetto a lenta combustione del mantovanesimo, c'&egrave; una importante presenza di sampdoriani nelle istituzioni e nei posti di potere economico e imprenditoriale. La storia - a ogni livello territoriale - abbonda di esempi di alti esponenti istituzionali che, nel pieno rispetto delle regole e senza cadere nell'abuso di ufficio o di potere, hanno agito utilmente per sostenere, talvolta salvare, la squadra a loro cara.</p>
<p>Certo, in questo 2025 sembra di vivere una realt&agrave; distopica, che vede una societ&agrave; mai e poi mai privilegiata - dal tentativo di soffocamento nella culla prima nello stesso 1946 e poi all'atto della trasformazione in SpA con causa civile pro scioglimento datata 1972, fino alla distruzione sul pi&ugrave; bello dello stadio col pretesto del Mondiale - dipinta come espressione di un potere che pure negli anni le aveva inflitto Trentalange, lo slittamento di un anno del processo per illecito al Lecce, la condiscendenza generale prima verso l'irruzione del viperetta e poi verso la propriet&agrave; pi&ugrave; opaca della storia del calcio italiano.</p>
<p><strong>La Sampdoria non &egrave; mai stata cos&igrave; orfana come oggi</strong>. Chi pu&ograve; e ha conoscenze e rapporti ad alto livello, nel rispetto delle regole e nella consapevolezza del valore sociale di una realt&agrave; ormai storica, provi quindi a sondare soggetti in grado di salvare la societ&agrave; e di restituirla al suo rango.</p>
<p>Ma l'impressione sconsolante &egrave; che della Sampdoria, nei vari palazzi di una citt&agrave; che pure ha potenti di ogni genere, non interessi niente a nessuno, altrimenti tre anni fa sarebbe finita in mani migliori e oggi non sarebbe in queste condizioni; nessuno nei fatti ad essa vuole bene, compresi quasi tutti quelli che dicono di amarla e che per&ograve; hanno assistito inerti o, peggio, complici, a questo sfacelo. C'&egrave; ancora tempo ma sta finendo. Genova, la Genova sampdoriana, batta un colpo. Bisogna dare aria a queste stanze, molto prima che sia Natale.</p>]]></content:encoded>
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			<title><![CDATA[Addio a Francesco, il Papa degli ultimi "venuto dalla fine del mondo", ha salutato i fedeli a Pasqua]]></title>
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			<dc:creator><![CDATA[Stefano Rissetto]]></dc:creator>
						<category><![CDATA[Piccoli Equivoci Senza Importanza]]></category>
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			<description><![CDATA[L'ansia dell'attesa non si misura con il valore di ci&ograve; che si attende. Papa Francesco &egrave; morto a 88 anni alle 7,35 nella sua residenza a Santa Marta, in Vaticano,...]]></description>
			<pubDate>Mon, 21 Apr 2025 10:25:00 +0200</pubDate>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>L'ansia dell'attesa non si misura con il valore di ci&ograve; che si attende</em>. Papa Francesco &egrave; morto a 88 anni alle 7,35 nella sua residenza a Santa Marta, in Vaticano, dove era tornato dopo un lungo ricovero al Gemelli. Ieri l'ultimo saluto al mondo, dalla Loggia Centrale di San Pietro, per la benedizione pasquale, e la frase del suo connazionale Adolfo Bioy Casares suona a epitaffio di un uomo chiamato a fare il Papa nel momento pi&ugrave; difficile della storia della Chiesa. Un momento non ancora superato. Era stato ricoverato il 14 febbraio per problemi alle vie respiratorie, cui sono succedute complicazioni come una polmonite bilaterale fino all'insufficienza renale, ma dopo 40 giorni Bergoglio era riuscito a tornare in Vaticano. Forse lo sforzo di ieri &egrave; stato fatale.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Morire &egrave; un'antica usanza che suole aver la gente</em>, scrisse un altro connazionale di Jorge Mario Bergoglio, che era stato eletto Papa il 13 marzo 2013, a 76 anni, dopo le dimissioni a sorpresa di Joseph Ratzinger, un gesto che aveva sconvolto il mondo ed era parso accentuare la crisi della Chiesa. Il nuovo 'vescovo di Roma' era arrivato in uno scenario da teatro di Beckett: l'elicottero bianco Sikorsky-Agusta dell'Aeronautica Militare Italiana che porta via Ratzinger dal Vaticano verso Castelgandolfo, un fulmine come occhio largo esterrefatto che si abbatte sulla cupola michelangiolesca di San Pietro: immagini terrifiche, emblema di uno smarrimento che dopo la fumata bianca aveva avuto forma plastica nell'erroneo messaggio augurale della CEI, con le felicitazioni al nuovo Papa Angelo Scola, arcivescovo di Milano. Ma il Sacro Collegio aveva eletto un altro. Ad annunciarlo fu, il capo e la voce tremanti per il Parkinson altro dettaglio spaesante, il protodiacono francese Jean-Louis Tauran. Era stato scelto l'arcivescovo di Buenos Aires, gi&agrave; tra i nomi circolati per il conclave post-wojtyliano. Bergoglio era il primo gesuita della storia a essere chiamato al papato, inedito anche il nome: Francesco. Era gi&agrave; sera quando, affacciatosi alla loggia centrale senza la mozzetta rossa prevista dal cerimoniale e con una croce d'argento e non d'oro, il nuovo Pontefice disse "Il Sacro Collegio &egrave; andato a prendere il nuovo vescovo di Roma alla fine del mondo". Venne in mente la ferrovia che si tronca a Ushuaia, in Patagonia, davvero la fine della terra. Quindi chiese alla folla di pregare per lui. E impart&igrave; la benedizione alla citt&agrave; e al mondo, urbi et orbi, leggendola e non salmodiandola. La prima cesura con quel che si era sempre fatto, non sarebbe stata l'ultima. &nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Prima dell'elezione al Soglio di Pietro</strong>, primo americano della storia e terzo non italiano consecutivo, per quanto di antenati piemontesi e liguri, il futuro Francesco era stato arcivescovo di Buenos Aires dal 1998. &Egrave; stato una figura molto amata e molto controversa nell'intera America Latina e nella sua diocesi, che percorreva anche in metropolitana e in autobus. Ha importato questo stile controcorrente anche da Papa: disertando l'Appartamento nel Palazzo Apostolico ha scelto di vivere nella residenza Santa Marta, ha semplificato il cerimoniale e ha scelto di essere sepolto a Santa Maria Maggiore. Come tutti gli argentini, amava il calcio: tifoso del San Lorenzo de Almagro, ha ricevuto pi&ugrave; volte personaggi sportivi, tra cui le delegazioni di Genoa, Sampdoria, Spezia e i pallanuotisti dell'Iren Quinto. Venne in visita a Genova il 27 maggio del 2017, celebrando la Messa a Piazzale Kennedy. Da Papa non &egrave; mai tornato nella sua Argentina. &nbsp;Nel corso del suo pontificato ha sfidato molte convenzioni, fin dalle nomine cardinalizie e nelle scelte pastorali: il primo viaggio fu a Lampedusa e i migranti sono stati uno dei temi frequenti della sua esperienza.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Non molto amato dalle correnti tradizionaliste della Chiesa</strong>, ha riscosso di contro molte simpatie fuori dalla comunit&agrave; dei fedeli, senza tuttavia lasciare l'impressione di aver rigenerato una Chiesa da tempo in crisi, come testimoniano molti indicatori statistici in quell'Occidente che il predecessore Ratzinger aveva definito "sazio e disperato" e soggetto alla "dittatura del relativismo": la crisi delle vocazioni, la decrescente frequentazione delle messe domenicali, la trasformazione di edifici religiosi in siti commerciali come il cinquecentesco seminario arcivescovile di Milano diventato un albergo di lusso, un ricorrente atteggiamento aperturista verso le altre religioni facile da equivocare per arrendevole inaridimento. Gli hanno dedicato due lungometraggi i registi Daniele Luchetti (Chiamatemi Francesco, 2015) e Wim Wenders (Un uomo di parola, 2018). Ha intrattenuto un lungo rapporto amichevole ed epistolare con il fondatore di Repubblica Eugenio Scalfari, &egrave; intervenuto in tv a Che tempo che fa di Fabio Fazio e un suo videomessaggio &egrave; stato trasmesso durante il recente Festival di Sanremo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>In questi 12 anni, molti cattolici si sono sentiti disorientati </strong>dalle prese di posizione di Francesco, molto attento ad argomenti come cambiamento climatico, migranti, giustizia sociale e un ecumenismo quasi nella direzione di un'equivalenza tra le religioni, sancita e proclamata unilateralmente, e quindi fuori dalla logica dell'annuncio dell'Evangelo per chiamare a conversione. Meno efficace &egrave; stata la comunicazione di Bergoglio sui temi di stretta attinenza alla fede e al mistero. Adesso anche chi ha riluttato ad aderire alle linee del suo pontificato prova peraltro una grande pena, di fronte al triste spettacolo di una sofferenza esposta al mondo per giorni e giorni, di fronte al mistero di un uomo giunto alla fine, di fronte alle domande ultime. Si avvertono pena e rispetto e smarrimento; e un montaliano filo di piet&agrave; al cospetto della declinazione del dolore in un gergo neutralmente scientifico verso la destinazione di un mare senza sponde. Si prova pena per un uomo che ora va incontro al mistero definitivo, nella sua solitudine che &egrave; quella di tutti. &nbsp;"La mia gente &egrave; povera e io sono uno di loro", disse una volta a Buenos Aires per spiegare la scelta di abitare in un appartamento e di prepararsi la cena da solo. Ai suoi preti ha sempre raccomandato misericordia, coraggio e porte aperte. La cosa peggiore che possa accadere nella Chiesa, sosteneva, "&egrave; quella che de Lubac chiama mondanit&agrave; spirituale", che significa "mettere al centro se stessi". E quando citava la giustizia sociale, invitava a riprendere in mano il catechismo, i dieci comandamenti e le beatitudini.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Nonostante il carattere schivo, divenne un punto di riferimento </strong>per le sue prese di posizione durante la crisi economica che aveva sconvolto il Paese nel 2001. Sul suo atteggiamento nei confronti della dittatura militare le opinioni erano e sono controverse, ma le luci e le ombre sono di ogni uomo. &nbsp;Chi &egrave; stato, in ultimo, Jorge Mario Bergoglio? Nella capitale argentina nacque il 17 dicembre 1936, figlio di emigranti italiani: suo padre Mario, radici nell'Astigiano, fa il ragioniere, impiegato nelle ferrovie, mentre <strong>sua madre, Regina Sivori, di famiglia di Santa Giulia sulle alture di Lavagna come il calciatore Omar</strong>, si occupava della casa e dell&rsquo;educazione dei cinque figli. &nbsp;Diplomatosi come tecnico chimico, scelse poi la strada del sacerdozio entrando nel seminario diocesano. L&rsquo;11 marzo 1958 pass&ograve; al noviziato della Compagnia di Ges&ugrave;. Complet&ograve; gli studi umanistici in Cile e nel 1963, tornato in Argentina, si laure&ograve; in filosofia al collegio San Giuseppe a San Miguel. Fra il 1964 e il 1965 fu professore di letteratura e psicologia nel collegio dell&rsquo;Immacolata di Santa F&eacute; e nel 1966 insegn&ograve; le stesse materie nel collegio del Salvatore a Buenos Aires. Dal 1967 al 1970 studi&ograve; teologia laureandosi sempre al collegio San Giuseppe. &nbsp;Il 13 dicembre 1969 fu ordinato sacerdote dall&rsquo;arcivescovo Ram&oacute;n Jos&eacute; Castellano. Prosegui quindi la preparazione tra il 1970 e il 1971 in Spagna, e il 22 aprile 1973 emise la professione perpetua nei gesuiti. Di nuovo in Argentina, fu maestro di novizi a Villa Barilari a San Miguel, professore presso la facolt&agrave; di teologia, consultore della provincia della Compagnia di Ges&ugrave; e rettore del Collegio. &nbsp;Il 31 luglio 1973 fu nominato provinciale dei gesuiti dell&rsquo;Argentina. Sei anni dopo riprese il lavoro nel campo universitario e, tra il 1980 e il 1986, fu di nuovo rettore del collegio di San Giuseppe, oltre che parroco ancora a San Miguel. Nel marzo 1986 and&ograve; in Germania per ultimare la tesi dottorale; quindi i superiori lo inviarono nel collegio del Salvatore a Buenos Aires e poi nella chiesa della Compagnia nella citt&agrave; di Cordoba, come direttore spirituale e confessore. Nel rado tempo libero allevava galline nell'orto della chiesa ignaziana. Cordoba, lejana y sola come quella di Garcia Lorca. Si parl&ograve; di un allontanamento, un'emarginazione.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Ma il destino era diverso. Un messo arcivescovile si era presentato </strong>per una importante notifica proprio mentre Bergoglio stava a dare il becchime alle galline. &nbsp;Fu il cardinale Antonio Quarracino, italiano di nascita a Pollica in Cilento, a volerlo come suo stretto collaboratore, richiamandolo a Buenos Aires. Cos&igrave; il 20 maggio 1992 Giovanni Paolo II lo nomin&ograve; vescovo titolare di Auca e ausiliare di Buenos Aires. Il 27 giugno ricevette nella cattedrale l&rsquo;ordinazione episcopale proprio dal cardinale. Come motto scelse Miserando atque eligendo e nello stemma inser&igrave; il cristogramma ihs, simbolo della Compagnia di Ges&ugrave;. &Egrave; subito nominato vicario episcopale della zona Flores e il 21 dicembre 1993 divenne vicario generale. Nessuna sorpresa dunque quando, il 3 giugno 1997, fu promosso arcivescovo coadiutore di Buenos Aires. Passati neppure nove mesi, alla morte del cardinale Quarracino gli successe, il 28 febbraio 1998, come arcivescovo, primate di Argentina, ordinario per i fedeli di rito orientale residenti nel Paese, gran cancelliere dell&rsquo;Universit&agrave; Cattolica. &nbsp;Nel Concistoro del 21 febbraio 2001, Giovanni Paolo II lo cre&ograve; cardinale, del titolo di san Roberto Bellarmino, il cardinale che aveva istruito il processo dell'Inquisizione contro Giordano Bruno, tentando fino all'ultimo di trovare un compromesso tra l'intransigenza del domenicano e le regole del Sant'Uffizio. Nell&rsquo;ottobre 2001 fu nominato relatore generale aggiunto alla decima assemblea generale ordinaria del Sinodo dei vescovi, dedicata al ministero episcopale. Intanto in America latina la sua figura diventava sempre pi&ugrave; popolare. Nel 2002 declin&ograve; la nomina a presidente della Conferenza episcopale argentina, ma tre anni dopo venne eletto e poi riconfermato per un altro triennio nel 2008. Intanto, nell&rsquo;aprile 2005, partecip&ograve; al conclave in cui fu eletto Benedetto XVI. Nei primissimi scrutini ottenne molti voti, era il candidato voluto dall'altro ignaziano Carlo Maria Martini. Ma decise di fare un passo indietro a favore di Ratzinger.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Come arcivescovo di Buenos Aires &mdash; tre milioni di abitanti &mdash; pensava a un progetto missionario </strong>incentrato sulla comunione e sull&rsquo;evangelizzazione. Quattro gli obiettivi principali: comunit&agrave; aperte e fraterne; protagonismo di un laicato consapevole; evangelizzazione rivolta a ogni abitante della citt&agrave;; assistenza ai poveri e ai malati. Invita preti e laici a lavorare insieme. Nel settembre 2009 lanci&ograve; a livello nazionale la campagna di solidariet&agrave; per il bicentenario dell&rsquo;indipendenza del Paese: duecento opere di carit&agrave; da realizzare entro il 2016. E, in chiave continentale, nutriva forti speranze sull&rsquo;onda del messaggio della Conferenza di Aparecida nel 2007, fino a definirlo "l&rsquo;Evangelii nuntiandi dell&rsquo;America Latina". Ma nel 2013 i suoi programmi cambiarono con le dimissioni di Ratzinger e l'elezione al Soglio. &nbsp;Nei dodici anni di pontificato, Francesco ha tracciato una strada controversa. E' parso darsi come obiettivo un ecumenismo utopistico, al prezzo di un'attenuante rinuncia sia al patrimonio valoriale del cattolicesimo, sia alla missione apostolica dell'annuncio dell'Evangelo. Sul dialogo interreligioso parve avere opinioni opposte a quelle di un grande della Chiesa del Novecento, lo storico arcivescovo di Genova Giuseppe Siri: "L'Ecumenismo non lo si fa andando a met&agrave; del ponte, ma piuttosto - diceva il cardinale genovese, due volte sul punto di essere eletto Papa e artefice della scelta di Wojtyla - costruendo ponti, tanti ponti in amorevole fatica, restando fermi sulla riva giusta&rdquo;. Ha cos&igrave; suscitato nella comunit&agrave; cattolica due reazioni controverse: una frangia lo accusava di essere troppo anticonformista e irrispettoso della Tradizione; un'altra di essere timido sui temi della bioetica e della morale, oltre che su quelli del celibato del clero e del sacerdozio femminile. E saranno queste due fazioni a confrontarsi nel chiuso della Sistina, per scegliere il successore. "Chi sta nella consolazione pensi come si trover&agrave; nella desolazione che dopo verr&agrave; e attinga nuove forze per allora", scrisse Ignazio di Loyola.