La tragedia dell’Afghanistan negli spot dei politici

di Paolo Lingua

La tragedia dell’Afghanistan negli spot dei politici

In Italia, ma anche nel resto del mondo identificabile come Occidente, si inseguono le dichiarazioni di principio in margine alla tragica vicenda dell’ Afghanistan, con dichiarazioni di disponibilità all’accoglimento dei cittadini di quello Stato martoriato in fuga e con una serie di distinguo : tutti quelli che arrivano, le donne e i bambini, i collaboratori degli Stati dell’Occidente, collegati alle diplomazie.  Ognuno lancia lo slogan che pensa catturare una percentuale  più o meno elevata dell’opinione pubblica, ma nessuno fa i conti sulla realtà concreta.

Sino a questo momento, infatti, stanno raggiungendo gli Usa e l’Europa solo alcune decine (e diventeranno al massimo centinaia) di profughi dall’Afghanistan che è uno stato collocato tra le montagne, senza collegamenti via mare e con passaggi limiti e controllati via terra, dal momento che le truppe talebane hanno già messo le loro truppe lungo i confini, sia a Nord, sia a Sud. Il Pakistan ha già disposto blocchi, muri e reti di filo spinato. Lo stesso vale per gli stati islamici ex Unione Sovietica. La stessa movimentazione all’interno dello Stato, a cominciare dalla capitale Kabul non è semplice. E i tentativi di arrivare in maniera disordinata (e disperata) all’aeroporto della capitale sembrano assai limitati, senza contare che, a quel che si è appreso dalla poche e frammentarie informazioni, le truppe talebane stanno già effettuando blocchi e controlli.

Proseguono i voli organizzati dai Paesi  occidentali per evacuare europei e americani e , come si accennava prima, gli afgani che delle diplomazie e dei militari degli Usa e della Nato sono stati stretti e diretti collaboratori. Resta assai complicato, per non dire impossibile per il momento, la possibilità di imbarchi generalizzati.  Infine non sono chiare le dichiarazioni del potere talebano: accanto a enunciazioni generali e concilianti ci sono comportamenti durissimi e repressivi. E le vittime non solo non si contano, ma è anche difficile contabilizzarle per mancanza di informazioni precise e dirette.  Non sappiamo che cosa accadrà nei prossimi mesi e non è chiaro come decine di migliaia per non dire centinai di migliaia di afgani possano lasciare il loro Paese e dirigersi verso i Paesi confinanti o addirittura verso l’Europa, passando per la Turchia e per la Grecia, sempre che sia materialmente possibile. Anche perché è dubbio che i talebani aprano le frontiere a chi vuol lasciare l’Afghanistan.

Per questo, per tornare a tentare una radiografia della politica nazionale, è difficile capire le linee dei nostri partiti, che sembrano balzare da una posizione a un’altra come una sorta di gioco dei quattro cantoni. Purtroppo, anche un dramma umano epocale  come quello al quale stiamo assistendo è usato (ma non solo in Italia)  come strumento di propaganda politica, giocando, a seconda degli interessi di parte, o sulla preoccupazione di invasioni di popolazioni in fuga o, invece, con dichiarazioni di disponibilità di tipo umanitario, tutto sommato facili a dirsi. Ma il vero nodo è la situazione internazionale i cui effetti negativi sono frutto di decenni di errori.