Non c'è bisogno di colorare i seggiolini, quando gioca il Genoa lo stadio è sempre pieno
di Gessi Adamoli
31.901 è il dato fondamentale. Sfrondato da ogni retorica serve per capire il presente ma soprattutto per dare le linee guida su quale deve essere il futuro. Sono gli spettatori di Genoa-Como (871 i biglietti venduti per il settore ospiti): stadio sold out. Non occorre colorare i seggiolini come fanno a Udine e Reggio Emilia (Sassuolo), Marassi quando gioca il Genoa è sempre a tappo. Uno stadio fantastico e lo sanno bene quelli di Dazn e Sky che, non a caso, cercano sempre di avere il vecchio Grifone in anticipo o posticipo perché quel catino pieno di gente e di cori è estremamente televisivo, mentre gli stadi mezzi vuoti mettono tristezza e invogliano a cambiare canale.
“Il Genoa siamo noi” per qualcuno molti è uno slogan anacronistico che non ha più ragione di essere nel famigerato calcio moderno. Ma presidenti, allenatori e giocatori passano mentre loro, i tifosi, sono sempre presenti: nella buona (rara) e cattiva sorte. E allora di chi è il Genoa se non di tutti quelli che riempiono lo stadio? Ed anche di chi le partite le segue da casa perché soffre troppo o semplicemente perché non ha trovato il biglietto. Dopo tre stagioni di assestamento in serie A, è finalmente arrivato il momento di ricambiare questo amore infinito. Nessuno chiede la luna e non è nemmeno il caso di ricordare che fine ha fatto Pindaro con le sue ali di cera per aver preteso di volare troppo vicino al sole. Però una squadra a livello di Udinese e Sassuolo (quelle che devono colorare i seggiolini dello stadio) è legittimo chiederla. “Eh, ma loro sono bravi a fare calcio – ha già obiettato qualcuno – Pozzo ad Udine è più di 20 anni che è sulla cresta dell’onda e Carnevali, ad del Sassuolo, è un fenomeno”. Vero, ma perché il Genoa non può darsi una struttura manageriale altrettanto performante?
Intanto, si parte avvantaggiati avendo un allenatore che ha la stima incondizionata di un ambiente che non è abituato a regalare niente a nessuno, la fiducia la si guadagna sul campo partita dopo partita. De Rossi ha conquistato tutti. Ha tante qualità, ma una in particolare ha fatto breccia in una piazza che ciarlatani e venditori di fumo ne ha visti passare a decine: la sincerità. Quando De Rossi parla capisci perfettamente che non ti sta raccontando delle frottole ed è innamorato del suo lavoro. Questo grande trasporto verso la sua professione i giocatori ed i tifosi l’hanno immediatamente percepito. È umile ed intelligente, sa perfettamente che la sua crescita di allenatore non può non passare da due o tre anni fatti ad alto livello a Genova. Qualche sirena tentatrice potrà anche esserci, ma da parte sua non avrebbe senso lasciare una piazza così simile a lui per ricominciare da zero. Insomma, vorrebbe assolutamente restare al Genoa.
Domenica, dopo la partita con il Como, la Nord lo ha chiamato a gran voce sotto la Gradinata. I tifosi vogliono assolutamente che resti al Genoa ed il pallino adesso passa allora alla società. Non ci sono problemi dal punto di vista economico, il nodo è solo ed esclusivamente tecnico. “Non ho mai iniziato e finito un campionato”, ha voluto ricordare non a caso qualche giorno fa De Rossi. Il riferimento è ad un copione già visto a Genova negli ultimi due anni: Gilardino (49 punti) e Viera (43 punti) cacciati nonostante fossero reduci da un campionato esaltante. E affinché la storia dell’allenatore cacciato perché non arrivano i risultati non si ripeta, è necessario un mercato condiviso con il tecnico. Il primo passaggio deve essere non smantellare una squadra che è in assoluta sintonia con il suo allenatore. Tra i partenti sicuri c’è Malinowskyi che è in scadenza di contratto e l’offerta del Genoa è al momento troppo distante da quella dei turchi del Trabznospor. Rischia di essere ceduto Frendrup, che è il pezzo pregiato in casa rossoblù. De Rossi lo ha fatto tonare ad esprimersi a livelli siderali, è di nuovo il miglior recupera palloni del campionato italiano dopo che Vieira lo aveva avvilito prima togliendogli la fascia di capitano e poi relegandolo ad un ruolo di comprimario (il doppio mediano insieme a Masini). Queste ultime giornate di campionato serviranno a capire Amorim quanto potrà essere utile alla causa nell’ottica salto di qualità. È stato l’investimento più oneroso della gestione Sucu (8,5 milioni bonus compreso), fortissimamente voluto dal ds Lopez e viene da chiedersi se quei soldi non era forse il caso di investirli per un giocatore già pronto. Tra l’altro a sentire Claudio Onofri, divoratore seriale di partite dei campionati esteri, non hai i tempi di gioco per fare il regista. Se quella di Amorim contro il Como è stata una partita da 6 in pagella (Gazzetta dello Sport e Secolo XIX), più di una perplessità ha suscitato Otoa. Zatterstrom anche in questa occasione ha scaldato la panchina, da quando è arrivato a gennaio ha al suo attivo un solo minuto giocato.
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