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Francesco ha fatto una scelta controcorrente anche per l'addio</strong>. Nell&rsquo;ultima intervista, ha detto di aver rivisto con il cerimoniere papale il rito funebre del pontefice: "Lo abbiamo semplificato notevolmente. Doveva essere fatto, sar&ograve; il primo a provarlo!" ha dichiarato con ironia. Bergoglio ha inoltre spiegato la scelta di farsi tumulare fuori dalle mura vaticane, nella Basilica romana di Santa Maria Maggiore, a differenza degli ultimi 23 papi, sepolti sotto la Basilica di San Pietro, a differenza di Wojtyla traslato accanto alla Piet&agrave; di Michelangelo. Ma Francesco ha fatto un&rsquo;altra scelta, seguendo l&rsquo;esempio di papa Leone XIII, che nel 1903 fu seppellito per sua disposizione nella Basilica di San Giovanni in Laterano, e di Pio IX, prima di lui, aveva scelto la Basilica di San Lorenzo fuori le mura. Se ne va lasciando in molti la sensazione di non averlo davvero compreso, uomo forse ignoto anche a se stesso. Ora incontra Dio nel tempo senza tempo, dove il silenzio &egrave; pace. L'immagine drammatica che ne resta &egrave; la sua solitudine nella piazza deserta e resa traslucida dalla pioggia, per la preghiera in tempo di pandemia. Un uomo di fronte al mistero infinito. Amava la letteratura e sia letterario il congedo: "<em>Accendi, al momento / del commiato, le quattro candele di una stella / perch&eacute; illumini un mondo vuoto di realt&agrave; / mentre ti segue con lo sguardo per l'eternit&agrave;</em>".</p>]]></content:encoded>
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			<title><![CDATA[Nada Cella e la "buona fede degli arbitri", sotto la toga c'è sempre un uomo e gli uomini sbagliano]]></title>
			<link>https://telenord.it/nada-cella-e-la-buona-fede-degli-arbitri-sotto-la-toga-c-e-sempre-un-uomo-e-gli-uomini-sbagliano-80554</link>
			<dc:creator><![CDATA[Stefano Rissetto]]></dc:creator>
						<category><![CDATA[Piccoli Equivoci Senza Importanza]]></category>
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			<description><![CDATA[Ma poi la giustizia &egrave; davvero giusta?&nbsp;Il caso della donna appena mandata in Assise a 28 anni dal delitto per cui &egrave; accusata, secondo una pista inopinatamente...]]></description>
			<pubDate>Thu, 21 Nov 2024 17:30:00 +0100</pubDate>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Ma poi la giustizia &egrave; davvero giusta?</strong>&nbsp;Il caso della donna appena mandata in Assise a 28 anni dal delitto per cui &egrave; accusata, secondo una pista inopinatamente trascurata nella freschezza dei fatti, non &egrave; che l'ultimo di una serie interminata di refusi e sobbalzi giudiziari che ripropongono interrogativi, sgradevoli quanto doverosi, sulla certezza del sistema giudiziario, una prerogativa che si vorrebbe dogmatica ma solo, se ne riparler&agrave;, secondo convenienza.</p>
<p><strong>Quale strada si scelga fra le tre tracciate da Genesi, Darwin e Marx</strong>, l'uomo ne risulta comunque viziato da un'imperfezione ontologica, un difetto di fabbricazione diversamente emendabile che lo porter&agrave; a sbagliare. Perci&ograve; una toga non rende n&eacute; infallibile n&eacute; imparziale l'uomo che la vesta. Proprio per questo motivo gli ordinamenti giuridici moderni occidentali prevedono pi&ugrave; gradi di giudizio e addirittura un organo, come la nostra Corte Costituzionale, incaricato prioritariamente di giudicare non gi&agrave; le persone ma le leggi.</p>
<p><strong>Tale struttura non mette la magistratura al riparo dall'errore</strong>. Un giudice, pur essendo formato per interpretare e applicare le leggi, non &egrave; una macchina capace di emettere solo sentenze giuste e imparziali. Anzi, proprio per la sua natura umana, il giudice &egrave; suscettibile di errori di valutazione, pu&ograve; cadere in trappole emotive o interpretative, e persino essere influenzato da fattori esterni, come la pressione mediatica e politica, o le sue stesse esperienze e convinzioni personali.</p>
<p><strong>Negli ultimi decenni, la storia d'Italia &egrave; stata scritta in una pluralit&agrave; di piani</strong>, di linguaggi, di prospettive, secondo che a declinarla fossero l'accademia, la politica, il giornalismo e appunto l'ordine giudiziario: in una babelica discordia che rende tuttora impossibile una condivisione non solo dell'intero Novecento, ma soprattutto dell'ultimo mezzo secolo.</p>
<p><strong>Il 12 dicembre 1969 a Milano</strong>, una bomba esplose nella sede della Banca Nazionale dell'Agricoltura in piazza Fontana. Da quel giorno in poi, tutto quel che &egrave; accaduto in Italia - il terrorismo rosso e nero, lo stragismo, la corruzione politica e i legami tra istituzioni e mafie - &egrave; stato letto e interpretato ora secondo le sentenze, ora secondo la delegittimazione delle medesime, sempre secondo una convenienza di parte.</p>
<p><strong>In una torva e cupa filastrocca di morte</strong>, Piazza Fontana chiama Pinelli, Pinelli chiama Calabresi e Calabresi chiama la stravagante chiusura di un cerchio storto. Quando infatti si invitano i cittadini al "rispetto delle sentenze" e al "dovere di attenersi ai verdetti definitivi", moniti infittitisi negli ultimi tre decenni in materia per lo pi&ugrave; di malaffare politico e politico-mafioso, si tende - e proprio da parte dei pi&ugrave; indefessi chierici della dogmatica giudiziaria - a dimenticare il clamoroso lavorio di logoramento della fiducia popolare nell'operato dei giudici, svolto attorno al processo Calabresi e tuttora in corso. Dal 28 luglio 1988, data degli arresti di Ovidio Bompressi, Adriano Sofri e Giorgio Pietrostefani, considerati - in base alla confessione del pentito Leonardo Marino - rispettivamente l'esecutore materiale e i mandanti dell'omicidio del commissario Luigi Calabresi, part&igrave; una marziale macchina di contrasto al procedimento giudiziario per il delitto del 17 maggio 1972, una macchina attiva a livello politico come giornalistico, per via dei numerosi e influenti legami che il pi&ugrave; in vista dei tre indagati, Sofri, intratteneva fin dai tempi in cui capeggiava Lotta Continua.</p>
<p>Q<strong>uel procedimento giudiziario dur&ograve; sedici anni,</strong>&nbsp;nove gradi di giudizio (7 regolari e 2 di revisione) per un totale di quattro condanne, due annullamenti, un'assoluzione e due conferme in Cassazione, non senza essere contraddistinto da due leggi "ad personam", una sulla sede di revisione e un'altra addirittura di rango costituzionale che, ridefinendo il potere di grazia, trasformava per sempre la figura del capo dello Stato. Il tutto in parallelo a una campagna per la grazia che addirittura precedeva l'eventuale condanna definitiva e alla messa in campo di una forza mediatica espressa in opere letterarie, saggi storici, lavori teatrali e musicali tutti nella direzione innocentista. Come se il lavoro del pm Ferdinando Pomarici e dei collegi giudicanti chiamati a decidere fosse viziato da un pregiudizio di parte contro tre innocenti. Per molti osservatori quella sentenza non &egrave; mai stata giusta e quindi non vale; tanto che pochi giorni fa &egrave; passata sotto silenzio, se non tacciata di stramba bizza, la presa di posizione della famiglia Tenco contraria alla presenza di Sofri tra gli ospiti della rassegna musicale sanremese intitolata al congiunto.</p>
<p><strong>Il punto &egrave; che se neghi la validit&agrave; di una sola sentenza, cade il principio religioso dell'indiscutibilit&agrave; complessiva del sistema</strong>. Cos&igrave; siamo appunto a Babele: non si pu&ograve; invocare la sacert&agrave; delle pronunce giudiziarie - e ce ne sono alcune assurte a rango di undicesimo, dodicesimo, tredicesimo comamdamento eccetera... - quando poi si mettono in forse quelle che non mi piacciono.</p>
<p><strong>La giustizia &egrave; fatta dagli uomini e gli uomini sbagliano</strong>. Per colpa o per dolo, ma sbagliano. Se, infatti, possiamo dubitare delle sentenze passate, come di quella sul delitto Calabresi, allora abbiamo il diritto di dubitare anche di tutte le altre, se vi sono elementi che validino tale sospetto.</p>
<p><strong>Qualcosa di simile avviene anche nel futile</strong>. Quando si parla di calcio e il discorso scivola su errori arbitrali troppo vistosi per essere rapidamente classificati a titolo di colpa, salta sempre su qualche sagoma a pontificare "Se dubiti della buona fede degli arbitri, allora non andare alle partite e smetti di seguire il calcio&rdquo;. Invece si pu&ograve; ben amare il calcio, ma continuare a temere che l'arbitro di turno possa avere in antipatia la tua squadra, oppure sapere che favorendo l'avversaria di giornata la sua carriera o il suo conto corrente possa trarne beneficio. Un tifoso, cos&igrave;, pu&ograve; andare allo stadio ben sapendo che a volte la sua squadra avr&agrave; contro non solo la formazione avversaria ma anche un arbitro che, se avr&agrave; l&rsquo;occasione, sfavorir&agrave; la sua. Non &egrave; empiet&agrave; iconoclasta, &egrave; soltanto realismo basato sui fatti.&nbsp;</p>]]></content:encoded>
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		</item>
				<item>
			<title><![CDATA[Mancini: il 'Bimbo' ha sessant'anni, in quindici ha scritto la storia della Sampdoria]]></title>
			<link>https://telenord.it/mancini-il-bimbo-ha-sessant-anni-in-quindici-ha-scritto-la-storia-della-sampdoria-80763</link>
			<dc:creator><![CDATA[Stefano Rissetto]]></dc:creator>
						<category><![CDATA[Piccoli Equivoci Senza Importanza]]></category>
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			<description><![CDATA[Poi lo so bene che anche tu, che pure dalla fiera della vanit&agrave; dell&rsquo;esistenza hai avuto non poco, se potessi tornare indietro e cambiare una sola cosa, chiederesti...]]></description>
			<pubDate>Wed, 06 Nov 2024 16:50:00 +0100</pubDate>
			<content:encoded><![CDATA[<p class="p1"><strong>Poi lo so bene che anche tu</strong>, che pure dalla fiera della vanit&agrave; dell&rsquo;esistenza hai avuto non poco, se potessi tornare indietro e cambiare una sola cosa, chiederesti a Ges&ugrave; Bambino di cambiare il risultato di <em>quella</em> partita. Un giorno verrai esaudito, anzi una notte di Natale, quando gli animali parlano e il passato ritorna per essere soffiato come vetro, ma &egrave; solo un istante e poi se ne va ancora e resta la nostalgia di qualcosa che non &egrave; stato. E scrivo con il &ldquo;tu&rdquo; anche se &egrave; passato del tempo, e quanto e quanto profondo e amaro, un oceano di erbe dure e amare, dai quindici anni trascorsi a difenderti da chi non era come te e non parlava la tua lingua, e il resto non ne parliamo, &egrave; stato come in quella poesia dove <em>lento il vagone se ne andava e ritornava la paura</em>, come in quel libro che non avrai letto ma ne sembri un personaggio: <em>ma mica so pi&ugrave; a chi scrivere, se ne sono andati tutti, si son cambiati l&rsquo;anima per tradir meglio, scordar meglio, parlar d&rsquo;altro</em>. Ma l&rsquo;orologio ticchetta sempre pi&ugrave; forte, cos&igrave; forte che potrebbe spezzarsi da un momento all'altro per la fine e cos&igrave; oggi alzo un bicchiere al tuo onore, al ricordo di quel che &egrave; stato, del tempo in cui eri un coro che cominciava non diciamo come, ma come finiva lo diciamo, e finiva cos&igrave;: &ldquo;<strong><em>Roberto Mancini &egrave; il grido di battaglia</em></strong>&rdquo;.<br /><br /><strong style="font-family: -apple-system, BlinkMacSystemFont, 'Segoe UI', Roboto, Oxygen, Ubuntu, Cantarell, 'Open Sans', 'Helvetica Neue', sans-serif;">Brindo a te, certamente, ma anche a un noi improprio</strong><span style="font-family: -apple-system, BlinkMacSystemFont, 'Segoe UI', Roboto, Oxygen, Ubuntu, Cantarell, 'Open Sans', 'Helvetica Neue', sans-serif;">, io tu noi tutti si diceva allora, per esempio brindo anche ai vecchi ragazzi di via Casaregis 27a cancello, a Gianni che allora diceva che essendo tu figlio di falegname secondo tradizione promettevi bene, a Bruno che non c'&egrave; pi&ugrave; e agli altri del &lsquo;Graffiti&rsquo;, c'eravamo tutti quel pomeriggio al secondo piano dei distinti, quando guardacaso andasti alla griglia dopo un gol, a prendertela con quello che aveva passato la partita a insultarti, dico la partita con l&rsquo;Udinese, e quel signore lo conoscevo bene, era delle mie parti, ci conoscevamo tutti perch&eacute; eravamo un piccolo mondo grande come il mondo, lo chiamavamo Wisniewski perch&eacute; somigliava a un calciatore visto qui molti anni prima, non ti poteva sopportare perch&eacute; pensava che non usassi davvero il tuo genio e forse un filo di ragione ce l&rsquo;aveva anche lui, ma ormai davvero tutto &egrave; in fondo al pozzo del tempo, anche Wisniewski, non il calciatore ma il nostro di Sestri, se n&rsquo;&egrave; andato in silenzio e senza dire niente a nessuno, non sappiamo nemmeno se si sia fatto disperdere davanti al porto o chiss&agrave;. L'avremmo salutato volentieri.<br /><br /></span><span style="font-family: -apple-system, BlinkMacSystemFont, 'Segoe UI', Roboto, Oxygen, Ubuntu, Cantarell, 'Open Sans', 'Helvetica Neue', sans-serif;"><strong>Sessant&rsquo;anni oggi; e ne sono passati quarantadue</strong> da quando eri il &lsquo;Bimbo&rsquo;, dono che Paolo Mantovani si era fatto per la promozione della Sampdoria in quell'estate 1982 in cui era bellissimo perdersi in quell'incantesimo, perch&eacute; <em>La Voce del Padrone</em> ne era stata la colonna sonora, over and over again. Eri arrivato per giocarti il posto con Chiorri e gi&agrave; questo era un indizio, e avresti segnato il tuo primo gol doriano nello stesso stadio dove Alviero, un anno e mezzo prima cio&egrave; cento secoli o pi&ugrave;, aveva acceso le luci di San Siro il giorno prima dell&rsquo;inaugurazione della primavera. Non sapevamo ancora cosa sarebbe stato di noi, di te, del Doria. E sarebbe stato pi&ugrave; di quanto avevamo osato desiderare, salvo appunto quella cosa da chiedere a Ges&ugrave; Bambino, una cicatrice che il tempo acuisce anzich&eacute; attenuare. Oggi viene da pensare: </span><em style="font-family: -apple-system, BlinkMacSystemFont, 'Segoe UI', Roboto, Oxygen, Ubuntu, Cantarell, 'Open Sans', 'Helvetica Neue', sans-serif;">c&rsquo;eravamo tanto amati</em><span style="font-family: -apple-system, BlinkMacSystemFont, 'Segoe UI', Roboto, Oxygen, Ubuntu, Cantarell, 'Open Sans', 'Helvetica Neue', sans-serif;">, come il titolo di quel film che di anni ne sta per compiere cinquanta, e che vive su due battute: &ldquo;</span><em style="font-family: -apple-system, BlinkMacSystemFont, 'Segoe UI', Roboto, Oxygen, Ubuntu, Cantarell, 'Open Sans', 'Helvetica Neue', sans-serif;">Il futuro &egrave; passato e non ce ne siamo accorti</em><span style="font-family: -apple-system, BlinkMacSystemFont, 'Segoe UI', Roboto, Oxygen, Ubuntu, Cantarell, 'Open Sans', 'Helvetica Neue', sans-serif;">&rdquo;, &ldquo;</span><em style="font-family: -apple-system, BlinkMacSystemFont, 'Segoe UI', Roboto, Oxygen, Ubuntu, Cantarell, 'Open Sans', 'Helvetica Neue', sans-serif;">Volevamo cambiare il mondo e il mondo ha cambiato noi</em><span style="font-family: -apple-system, BlinkMacSystemFont, 'Segoe UI', Roboto, Oxygen, Ubuntu, Cantarell, 'Open Sans', 'Helvetica Neue', sans-serif;">&rdquo;. Proprio cos&igrave;.