"Nuovo" stadio Ferraris, cum grano... Salis
di Maurizio Michieli
Dopo la presentazione in consiglio comunale del progetto di riqualificazione dello stadio "Luigi Ferraris" di Genova, si è inevitabilmente acceso il dibattito non solo tra maggioranza e opposizione ma anche tra cittadini, commercianti e tifosi. Giova ricordare che lo studio, elaborato da Officina Architetti su incarico di Genoa e Sampdoria, prevede un costo di realizzare intorno ai 120 milioni che dovranno essere garantiti quasi interamente dalle società di calcio attraverso investitori "istituzionali" privati mentre la proprietà dell'impianto resterà pubblica nelle mani del Comune.
Nella nostra analisi partiamo da una semplice domanda. Esiste un'alternativa alla ristrutturazione dello stadio di Marassi che ha bisogno di importanti lavori di manutenzione sia ordinaria che straordinaria? Al momento la risposta è "no". Per costruirne uno interamente nuovo o per abbattere l'esistente e ricostruirlo servirebbe una cifra sette/otto volte superiore. Chi potrebbe investire una somma simile? Certamente non Tursi (al di là dell'aspetto finanziario, non sarebbe etico), ma neanche i club o qualche privato. Dunque, bisogna "accontentarsi" di restituire a nuova vita l'attuale impianto.
L'obiezione che viene avanzata riguarda il taglio dei posti disponibili. A quanto mi risulta, è vero che sulla carta sarebbero 1.600 ma di questi circa 950 già sono invendibili e invenduti perché posizionati in punti dove non si vede il campo. Ne consegue che il "sacrificio" - per quanto esistente - riguarderebbe qualche centinaio di posti (circa 600-700). Un quantitativo assorbibile, specie per una città che, dispiace dirlo, perde inesorabilmente abitanti.
Questa operazione - ammesso che tutte le caselle del mosaico vadano al loro posto e su questo è giusto "vigilare" con spirito critico - consentirebbe alla comunità (non solo a quella di Marassi, che comunque godrebbe di una riqualificazione territoriale) di avere a disposizione un impianto a norma, con servizi accessori (a prescindere dall'abusato concetto dei "sette giorni su sette", è sufficiente che funzioni bene per le partite, i concerti e altre iniziative collaterali garantendo un'ospitalità a 360 gradi) e possibilità di sviluppo per iniziative non solo circoscritte a un singolo evento.
La questione degli Europei 20232 ("Genova non entrerà nel novero delle città partecipanti") è una questione che il compianto professor Scoglio definirebbe di lana caprina: solo chi non conosce le procedure non capisce che partecipare alla "gara" nel lungo periodo significa in ogni caso ottenere dei benefici, anche e soprattutto economici. Perché rinunciarci?
E qui vengo al titolo. Silvia Salis - indipendentemente da come uno la pensi politicamente, che l'abbia votata o no - sulla questione stadio dovrebbe essere giudicata su un piano amministrativo anche tenendo conto delle sue competenze. La sindaca di Genova, prima di essere eletta, è stata vice presidente vicaria del Coni, massima autorità sportiva italiana. Conosce come pochi questo mondo, le sue pieghe burocratiche, le normative, possiede relazioni importanti, ha gestito situazioni non identiche ma simili. Perché non darle credito su una vicenda di così grande impatto pubblico e pure "emotivo" che nessuno sinora è riuscito a risolvere?
Il progetto che l'amministrazione sta portando avanti sulla riqualificazione dello stadio "Ferraris" mi sembra improntato al buon senso (cum grano Salis appunto). Non è certo immune da dubbi, osservazioni, critiche, miglioramenti, ma la demolizione preventiva (senza peraltro alternative concrete all'orizzonte) mi sembra pretestuosa o figlia del tradizionale mugugno genovese.
Trattandosi di impiantistica sportiva e di un argomento di tale "popolarità", Salis si gioca molto anche a livello di immagine personale. Prima di pensare che stia bluffando lanciando un martello nel buio, andrei a vedere le carte sino in fondo.
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