Referendum giustizia, Manotti (Anm) a Telenord: "Un No per difendere l'indipendenza della magistratura"

di Katia Gangale - Stefano Rissetto

"Se si spezza in due l’ordine giudiziario, il pubblico ministero dovrà necessariamente essere ricondotto sotto il controllo del potere esecutivo"

Intervenuto a Liguria Live a Telenord Federico Manotti, procuratore aggiunto e presidente ligure dell’Associazione nazionale magistrati, ha illustrato le ragioni del “no” al referendum sulla riforma della giustizia, indicando come punto centrale il rischio di alterare l’equilibrio tra i poteri dello Stato.

 

Secondo Manotti, la riforma toccherebbe un principio fondamentale dell’ordinamento: “Uno dei pilastri della nostra Costituzione è la separazione dei poteri”, un principio nato dopo il periodo degli autoritarismi per evitare che il potere esecutivo possa prevalere sugli altri. Proprio per questo, ricorda, “Il potere giudiziario è stato costruito come un unico ordine autonomo e indipendente dagli altri poteri”.

 

La riforma, a suo avviso, rischierebbe di modificare questo assetto. Anche se non è scritto esplicitamente nel testo, Manotti sostiene che la separazione dell’ordine giudiziario potrebbe portare a conseguenze indirette: “Se si spezza in due l’ordine giudiziario, il pubblico ministero dovrà necessariamente essere ricondotto sotto il controllo del potere esecutivo”.

 

L’attuale modello italiano, invece, ha una caratteristica precisa: “La peculiarità del nostro ordinamento è avere un pubblico ministero che non è sottoposto al potere esecutivo ma ragiona e pensa come un giudice”. Questa impostazione, sottolinea, rappresenta una garanzia per i cittadini perché “Ilpubblico ministero deve fare indagini a 360 gradi e, se trova elementi a favore dell’indagato, ha il dovere di valorizzarli e chiedere l’archiviazione o l’assoluzione”.

 

Per questo motivo Manotti avverte che la riforma potrebbe cambiare profondamente il ruolo del PM: “La modifica costituzionale porterebbe alla creazione di un pubblico ministero super poliziotto che accusa ad ogni costo”.

 

Il magistrato respinge poi le accuse di politicizzazione della magistratura, spesso presenti nel dibattito pubblico. “Respingo le accuse di magistratura politicizzata”, afferma, spiegando che “ogni magistrato ha una sua sensibilità politica perché siamo cittadini”, ma che quando svolge le sue funzioni “è al di fuori da qualsiasi schieramento”. Le decisioni giudiziarie, ricorda, sono sempre controllabili: “In Italia c’è l’obbligo della motivazione dei provvedimenti e ciò che scrive un giudice è soggetto al controllo dei gradi successivi di giudizio”.

 

Un altro punto molto contestato riguarda il sorteggio per la composizione degli organi di autogoverno della magistratura. Su questo Manotti è netto: “Il sorteggio è una delegittimazione di un organo costituzionale” e introdurlo nella Carta fondamentale sarebbe “una cosa aberrante che non esiste in nessun Paese europeo per organi rappresentativi”.

 

Infine il magistrato difende l’attuale sistema disciplinare del Consiglio superiore della magistratura, contestando l’idea che i magistrati non vengano sanzionati quando sbagliano. “La sezione disciplinare del Csm funziona molto bene”, sostiene, ricordando che i dati mostrano un numero significativo di procedimenti e condanne.

 

La conclusione del suo ragionamento è legata alla tutela dell’equilibrio istituzionale. Per Manotti “La magistratura deve rimanere un organo unico, autonomo e indipendente per svolgere la sua funzione di controllo”, perché solo così può garantire che “Tutti i cittadini siano uguali davanti alla legge, anche quando si indaga sui poteri forti o sul potere politico”.

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