<br /><br /></span><span style="font-family: -apple-system, BlinkMacSystemFont, 'Segoe UI', Roboto, Oxygen, Ubuntu, Cantarell, 'Open Sans', 'Helvetica Neue', sans-serif;"><strong>E&rsquo; stata una vertigine. Specie quando da Cremona era arrivato Topolino</strong>, cos&igrave; lo chiamavano, e non sapevi ancora che era tuo fratello. Da allora vi siete fermati soltanto per dirvi un primo addio, per&ograve; lo sembrava soltanto un addio, era un arrivederci e lo si sarebbe capito soltanto quando tutti e due eravate ormai quasi vecchi e l&rsquo;addio vero era ormai in arrivo, lo si sentiva dal vento di Londra, gelido anche in quella estate. Avreste meritato di invecchiare insieme, &egrave; davvero un peccato non sia avvenuto, quando perdi un fratello ti rimane poco anche di te stesso e non la parte pi&ugrave; importante, ti porterai sempre un&rsquo;ombra nello sguardo. Rimane il segreto di che cosa vi siate detti allora, che cosa non vi siate detti la volta prima, l&rsquo;ultima partita giocata insieme nella vostra squadra, con la vostra maglia cui avevate aggiunto il quinto colore, il verde. E due, adesso, diventavano le cose da cambiare, nella lista per Ges&ugrave; Bambino. La giovinezza era finita in un giro a tondo.<br /><br /></span><span style="font-family: -apple-system, BlinkMacSystemFont, 'Segoe UI', Roboto, Oxygen, Ubuntu, Cantarell, 'Open Sans', 'Helvetica Neue', sans-serif;"><strong>Che cosa raccontare di quel che tu non sappia, di quei quindici anni, e a te e a noi non rimorda?</strong> Le sconfitte le vittorie e le mie poesie. Una canzone di vecchi amanti, riusciti a invecchiare senza diventare adulti. I privilegi della giovinezza in una bottiglia sepolta sul ciglio di un burrone nel deserto. Un ultimo spettacolo nell&rsquo;incendio di Atlanta. In quell&rsquo;abbraccio a Wembley, in un Wembley cambiato rispetto a quello in cui avevi pensato bene a fine partita di andare dall&rsquo;arbitro a dirgli quel che si meritava, c&rsquo;era il senso di una fine. E di una riparazione che non riparava. Tu e lui siete stati come una canzone di Dylan: &ldquo;</span><em style="font-family: -apple-system, BlinkMacSystemFont, 'Segoe UI', Roboto, Oxygen, Ubuntu, Cantarell, 'Open Sans', 'Helvetica Neue', sans-serif;"><strong>My own version of you&rdquo;, &ldquo;La mia versione di te&rdquo;</strong></em><span style="font-family: -apple-system, BlinkMacSystemFont, 'Segoe UI', Roboto, Oxygen, Ubuntu, Cantarell, 'Open Sans', 'Helvetica Neue', sans-serif;">: &ldquo;</span><em style="font-family: -apple-system, BlinkMacSystemFont, 'Segoe UI', Roboto, Oxygen, Ubuntu, Cantarell, 'Open Sans', 'Helvetica Neue', sans-serif;">nell&rsquo;inverno del mio scontento vorrei che mi avessi portato con te, dovunque fossi andato&rdquo;</em><span style="font-family: -apple-system, BlinkMacSystemFont, 'Segoe UI', Roboto, Oxygen, Ubuntu, Cantarell, 'Open Sans', 'Helvetica Neue', sans-serif;">. E quasi tutti e tutte preferivano lui, bello e gentile e vincente e sempre pronto a fare i gol giusti al momento giusto, il capoclasse con dieci in condotta, mentre tu eri quello che prendeva s&igrave; quasi tutti dieci, come il numero che ti eri preso, ma in condotta aveva il voto pi&ugrave; basso perch&eacute; rispondevi ai professori e facevi i dispetti ai compagni, tipo la volta che volevi cambiare il nome allo stadio e l&rsquo;altra quando proponesti di aprire le griglie di Bergamo per far entrare i tifosi a parlare con l&rsquo;arbitro; eri cos&igrave;, lo sappiamo, per&ograve; quando cantavi sembrava carnevale. Ed era impossibile per noi immergenti, noi con fedi e ossa rotte, non parteggiare per te, perch&eacute; eri il genio indocile, l&rsquo;ala del turbine intelligente, l'angelo necessario di Rilke, della stessa famiglia di Mc Enroe che spaccava la sua Wilson Pro Staff di acero faggio e frassino, frassino come i paletti fatali ai vampiri, e Joe Strummer che scaraventava a terra la chitarra elettrica.</span></p>
<p class="p2"><span style="font-family: -apple-system, BlinkMacSystemFont, 'Segoe UI', Roboto, Oxygen, Ubuntu, Cantarell, 'Open Sans', 'Helvetica Neue', sans-serif;"><strong>Il boato dei gol &egrave; banale, la cosa sublime dei gol &egrave; il silenzio imposto a una dolente moltitudine</strong>. Come il silenzio di Oporto al Das Antas, quando ti eri inventato un gol al volo a citazione del 4-1 di Napoli, ma al San Paolo ti avevano applaudito e allora ti saluto silenzio. Ascoltare l&rsquo;assenza di suono come fondale di una felicit&agrave; perduta: questo accadde in riva all&rsquo;Atlantico, poco prima che ti prendesse la voglia di fuggire anche da te stesso, senza pi&ugrave; legarti all'albero della nave. &ldquo;T</span><em style="font-family: -apple-system, BlinkMacSystemFont, 'Segoe UI', Roboto, Oxygen, Ubuntu, Cantarell, 'Open Sans', 'Helvetica Neue', sans-serif;">o hell to all things that I used to be, Al diavolo tutte le cose che ero</em><span style="font-family: -apple-system, BlinkMacSystemFont, 'Segoe UI', Roboto, Oxygen, Ubuntu, Cantarell, 'Open Sans', 'Helvetica Neue', sans-serif;">&rdquo;, come nella canzone, pardon nel salmo di Dylan.</span></p>
<p class="p2"><span style="font-family: -apple-system, BlinkMacSystemFont, 'Segoe UI', Roboto, Oxygen, Ubuntu, Cantarell, 'Open Sans', 'Helvetica Neue', sans-serif;"><strong>Di questi sessant&rsquo;anni, che oggi festeggi, ne hai dedicato uno su quattro a fabbricare miracoli</strong> e meravigliare i viaggiatori, prima nel vecchio e poi nel nuovo stadio e da un angolo all&rsquo;altro degli ultimi giorni dell&rsquo;umanit&agrave;, da Lisbona al Circolo Polare. I numeri dicono solo in parte quel che la meraviglia illumina, l&rsquo;azione precedeva il pensiero come se il tuono arrivasse prima del lampo. Ma forse non pensavi, sentivi soltanto il richiamo di un istinto, la solitudine scintillante dei diamanti. E&rsquo; stato davvero bello vederti giocare, dare un senso a quel verbo che in inglese serve anche per &ldquo;suonare&rdquo;, e tu eccome se suonavi, come Leon Russell, Valentino Liberace e perfino l&rsquo;Apostolo Giovanni che aveva redatto il piano regolatore dell&rsquo;Apocalisse. Era jesino anche Giovanni Battista Pergolesi, che da un amore impossibile al conservatorio di Napoli per una novizia aveva distillato tutta la sofferenza del mondo nel suo &ldquo;Stabat Mater&rdquo;. Anche nelle tue giocate, a ben pensarci, c&rsquo;era tanta malinconia, quasi pensassi che ogni capolavoro ti sarebbe potuto riuscire meglio. Una preghiera a un dio assente.</span></p>
<p class="p2"><span style="font-family: -apple-system, BlinkMacSystemFont, 'Segoe UI', Roboto, Oxygen, Ubuntu, Cantarell, 'Open Sans', 'Helvetica Neue', sans-serif;"><strong>Per quindici anni ti si &egrave; voluto bene come a un fratello</strong>, ed &egrave; per questo che a te oggi si brinda. Perch&eacute; sotto sotto sei rimasto il Bimbo di allora, e meno male che &egrave; cos&igrave;. Eccessivo anche negli sbagli, ma non ci si poteva non bruciare al tuo fuoco, accecare al tuo sole senza ritrarne la vista. Guarda cos&rsquo;era la tua Sampdoria, guarda cos&rsquo;&egrave; oggi, un filo da riannodare, tu sei un sognatore e solo i sognatori sanno riannodare i fili del passato e con le trame perdute intessere nuovi sogni. E allora chiedilo a te stesso, Roberto, non serve Ges&ugrave; Bambino che ha altro da fare, forse, pensa al tuo fratello nel vento, e alla fine della canzone di Dylan: &ldquo;</span><em style="font-family: -apple-system, BlinkMacSystemFont, 'Segoe UI', Roboto, Oxygen, Ubuntu, Cantarell, 'Open Sans', 'Helvetica Neue', sans-serif;">I wanna bring someone to life, turn back the years, do it with laughter and do it with tears, voglio ridare vita a qualcuno, tornare indietro negli anni, farlo con le risate e con le lacrime</em><span style="font-family: -apple-system, BlinkMacSystemFont, 'Segoe UI', Roboto, Oxygen, Ubuntu, Cantarell, 'Open Sans', 'Helvetica Neue', sans-serif;">&rdquo;. Fra qualche giorno &egrave; Natale, non va bene e non va male, tanti auguri, torna presto e cos&igrave; sia.</span></p>
<p class="p2">&nbsp;</p>
<p class="p2">&nbsp;</p>]]></content:encoded>
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			<title><![CDATA[Stadio Ferraris: ma perché bisogna proprio rifarlo a Marassi?]]></title>
			<link>https://telenord.it/stadio-ferraris-ma-perche-bisogna-proprio-rifarlo-a-marassi-79137</link>
			<dc:creator><![CDATA[Stefano Rissetto]]></dc:creator>
						<category><![CDATA[Piccoli Equivoci Senza Importanza]]></category>
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			<description><![CDATA[Pari pari a quella facezia in cui l'avventore chiede una coppetta al limone, il gelataio risponde 'limone finito', allora il cliente insiste 'allora mi dia un cono al limone'?...]]></description>
			<pubDate>Thu, 17 Oct 2024 13:30:00 +0200</pubDate>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Pari pari a quella facezia</strong> in cui l'avventore chiede una coppetta al limone, il gelataio risponde 'limone finito', allora il cliente insiste 'allora mi dia un cono al limone'? Ecco. Perseverare, si sa, &egrave; materia demoniaca; ed &egrave; proprio quello che si sta facendo, per l'ennesimo dibattito sullo stadio di Genova.</p>
<p><strong>Tra stroboscopiche promesse</strong> riecheggianti l'arcivernice del professor Lambicchi, si &egrave; persa di vista la soluzione forse non la migliore, probabilmente la meno peggiore: tutti sdottoreggiano infatti di come rifare il Ferraris esattamente l&agrave; dove sorge adesso; nessuno ormai quasi pi&ugrave; sostiene che uno stadio nuovo dovrebbe essere nuovo in tutto, ubicazione compresa.</p>
<p><strong>Tocca tornare indietro</strong>, perch&eacute; chi non conosce la storia &egrave; condannato a ripeterne gli errori. E tutto nasce da un errore, con sospetto di venature dolose. Quando l'Italia si era vista assegnare il Mondiale 1990, con relativa pioggia di finanziamenti nei tempi che Berta filava e il debito pubblico non era un problema di chi governava, a Bari e Torino e Trieste (sede poi scartata a favore di Udine) mica demolirono lo stadio vecchio: se li tennero stretti, sono infatti ancora in piedi, e ne fecero uno nuovo da un'altra parte. Nel tempo anche a Messina, ai tempi della A, mica lo hanno buttato gi&ugrave; il Celeste, quando hanno costruito il Franco Scoglio da 45mila posti. Idem a Reggio Emilia, Padova, Salerno, Ancona, Perugia; perfino a San Benedetto del Tronto il vecchio Fratelli Ballarin l'hanno buttato gi&ugrave; solo adesso. Quasi dappertutto, dove hanno avuto la possibilit&agrave; di farne uno nuovo, hanno lasciato in piedi quello vecchio, casomai potesse servire ancora per altri sport oppure per i concerti, e hanno trovato un'altra area per quello da edificare.</p>
<p><strong>Qui no, qui ci credevamo pi&ugrave; furbi</strong> e pur potendoci fare un altro stadio a spese della fiscalit&agrave; generale, e con due squadre non sarebbe stata una brutta idea, si scelse di fare del Ferraris un bieco cantiere biennale a capienza dimezzata, con relativi disagi agonistici. Perch&eacute;? Lo stadio non era n&eacute; brutto (molti lo rimpiangono, anche se diminuiscono di anno in anno quelli che lo frequentarono) n&eacute; vecchio: Torino (data di costruzione 1933, come quello del Livorno che ci ha giocato in A fino al 2014), Bologna (1927), Fiorentina (1931) e Catania (1937) giocano tuttora in impianti coetanei o addirittura pi&ugrave; anziani di quello distrutto a Genova nel 1987.</p>
<p><strong>Non c'erano posti dove farne un altro?</strong> C'era ancora per esempio piazzale Kennedy, dove inutilmente negli anni Settanta il lungimirante presidente del Genoa Renzo Fossati, di mestiere costruttore, aveva proposto al Comune di farne uno nuovo, a sue spese, in cambio dell'area di Marassi previo cambio di destinazione d'uso. A volerla davvero individuare, l'area si sarebbe trovata, magari con la stessa fantasia con cui, per non perdere i finanziamenti specifici, si trasform&ograve; la vecchia galleria del tranvai a Di Negro nella metropolitana allora pi&ugrave; corta del mondo. Durante il Mondiale i tifosi inglesi diretti a Torino sbarcavano dai traghetti dalla Sardegna, vedevano la palina con la "M" rossa, dicevano "wonderful, ora giriamo la citt&agrave;", salivano e in due minuti si trovavano a Certosa e fine del divertimento.</p>
<p><strong>Ma passiamo al presente.</strong> Chi si accanisce sul dogma di Marassi &egrave; come il cliente che continua a chiedere il gelato al limone malgrado sia finito e pensa che il problema sia il contenitore. Un dogma, quello della perpetuit&agrave; dell'ubicazione marassina, coltivato in verit&agrave; pi&ugrave; sulla sponda rossobl&ugrave; che su quella blucerchiata e solo a partire dal 2002, quando un'improvvida quanto inaccettabile dichiarazione ("Demoliremo Marassi e il Genoa verr&agrave; a giocare in affitto nel nostro nuovo impianto"), proveniente dai vertici della Sampdoria, aveva giustamente radicalizzato la tifoseria genoana in un'intransigenza del tutto condivisibile; ma quel legittimo, sacrosanto moto di orgoglio fin&igrave; per sclerotizzarsi non senza aspetti contraddittori. Chi aveva infatti davvero a cuore la storia avrebbe dovuto battersi a suo tempo per difendere non gi&agrave; la semplice ubicazione topografica, come avviene dal 2002, ma proprio lo stadio storico, cancellato invece nel 1987 senza che alcuno avesse niente da obiettare. Chi scrive, uno dei giorni in cui stavano buttando gi&ugrave; con la palla di ferro la gradinata dove era stato bambino e ragazzo, si intrufol&ograve; nel cantiere a prendersi un pezzo di quel cemento, il sottofondo era "<strong><em>Piccon dagghe cianin</em></strong>" e non credo di essere stato, tra i genoani e i sampdoriani, il solo a farlo.</p>
<p><strong>Da allora, oltretutto, sono cominciati i guai.</strong> Forse perch&eacute; il nuovo stadio &egrave; nato male, su un progetto corretto in corsa pi&ugrave; volte e revisionato da allora con cadenza costante, a partire dal grottesco rialzo del terreno per ovviare all'assenza assoluta di visuale dagli angoli bassi degli spalti. Si disse che l'architetto Vittorio Gregotti avesse adattato alla bisogna un preesistente progetto per lo stadio di Nimes, in Francia; a guardare le foto, in effetti, il dubbio viene.</p>
<p><strong>Snerverebbe l'elenco delle sventure</strong> patite dal giorno (1 novembre 1989, Sampdoria-Borussia Dortmund di Coppa delle Coppe), della definitiva entrata in funzione del nuovo Ferraris. Che &egrave; invecchiato molto presto, malgrado le ricorrenti iniezioni di botox. Perci&ograve; rigenerarlo, o anche rifarlo integralmente, nello stesso posto non far&agrave; che prolungare il gioco dell'oca: per l'angustia degli spazi urbanistici, per la collocazione accanto a un corso d'acqua problematico, per tutto quello che sappiamo. Infatti ogni tanto si dice "spostare il carcere" come se quella fosse la pietra filosofale, ma il Bisagno non puoi spostarlo e nemmeno i palazzi di corso De Stefanis e via Casata Centuriona; non puoi fare i "diradamenti", tipo Borgo Pio o Parigi del barone Haussmann, che darebbero respiro all'eventuale nuovo Ferraris. Quindi il nuovo o rinnovato impianto potresti farlo disegnare anche da Gucci, con gli arredi di Dolce &amp; Gabbana, i seggiolini da progetto di Enzo Mari, ma tempo due o tre partite e saremmo daccapo.</p>
