Lavoratori vs Arcelor Mittal: scontro anni Cinquanta

di Redazione

Lavoratori vs Arcelor Mittal: scontro anni Cinquanta

Arcelor Mittal, dopo la protesta di lavoratori e sindacati, con scioperi per diversi orari e squadre per il licenziamento di tre operai, ha deciso di bloccare la produzione dello stabilimento di Genova. La vicenda della ex Ilva, dopo l’acquisizione da parte del grande gruppo siderurgico sovranazionale, sembra proprio nata sotto cattiva stella. Per la verità, i problemi dello storico complesso siderurgico italiano erano tanti e noti, con la  gestione commissariale governativa subentrata al gruppo Riva, costretto a ritirarsi anche in seguito a complesse vicende giudiziarie. L’azienda, con il maggior centro produttivo a Taranto  (circa 10 mila dipendenti) e due centri a Genova e a Novi Ligure (nell’insieme più di duemila lavoratori), aveva problemi di riorganizzazione e di impegno produttivo, mentre era emersa la delicatissima questione dell’inquinamento del territorio (solo a Taranto) con gravi problemi di malattie di natura oncologica tra la popolazione della città pugliese.

Tutto questo, vale la pena ripeterlo, era largamente noto, tanto è vero che in Puglia esistevano (ed esistono) associazioni con l’appoggio di partiti come il M5s favorevoli alla chiusura dell’impianto e la realizzazione d’una strategia economica completamente diversa. Una prospettiva difficile se non impossibile. Arcelor Mittal aveva però effettuato l’acquisto annunciando un forte impegno economico. Ma subito il passaggio di proprietà dopo è cominciata una trattativa infinita che ha visto Aprirsi, chiudersi , con pause e rinvii, tra i governi (centrosinistra, gialloverde, giallorosso) che si sono succeduti negli ultimi anni, i sindacati e i vertici della multinazionale. Si è passati dal problema delle responsabilità (per la questione ecologica) relative al passato ed che Arcelor Mittal rifiutava. Poi si è discusso sugli interventi in certi settori produttivi (sempre con riferimento a Taranto) e poi sulle prospettive di tagli al personale.

Quest’ultimo tema ha riguardato non solo la sede centrale ma anche Genova e Novi Ligure anche se questi due stabilimenti, che da anni hanno solo produzioni a freddo, non hanno da affrontare problematica territoriali di inquinamento e di malattie tra la popolazione. A Genova, come a Novi, in questi ultimi tempi, si è andati avanti con cassa integrazione a turni e riduzione della produzione che è strettamente collegata a Taranto. A Genova i dipendenti erano poco più di mille e, secondo i sindacati, con una ripresa del mercato più che necessari per la copertura del prodotto, considerato che l’ex Ilva ha sempre operato a livello internazionale in molti settori industriali e che, a quel che sembrava, era questa una delle motivazioni che avevano mosso le scelte di Arcelor Mittal. Per molti aspetti, anche da quel che è emerso negli infiniti incontri-scontri con governo e sindacati, non si è ancora ben compreso quale sia la strategia reale della multinazionale siderurgica.  

Voleva mettere a punto, forse con troppa disinvoltura, una produzione con un netto calo dei costi ridimensionando l’organico? Oppure ridurre la presenza sui mercati di un concorrente storico? Oppure, nel corso di questi anni, ha modificato il suo progetto iniziale? Ma, adesso, qual è l’obiettivo reale di Arcelor Mittal? I sindacati hanno svolto il loro ruolo istituzionale, cercando di opporsi alle scelte ritenute eccessive e tentando, al tempo stesso, soluzioni di mediazione  accettabili? Da parte dei governi si è andati forse avanti tra l’incertezza e l’eccessiva cautela: si ha la sensazione che da parte pubblica non ci sia troppo entusiasmo per un ritorno alla gestione statale, nel caso che Arcelor Mittal decida di riturarsi dalla ex Ilva (una soluzione da non sottovalutare).  Ma esistono possibili acquirenti italiani e stranieri in alternativa? Qualche offerta era stata avanzata prima dell’acquisto di Arcelor Mittal. Adesso, anche in questo contesto di crisi economica da coronavirus, è difficile capire e orientarsi. Ora spicca la vicenda di Genova, nata con la contestazione dei tre licenziamenti e della decisione durissima dell’azienda di bloccare la produzione dello stabilimento di Cornigliano. Tattica, provocazione oppure un progetto più vasto di scontro e di rottura? La questione dell’ex Ilva è davvero nata male.