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La malinconica demolizione della Fiera di Genova

di Paolo Lingua

Il direttore Paolo Lingua ripercorre la storia di uno dei simboli della città

La Storia non cambia solo gli uomini ma anche le cose; modifica la natura e quindi, a maggior ragione, gli edifici realizzati dall’uomo. Cambiano, sovente per necessità più che giustificate, le fisionomie delle città. Sono pensieri, alla spicciolata, che vengono in mente in questi giorni  nei quali è cominciata la demolizione di fatto della Fiera di Genova. Prima è stato raso al suo il palazzo ex Nira, poi la direzione e la sede dell’Ucina. Ora tocca ai padiglioni rimasti in piedi, m deserti e inutilizzati da anni. Modifiche sostanziali toccheranno anche al Palasport che resterà in piedi e con nuove forme di utilizzo. Aspettiamo la nascita, grazie alla matita di Renzo Piano, del Waterfront di Levante, con canali e attracchi di barche da diporto. Certamente ci si augura che emerga, sulla foce del Bisagno, un design armonico ed esteticamente gradevole, oltre che funzionale. Detto questo, resta, per chi anche professionalmente ha bazzicato per quasi mezzo secolo, quella che era una roccaforte dell’immagine e della realtà di Genova.

La sede recettiva del Salone Nautico Internazionale (unica iniziativa sopravvissuta e ospitata in latra zona, sempre tra la Foce e il Porto Storico) e il centro di appuntamenti di decine e decine di iniziative. Nata alla fine degli anni Cinquanta, grazie anche all’attività del suo primo presidente, il prof. Giuseppe De Andrè, già vicesindaco di Genova (e padre del cantautore), la Fiera fu un punto di attrazione non solo per i genovesi e i liguri, ma anche per un popolo infinito di turisti e di operatori economici. La Fiera cambiò il traffico e la movimentazione della città, considerando che, pochi anni dopo il suo decollo, venne realizzata la Sopraelevata. La crescita dei visitatori implicò la realizzazione di parcheggi nell’area della Foce.

Ma val la pena di ricordare la promozione che gli eventi fieristici provocarono nel settore turistico, in particolare per alberghi e ristoranti. Molti di questi ultimi ebbero la loro fortuna proprio grazie alla Fiera. Le Fiere – a cominciare da quella più famosa e importante, quella di Milano – sono state uno dei tanti elementi che hanno caratterizzato la crescita economica del dopoguerra, un aspetto del boom italiano anche in funzione della valorizzazione delle nostre eccellenze. Tutte le Fiera, e non solo quella di Genova, nel giro di boa degli anni Novanta del secolo scorso, hanno conosciuto una curva discendente: non occupano più i servizi speciali dei media e sono scomparsi dai documentari dei cinegiornali (che peraltro non esistono più  da tanto tempo). Il declino delle struttura genovese è cominciato dalle celebrazioni colombiane del 1992.

Da allora in poi l’ente ha conosciuto solo soppressioni di manifestazioni e tagli, sino a restare con un’unica attività, quella del Salone Nautico che ha avuto anche i suoi stop per una serie di concause. Il capolinea della Fiera segna oggi la demolizione di quello che non è più utilizzabili, anche se quei padiglioni sono stati testimoni di appuntamenti importantissimi e della presenza di protagonisti della vita politica, economica e culturale non solo dell’Italia ma anche dell’Europa e del mondo. Certo, è una storia finita. Ma un pizzico di malinconia e di rimpianto ci sta mentre decollano le ruspe. Vierne in mente, a metà degli anni Cinquanta, la demolizione dello storico quartiere di Piccapietra, voluta dal Comune per dar vita a un quartiere dirigenziale in pieno centro. Fu scritta in dialetto genovese un canzoncina popolare in cui si pregava il piccone di picchiare, piano piano, su una zona che aveva segnato  la storia (con l’episodio di Balilla) della città. Un po’ di garbo quindi anche per i picconi che dilaniano i padiglioni della Fiera.