<p><strong>Perch&eacute; nessuno pi&ugrave; propone</strong> di farne uno da tutt'altra parte, che sarebbe la cosa migliore e pi&ugrave; ragionevole, una soluzione che converrebbe a tutti? Perch&eacute; il solo parlarne sembra un sacrilegio o una velleit&agrave; da acchiappanuvole? Se il problema &egrave; il nome, Luigi Ferraris &egrave; un caduto della Grande Guerra e sarebbe folle cancellarne la memoria che appartiene a tutti. Rimosso questo increscioso equivoco, parliamone. Uno stadio prende meno spazio di un aeroporto. E siamo pur sempre nella citt&agrave; che, quando aveva voluto dotarsi di un aeroporto, se l'era andato a costruire in mare.</p>]]></content:encoded>
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		</item>
				<item>
			<title><![CDATA[C'era una volta un voltino e non c'è più]]></title>
			<link>https://telenord.it/c-era-una-volta-un-voltino-e-non-c-e-piu-76533</link>
			<dc:creator><![CDATA[Stefano Rissetto]]></dc:creator>
						<category><![CDATA[Piccoli Equivoci Senza Importanza]]></category>
						<guid isPermaLink="true">https://telenord.it/c-era-una-volta-un-voltino-e-non-c-e-piu-76533</guid>
			<description><![CDATA[C'era una volta un voltino. Sembra una fiaba e non lo &egrave; pi&ugrave;. Da oggi &egrave; cambiata per sempre, diciamo pure che non c'&egrave; pi&ugrave;, la costruzione...]]></description>
			<pubDate>Fri, 09 Aug 2024 13:20:00 +0200</pubDate>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>C'era una volta un voltino</strong>. Sembra una fiaba e non lo &egrave; pi&ugrave;. Da oggi &egrave; cambiata per sempre, diciamo pure che non c'&egrave; pi&ugrave;, la costruzione pi&ugrave; strana forse del mondo, di certo della Liguria in un entroterra dove basta poco per dimenticarsi del mare: quella specie di castello incantato che a Borgonovo Ligure presidiava il bivio tra la Val d'Aveto e la Val Mogliana, ovvero le strade per Santo Stefano d'Aveto e per il passo del Bocco. Il "tetto" &egrave; stato rimosso, alla Soprintendenza piacendo verr&agrave; presto demolita anche la parte esterna e finalmente la sede stradale potr&agrave; essere allargata.</p>
<p><strong>Il cuore ha ragioni che la ragione non conosce</strong>, ma stavolta diciamo: la viabilit&agrave; ha ragioni che il cuore non conosce. Tutti siamo passati l&igrave; sotto, impossibile contare quante volte, ogni volta chiedendoci chi ci abitasse, chi ci avesse vissuto, perch&eacute; quello strano edificio fosse stato costruito, da chi e perch&eacute; proprio l&igrave;. Un vecchio dagherrotipo racconta che il voltino stava l&igrave; da fine Ottocento, la strada per Parma era stata inaugurata nel 1878.</p>
<p><strong>Il tempo fugge e il piccone non picchia piano</strong>. Cos&igrave; in pochi colpi di demolizione controllata se ne va un po' del nostro tempo migliore, si dileguano i migliori anni della nostra vita. Per quasi tutti quel voltino era giustamente un fastidio, complicava l'andirivieni da e per zone assai popolate. Per qualcuno era invece un suggestivo fermacarte della nostalgia. Segnava infatti il punto in cui la strada cominciava davvero a salire, per il ciclista avviato al "giro delle tre province", tre province (Genova, Parma, La Spezia e ancora Genova) e tre salite (Bocco, Cento Croci e Velva) per un centotrenta/centoquaranta chilometri quasi tutti ascesa e discesa, con tanto di un santuario e poche tregue pianeggianti. Dal voltino in poi occorreva scalare rapporto, scendere di corona, affrontare il primo tratto di ascesa per un rettilineo non modesto, lungo un passo tutto sommato dolce ma interminabile, specie nel tratto dopo Montemoggio. Insomma, cominciava la parte faticosa, lo strappo precedente di Terrarossa non contava. Era un apprendistato morale pi&ugrave; che sportivo: il ciclismo &egrave; la forma pi&ugrave; fertile di solitudine.</p>
<p><strong>Quando la scorsa estate avevano cominciato a cadere calcinacci dal voltino</strong>, e la strada era rimasta chiusa per alcuni giorni costringendo i viandanti, a motore o a pedali, a deviazioni estenuanti, si comprese che il destino del maniero fatato era segnato. E allora i melanconici, pensando a se stessi pi&ugrave; che a quell'irripetibile edificio, presero a sperare che accadesse qualcosa, che venisse trovato il modo di restaurarlo, di salvarlo forse, di smontarlo e ricostruirlo tale e quale, perch&eacute; no?, poco distante. In alcuni casi, come all'imbocco della Val Graveglia dal Settembrin (tra i pochi casi di locale divenuto elemento toponomastico) a Santa Lucia, la costruzione di una variante con tanto di ponti ad arco, indispensabile per i mezzi pesanti, aveva lasciato intatta la vecchia provinciale, pi&ugrave; volte corretta sia in piano che quasi ad Arzeno, dove il vecchio ponticello sopravvive accanto a quello di accesso al paese. Qui non si &egrave; pensato a tutelare quel che per qualcuno era diventato oggetto di affezione, realizzando una diversione stradale che lo lasciasse intatto. Niente, cadeva a pezzi, in alcuni casi non si trovavano neppure i proprietari degli appartamenti ormai disabitati, perch&eacute; dove c'&egrave; un castello ci sono anche i fantasmi, cos&igrave; come poche centinaia di metri pi&ugrave; a valle c'era una trattoria con un leone, un leone vero in gabbia. Cos&igrave; si &egrave; compiuto il destino di tutto: sgretolarsi, da s&eacute; o per agenti esterni.</p>
<p><strong>Sono scomparsi, affondati nell'erba, anche i vecchi paracarri di granito</strong> che scandivano, in numeri romani, l'ascesa al valico ligure-emiliano, sostituiti da cartelli sospesi, che puntigliosi hanno aggiunto 600 metri ai 15 chilometri gi&agrave; bastanti. Verr&agrave; presto l'inverno su quella cima e la neve e la brina, e poi un'altra estate di miraggi da calura. Il tempo si &egrave; inceppato, fa sempre lo stesso verso, spettri e belle addormentate svaniscono in una memoria che si sfolla, i porcospini s'abbeverano a un filo di piet&agrave;.</p>]]></content:encoded>
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		</item>
				<item>
			<title><![CDATA[Caso Toti, quella poltrona vuota nel giorno del giudizio]]></title>
			<link>https://telenord.it/caso-toti-quella-poltrona-vuota-nel-giorno-del-giudizio-72497</link>
			<dc:creator><![CDATA[Stefano Rissetto]]></dc:creator>
						<category><![CDATA[Piccoli Equivoci Senza Importanza]]></category>
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			<description><![CDATA[C'&egrave; troppo nulla qui. E' nella poltrona vuota, pi&ugrave; grande delle altre e oggi per questo pi&ugrave; risonante, al centro dei banchi della giunta, il segno del peso,...]]></description>
			<pubDate>Tue, 14 May 2024 10:40:00 +0200</pubDate>
			<content:encoded><![CDATA[<p>C'&egrave; troppo nulla qui. E' nella poltrona vuota, pi&ugrave; grande delle altre e oggi per questo pi&ugrave; risonante, al centro dei banchi della giunta, il segno del peso, antropologico ancor prima che politico, di un'assenza. Non c'&egrave; qui proprio nulla del sacro smarrimento che al venerd&igrave; santo incombe sul credente, di fronte alllo spettacolo muto del tabernacolo disabitato. Il terrore che anche il Creatore non risponda pi&ugrave; e al suo posto intervenga la voce metallica di una surreale segreteria telefonica. Questa &egrave; piuttosto la versione caricaturale della <em>Classe Morta</em> di Tadeusz Kantor, un presepio di gesso precipitato nel pozzo del tempo: parlano parlano parlano, tutti scontati e predefiniti come rulli perforati di una partitura per pianola meccanica. Parlano e dicono poco, forse niente. Dal pubblico all'improvviso alzano cartelli con l'invito a dimettersi, rivolto al convitato di pietra di questa seduta che presto assume tonalit&agrave; da processo in contumacia. E' il solo refolo di vento in una recita senza sorprese. Ma i cittadini, li ho contati, non sono che diciotto e uno di loro &egrave; un assessore comunale. Scivolano parti del discorso, mozziconi di slogan ormai pavloviani, nell'impressione crescente di un teatro nel teatro, con attori ormai esacerbati dall'ulcerante ripetizione del detto, giunti a fine tourn&egrave;e, le parole ancora come abiti di scena, tra valigie e cappelliere e la gabbia del cocorito ammaestrato.</p>
<p>Lo spazio per il pubblico &egrave; molto diverso e pi&ugrave; ridotto da quando la sala era verde, rovinosamente colonizzata da una moquette acarivora. Siamo noi della compunta filodrammatica dell'informazione a far da cuscinetto anche fisico tra eletti ed elettori, in un silenzio interpolato dagli scatti automatici delle Nikon, rumori sommessi quasi da mondo degli insetti. Drammatico e grottesco &egrave; che nessuno davvero ascolti gli oratori, sembra la versione ultramoderna delle "feste di piazza" di Patrizio Trampetti cantate da Bennato: "sale sul palco il numero 24 della lista che per far presa sulla folla continua a ripetere '&egrave; ora di finirla adesso basta'". E di 'vuoti a perdere mentali abbandonati dalla gente" ce ne sono e sfuggono e si dileguano, mentre tra cronisti ci si contende le prese elettriche, in questo novissimo servaggio della connessione che salta e danza e balbetta.</p>
<p>Favola delle cose ultime, viene in mente anche questo altro titolo, per raccontare quello che non si riesce a descrivere: il senso di una fine. Cos&igrave; come ci si rende conto che neppure questa sarebbe una fine. La politica sembrava pi&ugrave; 'nature', trent'anni fa o gi&ugrave; di l&igrave;. Non portavamo eskimi innocenti, erano gi&agrave; passati di stile quando ci si era illusi che una societ&agrave; civile monda e incorrotta potesse sostituirsi a un ceto politico infradiciato dalla corruttela. Ne abbiam viste tante di regine andar sull'altro marciapiedi, al sole e poi all'ombra, ombra e sole &egrave; sempre cos&igrave;: e siamo di nuovo qui, con canestri di parole nuove a calpestare nuove aiuole. E' una stanchezza generale, noi che guardiamo e loro che interpretano una parte, perch&eacute; sappiamo che &egrave; gi&agrave; accaduto e che ancora accadr&agrave;.</p>
<p>Il Novecento ci ha lasciato incertezze ineffabili su meccanismi che davamo per sacerrimi, dal suffragio universale al principio maggioritario: congegni che hanno drammaticamente fallito, perch&eacute; il teorema di Pitagora &egrave; quello e stop e non si mette ai voti, ma gli altri sono evidentemente peggio. E siccome Darwin e Marx non vanno insieme, perch&eacute; il peccato originale rimosso ritorna, nella visione di quella fratellanza universale tra i buoni (Marx) sconfessata dalla desolante certezza che tra gli animali sopravvivono quelli pi&ugrave; duttili e soprattutto feroci (Darwin), ecco che ben sappiamo come noi o altri ci ritroveremo, in questa e in altre sale, ad ascoltare vocaboli ormai sfilacciati: corruzione, dimissioni, mazzette, elezioni, nell'eterno ritorno del sempre uguale.</p>
<p>L'aula ha qualcosa di teatrale, ma la malizia rimanda a un teatro anatomico, con gli studenti di medicina a precipizio a osservare la dissezione didattica. Al centro del vuoto della sala c'&egrave; infatti, miniato a marmo, il controverso 'lucchettone' su cui nessuno in questi giorni ha ironizzato. Ma siccome a teatro, inteso come sala di spettacolo, ci sono appunto i colpi di teatro, uno sceneggiatore ingegnoso farebbe entrare il Grande Assente dal fondo della sala, come entrano il Padre e la Figliastra e tutti gli altri nei <em>Sei Personaggi</em>, oppure Villaggio alla Corte nel <em>Delirio di un povero vecchio</em> quando prese a scorticare a tradimento gli amici di giovent&ugrave;, fossero diventati industriali o appunto gazzettieri. E che entrasse dunque, prendendo posto su quella poltrona lasciata vuota. Sarebbe stato il solo modo di ravvivare una mattinata che sferraglia inerte, mentre dall'altra parte di via Venti, nel vecchio ospedale incamiciato in una delirante gabbia di vetrocemento, uomini in cappa nera compulsano carte e ancora carte, sono loro che hanno sollevato la pietra di fiume e sotto c'erano le bisce. Se la questione fosse stata definita con un 'semplice' avviso di garanzia, il Grande Assente avrebbe trasformato questo teatro anatomico, oppure palcoscenico, in un quadrato con le corde. Sarebbe stato qui e pu&ograve; darsi abbia modo di tornarvi, per consumare un monologo di contenuto insondabile: un rilancio neocraxiano, una pavana fuori contesto, una chiamata agli eletti e agli elettori.</p>
<p>Protagonista di tutto quel che stamattina non accade &egrave; il Tempo. Gli uni dicono che &egrave; finito, gli altri ne chiedono ancora, sui due maxischermi le parole dei figuranti vengono contrappuntate da un conto alla rovescia che ne incalza la retorica. E' come se si sentisse il rumore di una clessidra e le clessidre non fanno rumore.</p>
<p>Il vero dramma &egrave; che ci si abitua a tutto. I secondi e i minuti sgocciolano, uguali almeno questi per tutti. Lass&ugrave; in alto a destra, sulla parete convessa e zigrinata che evoca l'Olimpia, uno dei tanti cinematografi che furono, gioiello ipogeo nel Palazzo della Borsa, lass&ugrave; accanto alle bandiere, sopra lo scranno di uno dei vicepresidenti anch'egli annoiato, sta il Nazareno in croce, da duemila anni, quasi cromaticamente confuso con il legno. Quando quest'aula era verde lo avevano tolto, ce lo hanno rimesso, forse lo leveranno di nuovo. A suo modo, anch'egli un fossile in un mondo dimentico. Se tornasse ci prenderebbe a sberle, diceva Jannacci, ma avremmo tanto bisogno di una sua carezza.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>]]></content:encoded>
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		</item>
				<item>
			<title><![CDATA[C'era una volta il mito della par condicio]]></title>
			<link>https://telenord.it/c-era-una-volta-il-mito-della-par-condicio-71607</link>
			<dc:creator><![CDATA[Stefano Rissetto]]></dc:creator>
						<category><![CDATA[Piccoli Equivoci Senza Importanza]]></category>
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			<description><![CDATA[E' tornata la par condicio. Fino alla consumazione delle Europee, i palinsesti televisivi soggiaceranno nuovamente a una normativa del 2000, che aggiornava una precedente legge...]]></description>
			<pubDate>Thu, 25 Apr 2024 21:05:00 +0200</pubDate>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>E' tornata la par condicio</strong>. Fino alla consumazione delle Europee, i palinsesti televisivi soggiaceranno nuovamente a una normativa del 2000, che aggiornava una precedente legge del 1993.</p>
<p>Entrambi i provvedimenti erano stati approvati <strong>sul finire di una legislatura</strong>, da maggioranze parlamentari esplicitamente non disinteressate a depotenziare, se non sterilizzare, la portata mediatica di un personaggio che nel primo caso stava per entrare in politica e nel secondo voleva riconquistare Palazzo Chigi. Silvio Berlusconi, naturalmente.</p>
<p><strong>Ma &egrave; poi cos&igrave; vero che la televisione influenza i telespettatori, o meglio gli elettori?</strong> L'equazione &ldquo;Berlusconi proprietario di tre reti = Berlusconi pifferaio magico di buona parte degli italiani&rdquo; non tiene conto del vero fattore decisivo per le elezioni dal 1994 in poi. Che non riguarda la tv, ma l'aritmetica politica.</p>
<p><strong>Fino a trent'anni fa, in Italia le consultazioni erano scalene, diseguali, matematicamente imperfette, perch&eacute; condizionate da due premesse vincolanti</strong>. C'erano due partiti legittimi, con molti iscritti e molte sedi, che partecipavano regolarmente alle elezioni, ma non avrebbero mai potuto far parte di una maggioranza e quindi di un governo, a meno di non ottenere il 51% dei voti. Erano il <strong>PCI</strong> che, dopo l'esperimento frontista del 1948, si era votato a un ruolo di opposizione testimoniale; e il <strong>MSI</strong> dei reduci saloini. Il primo era legato all'URSS, il secondo al fascismo sconfitto.</p>
