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La Repubblica ha 75 anni ma non li dimostra

di Paolo Lingua

La Repubblica ha 75 anni ma non li dimostra

Oggi la Repubblica Italiana compie 75 anni. Al di là delle dichiarazioni ufficiali e delle rituali – doverose – celebrazioni, è giusto ricordare che la profonda trasformazione dell’assetto politico e istituzionale del nostro Paese fu la conseguenza d’un referendum, scelta obbligatoria dopo la caduta del fascismo, la drammatica fine della guerra e la complessità delle nuove realtà ideologiche si trasformavano in partiti. Dopo l’8 settembre, quando il governo italiano si trasferì a Brindisi e l’Italia rimase spaccata in due, ci furono pressioni, anche in molti settori dell’ambient monarchico affinchè Vittorio Emanuele III abdicasse al trono, perché ritenuto troppo coinvolto nel ventennio fascista e in molte pesanti e tragiche scelte  operate da Mussolini. Vittorio Emanuele III rifiutò, anche perché era testardo e cocciuto e non aveva una grande opinione dell’erede Umberto, da lui ritenuto troppo debole e fragile, per non parlare della profonda avversione che aveva per la nuora Maria Josè del Belgio che non aveva mai mancato di nascondere la sua avversione per il fascismo e per l’alleanza con la Germania di Hitler.

Vittorio Emanuele, però, alla vigilia del referendum, fu costretto dal governo, allora presieduto dal dicembre del 1945 da Alcide De Gasperi, alla abdicazione. Umberto II divenn4e così il “re di maggio” perché restò sul trono un mese e non fece in tempo a recuperare l’impopolarità diffusa nei confronti della famiglia Savoia. Un particolare merita di essere ricordato: la famiglia reale al voto del referendum si astenne, con un atto di stile, dal votare, ma Maria Josè votò per l’elezione della Assemblea Costituente e diedre al sua preferenza al partito socialista. Al referendum la Repubblica prese poco più di 12 milioni di voti e la monarchia 10 milioni. In seguito, con analisi successive, si accertò che l’elettorato femminile, per la prima volta ammesso alle urne in Italia, optò in maggioranza la monarchia, mentre l’elettorato maschile in maggioranza votò a favore della repubblica.

La repubblica vinse nettamente nell’Italia settentrionale e in gran parte di quella centrale (con l’eccezione del Piemonte, dove la tradizione sabauda aveva ovviamente il suo peso); in Liguria, forse nello spirito della Repubblica di Genova, e dove la Resistenza aveva segnato pagine decisive, vinse la repubblica nettamente; nel sud, a Napoli in particolare, vinse la monarchia.   I partiti di sinistra e del centro laico optarono per la repubblica, quelli di destra per la monarchia; la democrazia cristiana che stava affermando la sua leadership era divisa ma De Gasperi si dichiarò ufficialmente a favore della repubblica. Umberto II attese – e ci furono delle esitazioni da parte della conferma del voto da parte delle istituzioni preposte – la proclamazione ufficiale, ma ebbe la saggezza di non ascoltare chi gli consigliava di tentare una forma di resistenza e lascò l’Italia in volontario esilio peer trasferirsi a Cascais  in Portogallo. Durante gli anni dell’esilio si comportò sempre con stile e correttezza.  

Venne eletto dalla Costituente Capo provvisorio dello Stato, l’avvocato e giurista di fama nazionale Enrico De Nicola, napoletano, liberale, che aveva votato per la monarchia. Nei due anni in cui l’Assemblea lavorò per la stesura della Costituzione  i partiti, anche se ideologicamente avversi, trovarono accordi unitari e pragmatici. Prevalse – e questo forse è uno degli aspetti più importanti di quegli anni così difficili e tormentati – il senso dello Stato, la fede nella nuova democrazia, il sogno di un futuro migliore e anche il desiderio di lasciarsi alle spalle decenni di ingiustizie, di prevaricazioni e di milioni di morti. La Costituzione italiana  fu un modello per le democrazie occidentali e ancora oggi, anche se si discute su alcuni aspetti da ritoccare e da aggiornare resta il disegno d’una verta democrazia a tutto tondo. Di quella assemblea, per restare in Liguria, è importante ricordare la presenza di Paolo Emilio Taviani democristiano), di Umberto Terracini (comunista) e di Paolo Rossi (socialdemocratico), insigne giurista penalista che ebbe un f9orte ruolo nella stesura del testo, nonché il simbolo della Resistenza, Sandro Pertini (socialista). Figure tutte scolpite nella storia. Oggi vale la pena ricordarle: la Repubblica è anche un merito loro.