La politica italiana sbanda a destra e a sinistra
di Redazione
3 min, 2 sec
La politica italiana dopo le nomine a Bruxelles e a Strasburgo ondeggia, un po’ a zig zag, tra euforia e polemiche accidiose. In verità, dal punto di vista dei partiti di governo, il vero risultato portato a casa è l’aver evitato la procedura d’infrazione con il relativo calo dello spread. Ma ci si è arrivati perché Conte e Tria hanno fatto marcia indietro sulla politica dei conti pubblici venendo incontro alle richieste del vertice europeo. Sulle nomine l’area governativa per adesso ha il fiato grosso. Alla presidenza dell’assemblea è andato un sponente del Pd, irritando Salvini e Di Maio. Per il resto ci si dovrà adeguare. E poi le preoccupazioni non sono finite. Le scelte definitive sono rinviate alle prossime verifiche dei conti pubblici tra ottobre e novembre. Su tutti gli altri aspetti della discussione delle scelte di governo la discussione, sulla base di posizioni contrastanti, resta aperta.
Ma se la maggioranza gialloverde continua a procede sia pure sbandando, come si comportano le opposizioni? Abbiamo visto il dibattito, il cui esito è ancora molto oscuro e incerto, all’interno di Forza Italia che è, come partito, contraria a quasi tutte le scelte dell’attuale Governo ma che è potenzialmente un alleato qualificato nel caso si andasse a elezioni politiche con prospettive di maggioranza di centrodestra. Molto dipenderà a questo punto da quale rapporto si installerà tra Toti e Berlusconi. Ma come vanno le cose all’interno del centrosinistra? L’area che comprende il Pd e i suoi piccoli alleati (ma quali e lungo quale linea strategica?) va, a sua volta, a zig zag. Zingaretti resta generalista e buonista, ma all’interno del suo schieramento i “colonelli” si muovono i direzioni differenti l’uno dall’altro in un clima di confusione. Si parla di un ravvicinamento tra Renzi e Franceschini che però sarebbero in rotta con Calenda e Gentiloni, mentre Del Rio (e questa è una mossa politica incomprensibile ) ha lanciato una linea sul tema dei migranti e dell’accoglienza che spacca la pol9itica dell’ex ministro dell’interno Minniti, che sarebbe ormai in netta rottura con la strategia di Zingaretti che però rimane sulle enunciazioni generiche. Il siluro a Minniti è assurdo. L’ex ministro dell’interno era riuscito, con assai meno rozzezza del governo gialloverde, a bloccare l’arrivo di migliaia di migranti mediante un politica accorta e soft, rimediando a errori e a contraddizioni del passato imputabili proprio ai governi di centrosinistra. Tanto è vero che Minniti aveva recuperato in popolarità durante l’anno del governo Gentiloni.
Ma proprio mentre la Lega, partito che punta alla maggioranza quasi assoluta, cerca di aggregare il voto di destra, conviene al Pd cercare spazio in un’area della sinistra radicale che ha raccolto sinora poche frange di voto inutilizzabili? Il Pd rischia di fare la parte dello sconfitto “con onore” in tutti gli appuntamenti elettorali, solo perché ha scavalcato, anche in questo caso per autopunizione, il M5s? La sensazione che si raccoglie dalle ultime mosse del Pd è quella d’un partito dalle idee poche chiare che cerca sì una ricostruzione dopo il disastro della politica renziana e che anche nelle periferie (basterebbe pensare alla condizione passiva in Liguria d’un partito che ha perso quasi tutte le amministrazioni “storiche” che reggeva da decine d’anni) non sembra reagire alla politica del centrodestra che è quasi dovunque vincente. Questo rende la situazione politica italiana assolutamente precaria. Discussioni nel centrodestra per il difficile rapporto Salvini – Berlusconi; nel campo dei “grillini” crescono gli scontri più o meno occulti tra Di Maio da una parte e Di Battista e Fico dall’altra; il centrosinistra ondeggia senza logica. Speriamo che il paese non ne paghi le conseguenze.
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