<p>Il PCI veniva votato da un elettore su quattro, a volte tre; ma in un'Italia che ospitava il Vaticano e attentamente sorvegliata da Washington, in tempi di guerra fredda, non tocc&ograve; mai palla. A sua volta il MSI contava su un 5% stabile, salito a volte fino al 9% e sopravvissuto alla scissione parlamentare di Democrazia Nazionale nel 1977, ma di fatto anche quei voti erano irrilevanti, nessun altro partito o coalizione avrebbe potuto contabilizzarli per costruire una maggioranza: disdegnati sia dal PCI, e questo era ovvio, che dalla DC e satelliti. Con due eccezioni: la formazione del governo Tambroni e l'elezione di Leone al Quirinale.</p>
<p><strong>Berlusconi non us&ograve; tanto le tv, quanto il suo pragmatismo imprenditoriale per vincere le elezioni</strong>. Certo, premette l'acceleratore sulla paura del comunismo, anzi dei comunisti; ma soprattutto fece in modo di poter finalmente utilizzare quel <strong>pacchetto di voti &ldquo;fantasma&rdquo;</strong>: il MSI si trasform&ograve; in AN, con l'innesto di alcuni esponenti eterodossi, e quei suoi voti finalmente utilizzabili furono importanti, se non determinanti, per l'esito del voto del 27 marzo, con il supplemento di machiavellismo tattico della neonata Forza Italia alleata con la Lega al Nord e con Alleanza Nazionale al Sud. Il gioco fu tutto qui, le televisioni c'entravano poco o niente.</p>
<p><strong>Anche perch&eacute; la presunta forza persuasiva elettorale delle tv</strong> non spiega quasi tutto il sillabario politico a venire, a partire da Berlusconi che, pur avendo tre reti private e il controllo indiretto delle altre tre pubbliche, <strong>perde le elezioni del 1996 cos&igrave; come quelle del 2006 senza vincere quelle del 2013</strong>. Ma soprattutto i veri fatti politici rilevanti degli ultimi decenni sono nati e cresciuti, fino a piantare la bandiera su Palazzo Chigi, <strong>a prescindere dal favore del sistema televisivo se non addirittura nell'ostilit&agrave; attiva del medesimo</strong>, per lo meno da quello di parte pubblica: <strong>la Lega, il Movimento 5 Stelle, Giorgia Meloni. Tutti fenomeni nati e cresciuti senza, se non contro, il sistema televisivo</strong>.</p>
<p>Per molto tempo la Lega non ebbe spazio in televisione, se non per essere rappresentata come un pittoresco fatto di folklore. Grillo e i suoi seguaci vinsero clamorosamente elezioni europee e politiche senza mai apparire in video. La prima donna presidente del Consiglio &egrave; arrivata a Palazzo Chigi senza avere neppure un rappresentante nel CdA dell'azienda di Stato.</p>
<p><strong>Inoltre la par condicio pu&ograve; essere tranquillamente elusa</strong>, come abbiamo visto nei decenni. Basta che il messaggio politico pi&ugrave; o meno chiaro, se non lo slogan elettorale, sia affidato surrettiziamente a un programma di approfondimento anche di cronaca nera: oppure a un personaggio pubblico (cantanti, attori, registi, sportivi) sprovvisto di codice a barre di partito.</p>
<p>In definitiva, la par condicio &egrave; soprattutto irrispettosa nei confronti degli italiani. Perch&eacute; li considera un po' come bambinoni mal cresciuti, facilmente abbindolabili, che vanno protetti da se stessi, secondo una visione pedagogica propria di altre normazioni che in questo caso i fatti sistematicamente smentiscono.</p>
<p><strong>La par condicio &egrave; soprattutto uno dei fossili di un tempo svanito</strong>. Berlusconi non c'&egrave; pi&ugrave;, le reti nazionali sono molte pi&ugrave; di sei, non c'&egrave; pi&ugrave; nemmeno Umberto Eco che alla vigilia delle elezioni del 2001, proprio sul tema dello strapotere mediatico del Cavaliere, vedeva all'orizzonte &ldquo;l'instaurazione di un regime&rdquo; avvertendo che quelle sarebbero state le ultime elezioni libere, se non le ultime proprio. Berlusconi vinse quelle elezioni, permise per&ograve; e quindi perse quelle successive, quindi non c'&egrave; stato regime e siamo ancora tutti qui. Come, &egrave; un altro discorso.</p>]]></content:encoded>
							<media:content url="https://telenord.it/img/uploads/2024/04/articolo-71607/230_berlusconi.jpg" type="image/jpeg"/>
				
		</item>
				<item>
			<title><![CDATA[Genova, grandi opere: dal passato del “va bene tutto” al presente dei “no”]]></title>
			<link>https://telenord.it/genova-grandi-opere-dal-passato-del-va-bene-tutto-al-presente-dei-no-70358</link>
			<dc:creator><![CDATA[Stefano Rissetto]]></dc:creator>
						<category><![CDATA[Piccoli Equivoci Senza Importanza]]></category>
						<guid isPermaLink="true">https://telenord.it/genova-grandi-opere-dal-passato-del-va-bene-tutto-al-presente-dei-no-70358</guid>
			<description><![CDATA[In cima alla Lanterna ci starebbe bene un casco giallo, ma quasi sarebbe meglio non scriverlo perch&eacute; magari ce lo mettono davvero. Mai come adesso, infatti, Genova...]]></description>
			<pubDate>Tue, 02 Apr 2024 16:10:00 +0200</pubDate>
			<content:encoded><![CDATA[<p><span style="font-size: large;"><strong>In cima alla Lanterna ci starebbe bene un casco giallo</strong>, ma quasi sarebbe meglio non scriverlo perch&eacute; magari ce lo mettono davvero. Mai come adesso, infatti, Genova &egrave; un cantiere totale. Diga, terzo valico, nodo ferroviario, tunnel subportuale, nuova Fiera e Kennedy, prolungamento della metropolitana e riqualificazione di aree industriali dismesse sono in corso; altre iniziative come funivia dei Forti, tram sopraelevato, nuovo stadio e perfino secondo forno crematorio si trovano ancora in fase progettuale.<br /><br /></span><span style="font-size: large;"><strong>Tutte queste opere, strutturalmente differenti, sono accomunate da un immancabile registro corale</strong>: il controcanto dei comitati di protesta contro la realizzazione. Non c'&egrave; novit&agrave; all'orizzonte che non attragga, quasi seguendo la terza legge di Newton, un'immediata opposizione di piazza. Allora non &egrave; ozioso rifarci alla storia, recente o meno, di una Genova altre volte trasformata, nel silenzio o quasi per&ograve;.</span><span style="font-size: large;"><br /></span></p>
<p><span style="font-size: large;"><strong>Di certo non ci fu opposizione alcuna,</strong> quando il Mercato dei Fiori di Brignole, gioiello di scuola razionalista, fu raso al suolo per lasciar posto a uno sgradevole cubo di Rubik in attuazione, sede di una filiale bancaria. Codesto istrice di vetrocemento si affianca ai palazzoni che oggi sembrano giganteschi iPad, ma che alla fine degli anni Ottanta avevano sostituito Corte Lambruschini, anche allora senza che alcuno dicesse n&eacute; a n&eacute; ba. Come indica il toponimo, si trattava di un suggestivo edificio quadrangolare a corte, di non minimo valore storico-architettonico, ultimo rimasto in citt&agrave;. Pi&ugrave; o meno nello stesso periodo, venne distrutto lo storico stadio Luigi Ferraris edificato a pi&ugrave; riprese nei decenni, per sostituirlo in due tempi con uno del tutto nuovo: neppure in questo caso si registrarono malumori.</span></p>
<p><span style="font-size: large;"><strong>Ecco, nei tre casi appena citati, il vecchio era incomparabilmente pi&ugrave; bello del nuovo</strong>. Altrettanto potrebbe dirsi della caserma dei vigili del fuoco di corso Quadrio (nella foto, il video della demolizione realizzato dallo stesso corpo dei VVFF), oggi sostituita da un quasi nulla; della conceria Bocciardo di Marassi, preclaro esempio di archeologia industriale, rimpiazzata da un falansterio scolastico di desolante, inesorabile bruttezza.</span></p>
<p><span style="font-size: large;"><strong>Tra gli esperti di storia locale, si stigmatizzer&agrave; all'infinito il &ldquo;diradamento&rdquo; lineare</strong> che a Madre di Dio fece polvere di un quartiere storico, casa natale di Niccol&ograve; Paganini compresa, per inscenare un festival del brutalismo architettonico oggi sede degli uffici regionali, tristamente affacciato sui &ldquo;giardini di plastica&rdquo; e basta la parola. Un &ldquo;diradamento&rdquo; di cui da tempo si parla a proposito della zona di Pr&egrave; e di altri siti critici della citt&agrave; vecchia ma che, visto il primo esperimento, converrebbe non replicare. Di tanto scempio, perch&eacute; tale fu, resta Piccon dagghe cianin, solo una canzone. Quel misfatto collega sociologicamente lo svuotamento del centro storico, poi riempito da quel che capitava perch&eacute; la natura detesta il vacuo, alla febbrile costruzione sulle alture di dighe e lavatrici e altri scatoloni isolati da tutto come manicomiali fortezze Bastiani; reperti di anatomia patologica sociourbanistica che Guido Ceronetti, vedendoli dal finestrino di uno dei tanti treni del suo &ldquo;Viaggio in Italia&rdquo; (Einaudi, 1983, ristampa 2014), aveva cristallizzato nell'ergastolo della definizione &ldquo;Termitai per disperati&rdquo;.</span></p>
<p><span style="font-size: large;"><strong>E veniamo alla Sopraelevata</strong>. Oggi si dibatte se conservarla, ai tempi della costruzione per&ograve; venne fatta senza troppi discorsi. Eppure c'entrava davvero poco, molto poco col contesto, segnandone una perpetua cesura; un isolato visionario aveva proposto in alternativa un ponte sospeso sull'arco portuale, ma quell'ipotesi fece la fine dei progetti futuribili di Renzo Picasso, dal grattacielo della pace che avrebbe dovuto torreggiare dalle parti della rotonda di Carignano alla metropolitana a quattro binari sotto via XX Settembre. A proposito, vero che a Genova non si butta via niente, ma quando via Giulia divenne l'attuale via centrale intitolata alla data della breccia di Porta Pia, altre due porte, Porta Santo Stefano e Porta Pila, non vennero semplicemente demolite ma trasferite in modo assai bizzarro, la prima a ridosso del Galliera e la seconda a sovrastare il muraglione nord della stazione Brignole.</span></p>
<p><span style="font-size: large;"><strong>Perch&eacute; allora nessuno o quasi si opponeva al piccone</strong>, come oggi avviene quasi in automatico? Forse per una meno diffusa coscienza civile e partecipativa? Oppure per un ordine diverso delle priorit&agrave;, talch&eacute; subito dopo la guerra per esempio era meglio sanare comunque le ferite in modo rapido, piuttosto che farlo al meglio, come dimostra l'opprimente moloch di cemento armato a Caricamento, che torvo sovrasta il monumento a Rubattino e che sembra la traduzione edilizia al celebre titolo di Chatwin. &ldquo;Che ci faccio qui?&rdquo;.</span></p>
<p><span style="font-size: large;"><strong>Prendiamo infine il cuore del cuore della citt&agrave;</strong>. La fontana a De Ferrari, che pure essa stessa non fu una grande trovata urbanistica, perch&eacute; occupandone il centro priva la citt&agrave; della piena agibilit&agrave; della sua piazza centrale, aveva un senso estetico prima del G8 ma divenne un'altra ccosa on l'installazione della cornice, con relativi zampilli aggiuntivi a cottimo. Meglio o peggio prima? E il Carlo Felice? Andava certo ricostruito ed era stato doloroso privarsene per decenni, ma si volle premiare il progetto di Aldo Rossi, per definire un teatro lirico fatto come un cinema, con platea e galleria e senza neppure uno di quei palchi che rappresentano la cifra storica indefettibile di quel tipo di edifici. Come per secondare, si potrebbe dire maliziosamente, il vento antielitario ed egualitarista di quel tempo, in cui maestri come Nono e Abbado portavano le filarmoniche nei capannoni delle presse a deliziare le tute blu. Ci sar&agrave; pure un motivo, sia permesso un filo di ironia, se l'opera pi&ugrave; bella, ma davvero bellissima, di Aldo Rossi &egrave; un cimitero, il San Cataldo di Modena, cupa e geniale ripresa del Colosseo Quadrato dell'EUR rivisto nel controluce dell'Isola di Bocklin.</span></p>
<p><span style="font-size: large;"><strong>Tutto questo fu fatto senza mugugni o quasi.</strong> Oggi invece si mugugna su ogni cosa e la dialettica, per carit&agrave;, purch&eacute; non sia pregiudiziale &egrave; sempre un bene. <strong>La dialettica &egrave; costruttiva fin quando si valutano le persone secondo le cose che facciano, ma diventa <em>bulesumme</em> fine a se stesso se si giudicano le cose secondo le persone che le progettino</strong>. Intanto si comincia a discutere perfino sull'indiscutibile, ovvero sulla religione dell'ecologia, un credo che ha soppiantato ormai la fede tradizionale, per lo meno nell'Europa che fu cristiana e ora prega la madre terra. Man mano infatti che avanzano i mulini a vento degli impianti eolici, qua e l&agrave; si prova a dire che non possono essere installati dappertutto perch&eacute; devastano il paesaggio. Sempre cos&igrave;: ogni puro finisce per trovare qualcuno pi&ugrave; puro che lo epura.</span></p>]]></content:encoded>
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		</item>
				<item>
			<title><![CDATA["La zona d'interesse": finisce il film ma anche a luci riaccese la sala resta nel buio]]></title>
			<link>https://telenord.it/la-zona-d-interesse-finisce-il-film-ma-anche-a-luci-riaccese-la-sala-resta-nel-buio-69785</link>
			<dc:creator><![CDATA[Stefano Rissetto]]></dc:creator>
						<category><![CDATA[Piccoli Equivoci Senza Importanza]]></category>
						<guid isPermaLink="true">https://telenord.it/la-zona-d-interesse-finisce-il-film-ma-anche-a-luci-riaccese-la-sala-resta-nel-buio-69785</guid>
			<description><![CDATA[Ho visto La zona d'interesse e non lo rivedrei. E' un capolavoro disturbante, come il libro di Martin Amis di cui &egrave; conseguenza. Non lo consiglierei a tutti, semmai a...]]></description>
			<pubDate>Thu, 21 Mar 2024 17:35:00 +0100</pubDate>
			<content:encoded><![CDATA[<p align="LEFT"><span style="color: #1d2228;"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: large;">Ho visto <strong><em>La zona d'interesse</em></strong> e non lo rivedrei. E' un capolavoro disturbante, come il libro di Martin Amis di cui &egrave; conseguenza. Non lo consiglierei a tutti, semmai a quei pochi ormai convinti che tra i compiti dell'arte sia indurre al pensiero pi&ugrave; che al divertimento. Non ci si ricrea infatti, di fronte al film di Glazer; di contro si pensa parecchio. Si esce dalla sala cambiati e vuol dire che il regista ha fatto bene il suo lavoro.</span></span></span></p>
<p align="LEFT"><span style="font-size: large; font-family: 'Times New Roman', serif; color: #1d2228;">Sono tempi difficili. Da quando sono al mondo, non ho mai respirato tanto antisemitismo come dal 7 ottobre dello scorso anno; quasi la reazione militare dello Stato d'Israele a un atto terroristico avesse ridestato un mostro dormiente, dando un motivo o piuttosto un pretesto a chiunque adesso pu&ograve; liberamente manifestare un sentimento altrimenti pi&ugrave; o meno dissimulato. Non sono pochi gli Ebrei critici, anche in modo forte, con la politica di Benjamin Netanyahu, senza che la loro posizione trascenda nella negazione del diritto stesso di Israele a esistere. Un diritto messo in forse da ricostruzioni superficiali, quando non falsificate e falsificanti, della storia e in particolare quella del Novecento in Medio Oriente. E da chi, dal sufficientemente lontano loggione di un Occidente in decadenza, tra tutti i popoli che si vogliono oppressi e sul pianeta non sono pochi, sceglie di difendere la causa proprio di quello che per voce di molti suoi capi si propone in modo chiaro la cancellazione di Israele.</span></p>
<p align="LEFT"><span style="font-size: large; font-family: 'Times New Roman', serif; color: #1d2228;">In questi tempi difficili si colloca anche la polemica sul cinema. Ogni anno, ogni Nobel, ogni Oscar, perfino ogni scudetto, c'&egrave; sempre qualcuno che l'avrebbe meritato pi&ugrave; di chi lo abbia davvero vinto. E' successo anche stavolta, con accenti particolarmente sgradevoli in Italia, dove l'esito del voto dell'Academy &egrave; stato previsto oppure accolto, da un paio di personaggi importanti del nostro spettacolo come Sabrina Ferilli e Massimo Ceccherini, con infelici allusioni indirettamente evocative di quell'occulto potere ebraico che governerebbe il mondo in tutte le sue forme. Gi&agrave;, i <em>Protocolli dei Savi di Sion</em>, un grossolano falso fabbricato dall'Ochrana, la polizia politica zarista, prima vennero presi per buoni e poi, una volta scopertane la natura fasulla, allora li si derubric&ograve; a verosimili. S&igrave;, non erano autentici ma tutto sommato descrivevano la verit&agrave;. Eravamo cos&igrave;, e siamo, daccapo.</span></p>
<p align="LEFT"><span style="font-size: large; font-family: 'Times New Roman', serif; color: #1d2228;">Attorno agli Oscar &egrave; nato un sublime paradosso. In Italia si &egrave; fatto il tifo per il regista italiano Matteo Garrone; autore per&ograve; di un'opera, <em>Io capitano</em>, ispirata a una visione del mondo fondata sulla negazione delle frontiere, delle nazioni e nazionalit&agrave;, dell'identit&agrave; di popolo. Se gli italiani in s&eacute; non esistono, perch&eacute; chiunque pu&ograve; essere italiano soltanto volendolo; se confini e passaporti sono inani convenzioni, che crollano di fronte alla superiore comune appartenenza al genere umano, perch&eacute; adontarsi se l'Oscar va a un regista nato come Garrone sullo stesso pianeta?</span></p>
<p align="LEFT"><span style="color: #1d2228;"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: large;">Ho visto anche <strong>Io capitano</strong> e il punto non &egrave; se fosse pi&ugrave; bello o pi&ugrave; brutto, migliore o peggiore del film premiato con la statuetta. </span></span></span><span style="color: #1d2228;"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: large;">Posso dire che, appena venuto a conoscenza della trama, ho faticato a credere che potesse trattarsi di un film di Matteo Garrone. Perch&eacute; la favola del migrante buono, che al termine di una lunga catena di sofferenze raggiunge la terra promessa, questa in sintesi la trama, pur girata a meraviglia nella cifra visionaria e pittorica inconfondibile, &egrave; quanto di pi&ugrave; distante dalla poetica del regista romano, che io considero - va sottolineato - un genio, forse il pi&ugrave; bravo tra gli italiani, perfino pi&ugrave; di Sorrentino.</span></span></span></p>
<p align="LEFT"><span style="color: #1d2228;"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: large;">Garrone &egrave; un micidiale artefice di personaggi neri, disturbanti, freaks, ritratti secondo il canone della <em>Plumelia</em> di Lucio Piccolo: &ldquo;<em>pure il rovo ebbe le sue piegature di dolcezza, anche il pruno il suo candore</em>&rdquo;. Fino a <em>Io capitano</em>, nel cinema garroniano non c'erano eroi positivi ma golem inquietanti. Specie nel trittico perfetto che allineava il nano della Stazione Termini (<em><strong>L'imbalsamatore</strong></em>), il cacciatore di anoressiche (<em><strong>Primo amore</strong></em>, con uno straordinario Vitaliano Trevisan) e il canaro della Magliana (<em><strong>Dogman</strong></em>), interpolati dall'allucinato cercatore di popolarit&agrave; di quel <em>Reality</em> che forse &egrave; il capolavoro di Garrone, opera purtroppo penalizzata dall'idea passata nel pubblico che si trattasse di un film sul Grande Fratello. In tutto questo <em>Gomorra</em> &egrave; qualcosa di estraneo, un esercizio di stile per carit&agrave; riuscitissimo ma forse neppure troppo sentito.</span></span></span></p>
<p align="LEFT"><span style="color: #1d2228;"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: large;">Quindi, se proprio Garrone voleva misurarsi con il tema delle migrazioni dal sud al nord del mondo, mi sarei aspettato qualcosa di diverso dall'edificante epopea agiografica del viaggio al termine della notte; semmai piuttosto qualcosa che cominciasse proprio non dall'inizio, ma dalla fine del viaggio. Una storia cupa, appunto alla Garrone,centrata su un altro dei suoi personaggi arrivati dal nulla che attraversano il male e nel compierlo lo subiscono, nel subirlo lo perpetrano. Le cronache non ne sono povere. Invece questo <em>Io capitano</em> sembra collocarsi nel logoro museo del politicamente corretto, un rassicurante presepio fin troppo affollato, dove il bello non &egrave; nuovo e il nuovo non &egrave; bello, al quale ormai &egrave; difficile aggiungere qualcosa di significativo.</span></span></span></p>
<p align="LEFT"><span style="color: #1d2228;"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: large;">Per questo forse Garrone non ha convinto fino in fondo i giurati, non gi&agrave; per la fasulla convinzione che a puntare cinicamente sulla Shoah vinci sempre. <strong><em>Train de vie</em> di Radu Mihaileanu e <em>Il pianista</em> di Roman Polanski non hanno vinto l'Oscar</strong>, <strong>cos&igrave; come <em>Crimini e misfatti</em> di Woody Allen</strong> che sembrava parlar d'altro e invece era anch'esso sul tema. Nel 2003, quando era candidato Polanski, vinse addirittura uno spensierato musical, sia pure sfarzoso, come <em><strong>Chicago</strong></em>. Chiss&agrave; cosa accadr&agrave; il prossimo anno, quando decadr&agrave; il veto che Jerry Lewis aveva posto sul suo <em><strong>Il giorno che il clown pianse</strong></em>, la storia di un pagliaccio che nel lager allieta i bimbi prima di vederli avviare alle docce. Lo gir&ograve;, disse di essersene vergognato, lo nascose al mondo. Potrebbe essere davvero, come diceva Lewis, un obbrobrio. Oppure un modo definitivo di raccontare l'orrore.</span></span></span></p>
<p align="LEFT"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: large;"><span style="color: #1d2228;">Purtroppo, in verit&agrave;, l'orrore trova sempre una declinazione inattesa. Glazer lo dimostra, ribadendo che il compito dell'arte &egrave; quello di turbare, a tratti disturbare. Uscito dalla sala, mi sono sentito come alla fine del libro pi&ugrave; potente che abbia mai letto sulla Shoah, ottocento e passa pagine di mirabile raccapriccio. Era <strong><em>Les Bienveillantes</em> di Jonathan Littell</strong>, Prix Goncourt 2006, terribile immagine di copertina, l'unica possibile forse, presa da un Lucio Fontana (nella foto) lo sterminio considerato dall'io narrante di un cinico e vizioso ufficialetto nazista. Anche questo non lo rileggerei e ho remore a consigliarlo: si fa fatica ad arrivare in fondo. E alla fine si rimane preda di un senso di complicit&agrave;, quindi di colpevolezza. Anche &ldquo;quelli&rdquo; erano e sono uomini, altro che &ldquo;disumani&rdquo;. <strong>Ed &egrave; una sconfitta di tutti</strong>.</span></span></span></p>]]></content:encoded>
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		</item>
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			<title><![CDATA[Di cosa parliamo, quando parliamo della Milano-Sanremo]]></title>
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			<dc:creator><![CDATA[Stefano Rissetto]]></dc:creator>
						<category><![CDATA[Piccoli Equivoci Senza Importanza]]></category>
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			<description><![CDATA[Di cosa parliamo, quando parliamo della Milano-Sanremo? Dalla scatola magica dei ricordi affiora Vittorio De Scalzi, che da un balcone di via Roma sopra il traguardo filma e...]]></description>
			<pubDate>Thu, 14 Mar 2024 17:35:00 +0100</pubDate>
			<content:encoded><![CDATA[<p><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: large;"><strong>Di cosa parliamo, quando parliamo della Milano-Sanremo?</strong> Dalla scatola magica dei ricordi affiora Vittorio De Scalzi, che da un balcone di via Roma sopra il traguardo filma e applaude le note conclusive della fuga matta e disperatissima di Vincenzo Nibali, sei anni fa ultimo italiano a vincere. Il musicista genovese ha vissuto il suo ultimo tempo nella citt&agrave; dei fiori, teatro dell'arrivo pi&ugrave; emozionante del calendario ciclistico.</span></span></p>
<p><span style="font-size: large; font-family: 'Times New Roman', serif;"><strong>La Sanremo &egrave; infatti una corsa tipicamente ligure, per parsimonia intrisa di esorbitanza.</strong> Fatta di niente o quasi, poco meno di trecento chilometri per&ograve;, in attesa dei cinque conclusivi, una fiammata di pura bellezza, dove al bivio del Poggio si d&agrave; fuoco ai mortaretti. Tecnicamente non ha i contenuti scremanti delle altre quattro &ldquo;Classiche Monumento&rdquo;: i muri del Fiandre, il pav&eacute; della Roubaix, i saliscendi della Liegi e gli strappi del Lombardia. Non ha nemmeno lo sterrato della Strade Bianche, ultima nata che sgomita per essere promossa tra le corse che valgono una vita.</span></p>
<p><span style="font-size: large; font-family: 'Times New Roman', serif;"><strong>Ha per&ograve;, appunto, la Riviera</strong>. Passato il Turchino con l'arrivo alla fine di Voltri, dove al capolinea dell'1 c'&egrave; il punto pi&ugrave; alto del Mediterraneo, il tracciato accarezza il mare fino all'arrivo. Conserva anche un valore estetico e simbolico, per l'inane transumanza dalla partenza, nella pianura eguale a se stessa nei pressi dei dolci colli di Coppi e Girardengo. Per qualche tempo il via &egrave; stato dato dal Vigorelli, dove proprio il Campionissimo aveva stabilito il record dell'ora in tempo di guerra, nel velodromo striato dalle urla delle sirene degli allarmi aerei. Adesso Milano ha voltato le spalle al ciclismo, un anno fa si part&igrave; da Abbiategrasso e stavolta da Pavia. Tuttavia anche la Roubaix parte da tempo da Compi&egrave;gne e gli organizzatori nemmeno pensano a rinunciare alla finzione del via da Parigi.</span></p>
<p><span style="font-size: large; font-family: 'Times New Roman', serif;"><strong>Una Riviera, appunto, ligure.</strong> Nel 2020 della pandemia gli esercenti del turismo si erano opposti al passaggio della corsa, riprogrammata l'8 di agosto, per via delle interferenze commerciali legate al blocco del traffico. La Sanremo salt&ograve; cos&igrave; la Riviera, passando in Basso Piemonte nella Granda per risbucare a Pieve di Teco, con il chilometraggio totale salito a 305. Maniman, dissero tutti tranne Wout van Aert, incredulo di non essere arrivato secondo.</span></p>
<p><span style="font-size: large; font-family: 'Times New Roman', serif;">Stavolta si spera di evitare il saliscendi emergenziale delle Manie, legato ai c<strong>apricci del Malpasso</strong>, (nella foto) il punto paesaggistico pi&ugrave; suggestivo del panorama ciclistico mondiale. Le frane degli ultimi giorni potrebbero rendere necessario un altro cambio di percorso.</span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: large;">Di cosa parliamo, quando parliamo della Milano-Sanremo? Di un pezzo di storia d'Italia, in definitiva. Roversi e Dalla hanno cantato la Mille Miglia del Quarantasette come cesura tra le macerie della guerra e le voci luci colori della rinascita; ma pochi di noi non si sono sentiti raccontare dai nostri vecchi, e il nonno di oggi &egrave; stato il ragazzo di ieri, la radiocronaca della Sanremo del Quarantasei, il primo San Giuseppe di pace. Coppi era andato in fuga non solo dal gruppo, ma dal suo giornale di guerra e di prigionia, cinque anni rubati al suo tempo di atleta, a lui come a Bartali, un tempo che mancher&agrave; tra maglie gialle e rosa e iridate rimaste inassegnate, prima che la morte contadina risalisse le risaie facendo il verso delle rane, nascosta in un tubetto vuoto di chinino. <strong>Centoquarantacinque chilometri tutti da solo, centoquarantacinque scritti in lettere ch&eacute; fanno pi&ugrave; impression</strong>e. A che cosa pensava Fost&ograve;, arrivando a mettere un quarto d'ora tra s&eacute; e i battuti? Alfredo Martini diceva che il ciclismo &egrave; il solo sport che ti permette di pensare mentre lo fai, gli amatori sostengono che </span><span style="color: #050505;"><span style="font-size: large;">"Il ciclismo non &egrave; un gioco. Si gioca a calcio, a tennis, a pallavolo, ma non si gioca a ciclismo". E quel giorno Nicol&ograve; Carosio, sulla stessa linea bianca di via Roma ammirata molti anni dopo dall'uomo di &ldquo;Aldebaran&rdquo;, disse sardonico: &ldquo;In attesa dell'arrivo dei battuti, trasmettiamo musica da ballo&rdquo;.</span></span></span></p>
<p><span style="font-size: large; font-family: 'Times New Roman', serif; color: #050505;"><strong>Il ciclismo, disciplina pure tra le meno antiche, si declina abitualmente nella forma della nostalgia</strong>. C'&egrave; sempre un campione del passato cui paragonare il vincente del momento. Specie se sono nonno e nipote: c'&egrave; un fotomontaggio incantevole, che affianca sullo stesso traguardo Raymond Poulidor, vincitore alla Sanremo del 1961, e il figlio di sua figlia Mathieu van der Poel, primo lo scorso anno: generazioni che si rincorrono nell'inesorabile fuga del tempo. Cos&igrave; nella nostra terra, che oltre alla Sanremo annovera pure il Trofeo Laigueglia che ne rappresenta un sostanziale prologo, c'&egrave; un fossile sportivo che ancora balugina. E' il vecchio caro Giro dell'Appennino, nato a Pontedecimo e fiorito sul crinale della Bocchetta, arcigno giudice estensore di un albo d'oro scintillante. &ldquo;L'ultima corsa in bianco e nero&rdquo;, mi venne a fine anni Novanta per un titolo, molto caro all'anima cara di Gualtiero Schiaffino, che da assessore provinciale molto si era speso per difendere la corsa. Nel tempo, agli storici sodali ed eredi di Luigin Ghiglione della US Pontedecimo si sono affiancati mecenati come Tarcisio Persegona e gli stessi enti locali, dalla Regione al Comune. L'Appennino &egrave; un gioiello che soffre della stessa malattia del ciclismo nazionale: il disinteresse delle grandi aziende che nell'Italia dell'espansione economica alimentavano il movimento nazionale, tanto che Eddy Merckx, il pi&ugrave; forte di sempre e tra l'altro sette volte primo a Sanremo, correva con la maglia di una fabbrica di macchinette da bar per caff&egrave; oppure con quella di un salumificio.</span></p>
<p><span style="color: #050505; font-size: large; font-family: 'Times New Roman', serif;">Eppure il ciclismo ha un f<strong>ascino antico e modernizzato dall'elicottero</strong>, che disegna paesaggi e panorami e li offre come cartolina animata ai telespettatori. Negli ultimi anni le sedi dei mondiali, dalle Fiandre di Lovanio alla Scozia di Glasgow e perfino in Nuovo Galles del Sud a Wollongong, hanno cos&igrave; visto aumenti dei flussi turistici legati alla fiera dell'arcobaleno. Sarebbe bello che Genova e la Liguria nel mondo non fossero simboleggiate soltanto o soprattutto da una salsa, ma anche da una &ldquo;corsa in bianco e nero&rdquo; colorata non con l'elettronica insincera, ma con una passione secondata in modo opportuno. L'Appennino &egrave; l&igrave;, un diamante da far brillare ancora. Fratello minore della Milano-Sanremo, certo, regina e inaugurazione della primavera, pur sempre itinerante teatro di bellezza, segno sommesso di malinconia e mistero del ciclismo.</span></p>]]></content:encoded>
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			<title><![CDATA[Quel 'Filo dell'orizzonte' che lega Antonio Tabucchi alla Genova degli anni di piombo]]></title>
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			<dc:creator><![CDATA[Stefano Rissetto]]></dc:creator>
						<category><![CDATA[Piccoli Equivoci Senza Importanza]]></category>
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			<description><![CDATA[Di cosa parliamo, quando parliamo di anni di piombo? L'interrogativo riaffiora dal pozzo dei decenni e della dimenticanza, stavolta per la morte di Barbara Balzerani, scomparsa...]]></description>
			<pubDate>Wed, 06 Mar 2024 18:15:00 +0100</pubDate>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Di cosa parliamo, quando parliamo di anni di piombo? L'interrogativo riaffiora dal pozzo dei decenni e della dimenticanza, stavolta per la morte di Barbara Balzerani, scomparsa luned&igrave; scorso. Presente nel commando di via Fani, "quando i fiori - come scrisse Ezio Mauro - cedono la parola alle pistole", compartecipe diretta di omicidi tra cui quello del magistrato Girolamo Minervini, uscendo dalla scena di questo mondo l'ex terrorista si &egrave; portata via molti segreti, qualche rimpianto, le colpe pagate e la luce buia e remota delle stelle spente.</p>
<p>Ha riacceso in compenso sentimenti contrastanti. Donatella Di Cesare, docente di filosofia alla Sapienza, l'ha salutata con un messaggio empatico pubblicato e cancellato in un niente, come il lampo pascoliano aperto e chiuso nella notte nera. E' stata la "Notte della Repubblica", il tempo percorso a mano armata dalla Balzerani. Della cui vita &egrave; ricomparso, quasi un disguido, l'episodio fossile di una controversia di fine millennio con Antonio Tabucchi, scrittore scomparso nel 2012 a 68 anni.</p>
<p>Era il 1998 e la Balzerani, come molti ex militanti del terrorismo, aveva scelto la strada della memorialistica, pubblicando per Feltrinelli <strong><em>Compagna Luna</em></strong>. Tabucchi era impegnato da tempo in un altro tipo di militanza, quella letteraria di venatura civile: nel 1994, all'avvento del berlusconismo, aveva scritto <em><strong>Sostiene Pereira</strong></em>, secondo un trasparente parallelismo tra il Portogallo di Salazar e quella che secondo lui stava per diventare l'Italia; attorno al caso giudiziario sorto per il processo sul delitto Calabresi si era vocato a una ferma difesa dell'innocenza di Adriano Sofri, dedicandovi molte pagine tra cui spicca il racconto <strong>Il battere d&rsquo;ali di una farfalla a New York pu&ograve; provocare un tifone a Pechino?</strong>, nella raccolta <em><strong>L'angelo nero</strong></em> del 1991, tre anni dopo gli arresti di Sofri, Ovidio Bompressi e Giorgio Pietrostefani sulla base delle dichiarazioni di Leonardo Marino.</p>
<p>Insomma, Tabucchi non era certo collocabile al di fuori della sinistra. Eppure, come a suo tempo i brigatisti erano stati isolati e "scomunicati" dalla sinistra ufficiale facente capo al PCI sull'asse Pecchioli-Cossiga, cos&igrave; il narratore pisano-lusitano scrisse un tagliente e sarcastico commento per il "Corriere della sera", del 5 luglio 1998.</p>
<p>Sostenne Tabucchi, in quello scritto: "Se il linguaggio delle Brigate rosse era rivelatore nei volantini che facevano trovare nelle cabine telefoniche negli anni &lsquo;70, quello dei libri dei loro maggiori esponenti, vent&rsquo;anni dopo, non &egrave; meno rivelatore. E&rsquo; un fast - food di manualistica rivoluzionaria dove si danno la mano, a loro insaputa, un Lenin di propaganda ed un D&rsquo;Annunzio di periferia, una mistica militare, reticenze, allusivit&agrave;, stereotipi, il linguaggio delle sentinelle del colonnello Gheddafi ed un kitsch che ricorda i libretti di Henver Hoxha, i sentimenti di Sanremo e l&rsquo;oggettistica dei santuari dove piangono le madonne".</p>
<p>E ancora: "Il nostro Paese ha vissuto davvero momenti tragici: tensioni sociali altissime, tentativi autoritari, servizi segreti mefitici, bombe assassine, manovre oscure di Stati stranieri, corruzioni, infamie. Ma sentita raccontare cos&igrave;, questa non &egrave; una tragedia, ma solo la scadente rappresentazione d&rsquo;una filodrammatica di paese dove il funesto d&agrave; il braccio al dolciastro. Non si chiede a chi visse tali esperienze (e che soprattutto le fece vivere agli altri) che vent&rsquo;anni dopo ne parli da Dostoevskij, o magari solo con l&rsquo;ombra d&rsquo;un dialettico dubbio. Ma chi decide di affrontare un simile argomento attraverso la scrittura deve avere il coraggio di scendere sino al nodo pi&ugrave; profondo, sino al &laquo;cuore di tenebra&raquo;. Se non ce l&rsquo;ha, mantenga un decoroso silenzio, che e&rsquo; un&rsquo;altra forma di coraggio".</p>
<p>Si disse anche che Tabucchi, nome di prestigio e di punta del catalogo Feltrinelli, avesse posto un aut-aut all'editore italiano che alternava con Sellerio: o io o lei. Vero o falso che sia stato, fatto sta che la Balzerani non pubblic&ograve; mai pi&ugrave; per la casa milanese.</p>
<p>Di l&agrave; dal rancore e dalle nuvole, nella storia che con la Balzerani vede spegnere un'altra delle lampade dietro le finestre del castello, Tabucchi scrisse almeno altre due pagine importanti. Il primo &egrave; <strong><em>Il filo dell'orizzonte</em></strong> del 1986: non solo uno dei libri pi&ugrave; veri e sinceri mai dedicati a una Genova peraltro mai nominata, la citt&agrave; dove lo scrittore aveva avuto la prima cattedra di portoghese di una carriera universitaria poi chiusa a Siena, ma una reinterpretazione letteraria e quasi metafisica del mistero dei misteri del terrorismo a Genova. Nel romanzo breve, il protagonista (Spino, richiamo a Spinoza) compie una personale indagine su un morto ammazzato senza nome in un conflitto a fuoco. E senza nome era rimasto a lungo Riccardo Dura, uno dei brigatisti uccisi nel covo di Oregina dagli uomini del generale Dalla Chiesa e reputato l'autore materiale dell'omicidio di Guido Rossa. L'inchiesta letteraria finisce nel buio, anche quella giudiziaria resta ancora intrisa di oscurit&agrave;. E proprio alla figura inafferrabile di Dura ha dedicato un saggio monumentale lo storico genovese Sergio Luzzatto, quel <strong><em>Dolore e furore</em></strong>&nbsp;che si pone l'ambizione di riassumere la vicenda degli anni di piombo nella nostra citt&agrave;.</p>
<p>Ma Tabucchi, pochi mesi prima del "Filo", in otto pagine appena aveva codificato quella "banalit&agrave; del male" che nessuno ha mai intravisto nella vicenda del terrorismo italiano, se non in sporadici squarci grotteschi come l'ammissione di alcuni militanti di ascoltare di nascosto l'uno dall'altro i dischi di Lucio Battisti, considerato nemico del popolo; oppure la confessione, resa nell'aula bunker dai protagonisti del sequestro, che Moro era stato rapito non tanto perch&eacute; architetto del compromesso storico e come tale esecrato dai servizi di USA, URSS e Israele, quanto perch&eacute; bersaglio pi&ugrave; vulnerabile di Andreotti, obiettivo iniziale poi accantonato.</p>
<p>Quelle otto pagine si intitolano <strong><em>Piccoli equivoci senza importanza</em></strong>, come il titolo di questa rubrica scoperto omaggio, certo, ma propriamente come la raccolta di racconti che sfior&ograve; la vittoria al Campiello. Con linguaggio secco e impassibile, fa scorrere la vicenda di un gruppo di amici, in cui si giocava a chi fosse il pi&ugrave; rivoluzionario del reame, non tanto per sopravanzare gli altri fermi a un blando riformismo, quanto per far colpo su una ragazza dai capelli rossi. &ldquo;E poi sapete com&rsquo;&egrave;, succede che la parte che uno si assume diventa vera davvero, la vita &egrave; cos&igrave; brava a sclerotizzare le cose, e gli atteggiamenti diventano le scelte". Forse &egrave; andata davvero cos&igrave;, un piccolo equivoco senza rimedio.</p>]]></content:encoded>
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		</item>
				<item>
			<title><![CDATA[Sampdoria: ripartire da Cittadella con realismo, aspettando gli infortunati]]></title>
			<link>https://telenord.it/sampdoria-ripartire-da-cittadella-con-realismo-aspettando-gli-infortunati-67316</link>
			<dc:creator><![CDATA[Stefano Rissetto]]></dc:creator>
						<category><![CDATA[Piccoli Equivoci Senza Importanza]]></category>
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			<description><![CDATA[Non &egrave; la prima volta che sull'orlo del pozzo la Sampdoria trova il guizzo per rilanciarsi. La vittoria di Cittadella, ottenuta per la prima volta in rimonta, rende la...]]></description>
			<pubDate>Mon, 29 Jan 2024 12:15:00 +0100</pubDate>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Non &egrave; la prima volta che sull'orlo del pozzo la Sampdoria trova il guizzo per rilanciarsi</strong>. La vittoria di Cittadella, ottenuta per la prima volta in rimonta, rende la classifica meno spettrale di quanto fosse sia al fischio d'inizio della gara del &ldquo;Tombolato&rdquo;, sia dopo il pasticcio di Ghilardi e soprattutto Stankovic che aveva portato i padovani in vantaggio.</p>
<p><strong>E' la quarta vittoria in trasferta</strong> dopo quelle di Terni, Modena e Reggio Emilia e giunge a lenire le preoccupazioni, oltre che a snebbiare l'orizzonte di Andrea Pirlo, che alcune fonti (peraltro seccamente smentite dagli ambienti di via Cavour) davano a rischio, a vantaggio del carissimo Beppe Iachini, icona spesso evocata anche in questo campionato, nella convinzione subliminale che il tecnico piceno potrebbe replicare l'impresa del 2012.</p>
<p>Giova allora ricordare che <strong>quella Sampdoria</strong>, partita in estate con la stessa squadra della retrocessione pi&ugrave; alcuni innesti non tutti azzeccati (Piovaccari e Bertani, per non fare nomi), <strong>venne totalmente rifondata a gennaio</strong>. Erano infatti arrivati Eder, Munari, Renan, Pell&egrave;, Berardi, Mustafi, Icardi e Juan Antonio, per un esborso di 35 milioni, il pi&ugrave; consistente in una sessione di mercato degli ultimi decenni, una delle campagne pi&ugrave; costose di sempre eccettuando il periodo mantovaniano, forse la pi&ugrave; cara mai attuata da una squadra di B. Basti pensare che per 8/11 la formazione tipo del girone di ritorno della B 2012, tre anni dopo, sarebbe andata a inaugurare il girone di ritorno in casa della Lazio da terza in classifica in serie A. Iachini fu decisivo, con la sua concretezza e passione e competenza, nel ridare fiducia a un ambiente depresso, ma gli fu messa a disposizione una squadra ben diversa e molto pi&ugrave; forte da quella di avvio stagione. Oggi una simile operazione non &egrave; ripetibile, date le condizioni emergenziali in cui continua a trovarsi la societ&agrave;, che infatti sta per chiudere il mercato invernale con due partenze (Verre e Delle Monache) a fronte del solo arrivo di Alvarez.</p>
<p>La speranza &egrave; che il recupero degli infortunati di lungo corso, una lista infinita e in continuo aggiornamento, uno entra e uno esce come gli ometti del barometro, possa avvenire in tempo per allontanare la Sampdoria dalla zona pericolosa, obiettivo che lo stesso Pirlo giudica prioritario, per tentare un avventuroso rientro nella fascia nobile della graduatoria. Ma questa Sampdoria sembra procedere ad alti e bassi, quasi riassunta nella figura stessa di Ghilardi, increscioso sul gol del Cittadella e grandioso a segnare il punto del vantaggio. Gi&agrave;, Ghilardi: uno dei non pochi calciatori arrivati in prestito secco, in un organico strutturalmente provvisorio che a giugno, comunque vada, andr&agrave; ricostruito quasi da zero.</p>
<p>Sullo sfondo, resta la situazione societaria, con il fastidioso rumore di fondo dei ricorsi giudiziari e delle inchieste legate alla precedente gestione, che tuttora scalpita per ottenere altro denaro e diventa arduo comprendere a quale titolo, date le circostanze che il 30 maggio avevano visto passare di mano la quota di controllo con un blitz allora considerato giuridicamente ineccepibile: non certo il contesto ideale per attrarre investitori. Ferma restando la fiducia in chi si &egrave; assunto l'improbo compito di spalar via le macerie degli ultimi dieci anni, gestione purtroppo assai spalleggiata dal volgo, gli interrogativi restano. Questo serio scenario prescinde dalla bella vittoria di Cittadella, applaudita da quasi duemila trasfertisti, secondo una costanza e una fedelt&agrave; che c'entrano davvero poco con la bassa serie B. E che meritano qualcosa di diverso dal declino apparentemente inarrestabile cui i tifosi vanno assistendo ormai dalla smobilitazione post-Champions e dalla conseguente retrocessione, terza in 24 anni. Se non i risultati, senza andare a cercare l'et&agrave; dell'oro 1985-1994 basterebbero e avanzerebbero quelli del primo decennio del secolo, almeno chiarezza sulle prospettive.</p>]]></content:encoded>
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			<title><![CDATA[Sampdoria, un girone a disposizione per tentare un'impresa difficile ma non impossibile]]></title>
			<link>https://telenord.it/sampdoria-un-girone-a-disposizione-per-tentare-un-impresa-difficile-ma-non-impossibile-65948</link>
			<dc:creator><![CDATA[Stefano Rissetto]]></dc:creator>
						<category><![CDATA[Piccoli Equivoci Senza Importanza]]></category>
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			<description><![CDATA[All'inizio del 2023, cominciato nell'amarezza con la scomparsa di Gianluca Vialli, pochi si aspettavano di vedere la Sampdoria dove si trova oggi: col suo nome di sempre, a...]]></description>
			<pubDate>Wed, 27 Dec 2023 18:10:00 +0100</pubDate>
			<content:encoded><![CDATA[<p>All'inizio del 2023, cominciato nell'amarezza con la scomparsa di Gianluca Vialli, pochi si aspettavano di vedere la Sampdoria dove si trova oggi: col suo nome di sempre, a centroclassifica, in serie B. Il primo dettaglio fa premio sugli altri due, perch&eacute; fino al 30 maggio non era scontato che la societ&agrave; finisse meglio di altre aziende del eR adiM del Testaccio, un demiurgo alla rovescia capace di trasformare l'oro in latta. Malgrado la "cura" quasi decennale, <strong>l'Unione Calcio Samp-Doria 1946</strong> (si scriveva cos&igrave;, agli albori) c'&egrave; ancora. Fa fatica e ci mancherebbe non la facesse, perch&eacute; negli ultimi due anni ha dovuto vendere, se non svendere, i migliori calciatori, nel rispetto delle regole di ammissione ai ranghi federali professionistici.</p>
<p><strong>Detto questo, la sussistenza in vita &egrave; una precondizione e quindi non pu&ograve; essere un obiettivo</strong>. Per chi ricorda, il punto di partenza della nuova gestione non &egrave; dissimile dalle situazioni degli anni 1979 e 2002. In entrambi i casi due proprietari facoltosi, Paolo Mantovani e Riccardo Garrone, erano entrati in societ&agrave; da padroni e con robusti investimenti funzionali al rilancio agonistico rapidamente ottenuto. Stavolta la propriet&agrave; ha una configurazione proteiforme, in cerca di una vera stabilit&agrave; strutturale: l'estate scorsa, da Bogliasco a Livigno, il segno del comando sembrava investire Andrea Radrizzani, in uscita dal Leeds Utd. e poi defilatosi a vantaggio di quello che allora sembrava il suo braccio destro, il finanziere Matteo Manfredi, negli ultimi tempi impegnato da una parte a cercare soci sovventori in Asia Minore e oltre e dall'altra a negoziare, con tutte le complicanze del caso, una definitiva uscita del Viperetta dalla compagine azionaria.</p>
<p><strong>Come gioca centrocampo gioca squadra, diceva Boskov. Come funziona societ&agrave; funziona campo, sancisce la storia</strong>. <strong>Non si &egrave; mai data una societ&agrave; forte che esprimesse una squadra debole e viceversa</strong>. Questo spiega in parte il girone di andata chiuso in modo quasi gotico, con un punto appena, preso allo scadere, nel doppio impegno interno con FeralpiSal&ograve; e Bari. Tra le pagine chiare e le pagine scure, si era visto l'illusorio successo inaugurale di Terni, seguito da una baraonda di sconfitte interne chiusa soltanto a fine ottobre, con il primo successo interno sul Cosenza. Sembrava il primo passo verso una Sampdoria simile ai desideri dei suoi tifosi, oltre 18mila abbonati e 23mila presenti abituali per numeri impensabili in B, con cinque vittorie su sei gare. E' invece arrivato l'inciampo natalizio a ricalibrare la cronaca.</p>
<p>Non si possono nutrire eccessive aspettative, a meno di colpi di inventiva del duo Legrottaglie-Mancini, su un <strong>mercato che andr&agrave; condotto a saldo zer</strong>o. Piuttosto urgono i rientri di giocatori rivelatisi fondamentali, da Borini a Pedrola a Vieira, tutti infortunati di lungo corso, per non parlare di Ferrari fuori causa fino a primavera. Va infatti riconosciuto che la squadra di inizio stagione - cos&igrave; come il tecnico Andrea Pirlo, capace di adattarsi alla svelta al Vietnam della B, abbandonato da calciatore nel 1997 e fino alla scorsa estate mai pi&ugrave; praticato - era pi&ugrave; che in linea con le ambizioni dell'ambiente, non fosse stata bersagliata da una demoniaca sequenza di malanni. Perci&ograve; si pu&ograve; chiudere questa prima parte della stagione con una <strong>sufficienza piena alla squadra e qualcosa di pi&ugrave; all'azionista di riferimento</strong>, per aver evitato - anche grazie all'attivit&agrave; dell'ex CdA e dell'esperto Bissocoli - l'azzeramento e la partenza dal basso. Destino che sarebbe stato una ferita s&igrave; assai grave ma tutto sommato non esiziale, come appurereste se andaste mai a Napoli a sostenere che lo scudetto di maggio non &egrave; il terzo della storia ma "soltanto" il primo di una nuova societ&agrave;, nata nel 2005 senza alcun legame con quella di Ferlaino e Maradona.</p>
<p><strong>A conti fatti, &egrave; dalla B che l'Unione Calcio Sampdoria 1946 &egrave; ripartita ed &egrave; in A che, secondo storia e tradizione, dovrebbe tornare quanto prima</strong>. Sostenere, in chiave autoconsolatoria o giustificazionista, che almeno per un anno sarebbe meglio restare ancora in B &egrave; innanzitutto un'abdicazione emotiva. Quindi &egrave; un nonsenso logico: in A, per esempio, si avrebbe s&igrave; il mercato ancora bloccato, ma arriverebbero i diritti tv, si potrebbero negoziare calciatori in prestito di livello pi&ugrave; qualificato rispetto a quelli che si potrebbero chiedere per farli giocare in B. E forse eventuali investitori sarebbero attratti da una realt&agrave; di maggiore risonanza.</p>
<p><strong>Questo lo stato delle cose</strong>. La squadra &egrave; questa e date le contingenze di mercato non potr&agrave; cambiare di molto, idem salvo sorprese la compagine azionaria. In queste condizioni si deve navigare, nella consapevolezza che, per quanto il margine di errore si sia ridotto, la Sampdoria &egrave; equidistante dalle due zone di classifica che impongono supplementi alla stagione ordinaria. Tutto pu&ograve; insomma ancora accadere; e in sede e al Mugnaini, nel loro interesse ancor prima che in quello dei tifosi, lavorano per il meglio. La serie B ha ragioni che la ragione non conosce. Alla ripresa, a met&agrave; gennaio, il Doria ripartir&agrave; dallo stadio pi&ugrave; brutto del mondo in fondo alla citt&agrave; pi&ugrave; bella del mondo, in casa di quel Venezia che all'andata in rimonta aveva inflitto ai blucerchiati il secondo stop interno consecutivo. Al Penzo, due anni fa, la Sampdoria di Giampaolo aveva vinto a sorpresa, avviando la rincorsa salvezza. Sar&agrave; la prima di 19 partite che potrebbero fruttarne altre da giocare. Per riportare la Sampdoria a casa.</p>]]></content:encoded>
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			<title><![CDATA[Bucci e "La Genovese": la storia senza pace del nostro inno nazionale, "fuorilegge" fino a sei anni fa]]></title>
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			<dc:creator><![CDATA[Stefano Rissetto]]></dc:creator>
						<category><![CDATA[Piccoli Equivoci Senza Importanza]]></category>
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			<description><![CDATA[Quando Prince, che era stato Roger Nelson, volle diventare TAFKAP, i seguaci ne avrebbero ignorato la svolta ad acrostico continuando a chiamarlo come prima. Idem per Terence...]]></description>
			<pubDate>Wed, 25 Oct 2023 12:50:00 +0200</pubDate>
			<content:encoded><![CDATA[<p class="p1">Quando Prince, che era stato Roger Nelson, volle diventare TAFKAP, i seguaci ne avrebbero ignorato la svolta ad acrostico continuando a chiamarlo come prima. Idem per Terence Trent d&rsquo;Arby, quando aveva deciso di rinominarsi Sananda Francesco Maitreya; se pensi a &ldquo;Sign your name&rdquo; ti viene in mente il primo e non il secondo. Questo per dire che non sarebbe comunque semplice n&eacute; scontato, 176 anni dopo, <strong>rietichettare il nostro inno nazionale, come chiede adesso il sindaco di Genova Marco Bucci</strong>. Ch&eacute; poi tra l&rsquo;altro &ldquo;Fratelli d&rsquo;Italia&rdquo; non era nato cos&igrave;, l&rsquo;edizione originale a firma del poeta Goffredo Mameli e del compositore Michele Novaro lo qualificava infatti come &ldquo;Il Canto degli Italiani&rdquo;. In alternativa, &ldquo;Inno d&rsquo;Italia&rdquo; o &ldquo;Canto Nazionale&rdquo;. Il fatto &egrave; che certe operazioni o sono spontanee o non sono.</p>
<p class="p2"><span style="font-family: -apple-system, BlinkMacSystemFont, 'Segoe UI', Roboto, Oxygen, Ubuntu, Cantarell, 'Open Sans', 'Helvetica Neue', sans-serif;">Non &egrave; la prima volta che Bucci - innamorato della sua Genova come forse pu&ograve; esserlo soltanto chi ne sia vissuto lontano per gran parte dell&rsquo;esistenza, idealizzandone la nostalgia al modo del vecchio di &ldquo;Ma se ghe penso&rdquo; - ripropone l&rsquo;idea di chiamare &ldquo;La Genovese&rdquo; il Mameli-Novaro. &Egrave; una suggestione, solennemente rilanciata dal palco del congresso ANCI, che il sindaco spiega nel raffronto col canto nazionale francese, &ldquo;La Marsigliese&rdquo;. Gli inni nazionali diventano popolari generalmente secondo le prime parole, come accaduto al nostro che per quasi tutti &egrave; &ldquo;Fratelli d&rsquo;Italia&rdquo;. Anche perch&eacute; sono le prime tre delle massimo quaranta parole che un cittadino medio conosca. Quando l&rsquo;allora poco accreditata Giorgia Meloni aveva scelto di chiamare cos&igrave; il suo nuovo partito, undici anni fa appena, nessuno tra gli avversari se l&rsquo;era presa troppo, come era successo quando Berlusconi aveva requisito uno slogan calcistico per il suo &ldquo;Forza Italia&rdquo;, nemmeno dalla cerchia di Ciampi che aveva rilanciato la sacert&agrave; dell&rsquo;inno. Ora &ldquo;Fratelli d&rsquo;Italia&rdquo; non evoca pi&ugrave; Mameli-Novaro ma un partito: la forza normativa dei fatti, come diceva un grande giurista del Novecento.</span></p>
<p class="p2"><span style="font-family: -apple-system, BlinkMacSystemFont, 'Segoe UI', Roboto, Oxygen, Ubuntu, Cantarell, 'Open Sans', 'Helvetica Neue', sans-serif;">Bucci entra, o meglio rientra, in un terreno accidentato. Intanto perch&eacute; fin da ieri sulla rete sono circolate pignole puntualizzazioni: se il Mameli-Novaro ebbe in effetti prima esecuzione pubblica a Genova, il 10 dicembre 1847 a Oregina per gli ottoni della Filarmonica Sestrese, la &ldquo;Marsigliese&rdquo; non fu eseguita per la prima volta a Marsiglia, ma a Strasburgo nel 1792, col titolo &ldquo;Canto di guerra per l&rsquo;Armata del Reno&rdquo;. Il giovane capitano Rouget de Lisle, vita grama tra l&rsquo;altro malgrado l&rsquo;invenzione, l&rsquo;aveva scritta come canzone marziale; non immaginava che ci sarebbe voluto ancora un anno e la possanza di baldanzosi volontari - appunto - marsigliesi in marcia su Parigi per avviarla al destino e alla storia. Gi&agrave;, la storia: la sera del 9 luglio 2006 si era in redazione, davanti alla tv sintonizzata su Berlino, finale dei Mondiali di calcio, il sorteggio aveva dato la precedenza all&rsquo;inno italiano, quando fu la volta della &ldquo;Marsigliese&rdquo; ci si disse: &ldquo;Vabbe&rsquo;, il prepartita l&rsquo;abbiamo perso, ora vediamo la partita&rdquo;.</span></p>
<p class="p1">L&rsquo;inno di Mameli, oltretutto, era stato al centro di molti tentativi di pensionamento integrale, mai soltanto nel nome. Qualcuno aveva proposto il &ldquo;Va&rsquo; pensiero&rdquo;, non pensando che era un canto di schiavi, o &ldquo;Nel blu dipinto di blu&rdquo;; altri avevano tentato la via obliqua, come Rino Gaetano con &ldquo;Aida&rdquo;, De Gregori con &ldquo;Viva l&rsquo;Italia&rdquo;, Carboni con &ldquo;Inno nazionale&rdquo;, Toto Cutugno con &ldquo;L&rsquo;Italiano&rdquo;. Ma poi, alla fine, all&rsquo;Olympiastadion dopo il rigore di Grosso, gli altoparlanti avrebbero diffuso &ldquo;Azzurro&rdquo;, musica e parole di Conte-Pallavicini, voce di Celentano.</p>
<p class="p1"><strong>Certo, la proposta di Bucci non &egrave; stata la sola sortita musicale del congresso ANCI.</strong> Il presidente uscente Antonio Decaro, infatti, nel discorso di congedo &egrave; partito da Guccini per arrivare a Tenco. Ma il &ldquo;Ciao amore ciao&rdquo; in chiusura di intervento, per la storia dolentissima e funesta di quel brano, non &egrave; parsa la scelta pi&ugrave; felice. Oltre ci sarebbe stato solo Battiato, con la sua &ldquo;Povera patria&rdquo;. Oppure, in chiave universalistica, i Monty Python e la &ldquo;Canzone della galassia&rdquo;.</p>
<p class="p1"><strong>Bucci, certo, quando si mette in testa una cosa la porta a casa</strong>. Vediamo adesso come gli andr&agrave; con &ldquo;La Genovese&rdquo;, formula che sembra evocare pi&ugrave; che altro una ditta commerciale all&rsquo;insegna di oculatezza e risparmio. Per&ograve; tutto sommato il Mameli-Novaro &egrave; a tutti gli effetti inno nazionale soltanto dal 30 dicembre 2017, prima era provvisorio. Ancora per qualche tempo meriterebbe di restare quel che era secondo gli autori. Oppure, come tutto quel che in Italia &egrave; temporaneo, per sempre.</p>]]></content:encoded>
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			<title><![CDATA[Maturità, le tracce 2023 come una bussola senz'ago nel labirinto Italia]]></title>
			<link>https://telenord.it/maturita-le-tracce-2023-come-una-bussola-senz-ago-nel-labirinto-italia-58109</link>
			<dc:creator><![CDATA[Stefano Rissetto]]></dc:creator>
						<category><![CDATA[Piccoli Equivoci Senza Importanza]]></category>
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			<description><![CDATA[L'esame di maturit&agrave; &egrave; un ossimoro, una contraddizione con se stessa: l'et&agrave; adulta non si raggiunge attraverso il superamento di una prova culturale, ma...]]></description>
			<pubDate>Wed, 21 Jun 2023 14:45:00 +0200</pubDate>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>L'esame di maturit&agrave; &egrave; un ossimoro</strong>, una contraddizione con se stessa: l'et&agrave; adulta non si raggiunge attraverso il superamento di una prova culturale, ma senza avvedersene. Sentirsi maturi &egrave; qualcosa di imperfetto. Le tracce proposte quest'anno agli studenti, come spesso accade dalla consumata destrutturazione del concetto stesso di "tema", concretano un labirinto: sembrano prove della "Settimana Enigmistica", pi&ugrave; che richieste doganali per l'accesso all'universit&agrave;, a sua volta decostruita tra sedi decentrate e declinazioni telematiche.</p>
<p>Quarant'anni esatti fa, ai maturandi era toccata una frase di De Sanctis sul paradossale Leopardi: l'osservatore di oggi invidia cos&igrave; chi ha potuto misurarsi nel tempo con Montale ("Ripenso il tuo sorriso", 2008) o addirittura con "La via ferrata" di Pascoli, lo scorso anno.</p>
<p>Quest'anno, <strong>reindossando la veste del candidato</strong>, ci si sente pervasi da un senso di incertezza. Come di fronte a ogni scelta epocale, l'animo inquieto tende a orientarsi verso tutte le strade, oppure nessuna. Il ministero ha infatti indicato un album dissonante di voci della nostra cultura italiana, tanto che deciderne una &egrave; gi&agrave; disvelamento delle intenzioni. A dar retta alla tendenza letteraria, la traccia pi&ugrave; seduttiva &egrave; il <strong>Moravia</strong> che da borghese redige una feroce autopsia della borghesia veteronovecentesca, a torto considerata un fossile quando invece &egrave; un calco antropologico, che fa da matrice a un inesorabile tipo umano collettivo che si riproduce mimetico nel tempo. Si aspettava al varco il governo "di destra", nella speranza o timore di un'escogitazione di parte, da un Marinetti a - perch&eacute; no? - un Pinketts, se non addirittura a un testo di Marco "Morgan" Castoldi o Franco Battiato. Si era perfino vagheggiato un omaggio trasversale a un antichista come Roberto Vecchioni, 80 anni tra pochi giorni e cantore neoclassico del nostro presente.</p>
<p>Invece &egrave; spuntato <strong>Quasimodo</strong>, un Nobel malgrado se stesso, per giunta con un testo che sembra pi&ugrave; attingere alla vena di Rodari, se non a quella di Lelio Luttazzi o del duo Fo-Jannacci, a proposito della Luna naturale e di quelle artificiali. Era questa la traccia forse pi&ugrave; sdrucciolevole ed eccentrica, per uno svolgimento giocabile su una molteplicit&agrave; di piani, sul tema del progresso scientifico e della perdita dell'aura, sui limiti dell'essere umano e sul suo posto, sempre pi&ugrave; messo in discussione, nell'universo. La prova "gemella" a quella del poeta rimandava al giornalista culturale <strong>Marco Belpoliti</strong>, per un'analisi sul senso del limite della giovinezza e sul desiderio di assoluto: tensioni che mezzo secolo fa, appunto, erano culminate nella conquista del nostro satellite. E che avrebbero forse meritato, tornando al Vecchioni classicista, un segnale verso i numerosi riferimenti del suo canzoniere alla figura di Alessandro Magno, magari in parallelo all'"Alexandros" del gi&agrave; citato Pascoli.</p>
<p>La traccia senz'altro pi&ugrave; impegnativa era lo scritto di <strong>Federico Chabod</strong>, insigne tra gli italiani nonostante, che invita lo studente a una presa d'atto della riuscita solo parziale del progetto involontariamente compartecipato da Cavour e Mazzini sull'idea di "Nazione", vocabolo che nel lessico meloniano sistematicamente sostituisce "Paese". Esiste una nazione italiana? Vasta questione, difficile da condensare in una prova scolastica, sia pure l'ultima.</p>
<p>Probabile che in molti abbiano scelto di misurarsi con la traccia di <strong>Piero Angela</strong>, pi&ugrave; per la suggestione della figura del divulgatore appena scomparso che per il valore di una prova, appunto, diretta alla semplificazione e alla presentazione in termini universalmente accessibili di questioni complesse. Purtroppo non tutto &egrave; per tutti e l'idea che lo possa diventare &egrave; l'annacquamento che ci annega, la morte dell'arte - diceva <strong>J. Rodolfo Wilcock</strong> gi&agrave; negli anni Settanta - per affollamento.</p>
<p>Che sul tavolo del ministero venisse calata una carta di <strong>Oriana Fallaci</strong> era ampiamente prevedibile; non cos&igrave; la sostanza del riferimento, che rimanda a un pessimismo quasi leopardiano sull'immutabilit&agrave; delle pulsioni umane, sempre le stesse a dispetto di latitudini e calendario. C'&egrave; infine stata la polemica tra l'ex ministro Patrizio Bianchi e il successore Valditara, a proposito di una lettera di rimprovero in tempo pandemico, una questione accademica divenuta politica.</p>
<p>Che cosa rester&agrave; di questo, e degli altri, temi di maturit&agrave;? Un ricordo frettoloso e indistinto, un semaforo ch&eacute; tanto non c'&egrave; nessuno e quindi si passa lo stesso. Ci penser&agrave; la vita a venire, a predisporre i veri esami. Non necessariamente scritti.</p>]]></content:encoded>
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