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La leadership di Letta in un Paese “malato”

di Paolo Lingua

La leadership di Letta in un Paese “malato”

Per qualunque leader politico è difficile muoversi oggi in un Paese (e in un mondo) dominato ancora dalla pandemia, una condizione che modifica la mentalità dei cittadini e impone scelte preferenziali mirate solo alla fine delle infezioni e dei ricoveri e alla più rapida possibile ripresa dell’economia. Il coronavirus ha alterato la realtà e i valori e un po’ tutti i partiti hanno pagato prezzi pesanti. I piccoli movimenti fanno fatica a muoversi e si frantumano i piccoli pezzi (in queste ore basta vedere il caso di  “+ Europa” e l’agitazione dei movimenti dell’strema sinistra), ma anche gli schieramenti maggiori o comunque più visibili mostrano confusione e affanno. Nel centrodestra due partiti, con contenuti diversi, sono al governo – Lega e Forza Italia – mentre Fratelli d’Italia sta arroccato all’opposizione.

Nell’area tra il centro e la sinistra assistiamo alla più vorticosa movimentazione. Matteo Renzi si è mosso da “vincitore” per la caduta di Giuseppe Conte e l’avvento di Mario Draghi ma non sembra aver cavato alcun consenso nell’opinione pubblica. I sondaggi lo blindano a 2% il che vuol dire che, con il taglio dei parlamentari, alle prossime elezioni rischia di scomparire. La premessa era necessaria per fissare l’obiettivo sui due maggiori partiti dell’area di centrosinistra, entrambi sostenitori del governo Draghi, vale a dire il Pd e il M5s. I due partiti sono al centro d’una sorta di rivoluzione interna. I grillini sono divisi e confusi: hanno al loro interno sostenitori di Draghi senza riserve (Di Maio), leader esterni ormai spaccati come Grillo e Casaleggio. Hanno parlamentari espulsi e altri che vorrebbero dar vita a un nuovo movimento, nonché eterni ribelli come Di Battista il cui percorso è per adesso misterioso.

Ma il punto cruciale dell’area politica in questione resta il Pd, partito complesso, frutto d’una complicata fusione tra ex Pci, ex Dc e residui di piccoli partiti laici, di fatto scomparsi già alla metà degli anni Novanta. A voler essere freddi e obiettivi, il Pd, dopo la rottura tra il M5s e la Lega, con il passaggio di Salvini all’opposizione, ha agganciato l’accordo con i grillini, sovente rinunciando a proprie posizioni politiche consolidate per accettare, a volte in via subalterna, la linea dell’alleato che, sino a pochi mesi prima era stato un feroce avversario politico. Questa politica, soprattutto con il crollo del Conte bis e con l’avvento di Draghi, ha ridimensionato il partito: che, sempre stando ai sondaggi (sempre da valutare con prudenza), sarebbe sceso da una percentuale che aveva superato nettamente il 20% sino a sotto il 17%.

L’agitazione interna con risse tra i “colonnelli” ha portato alle dimissioni del segretario Nicola Zingaretti, in parte artefice dell’eccessiva politica di subalternità al M5s: una linea che, alle elezioni amministrative dello scorso autunno, ha portato risultati deludenti, basterebbe pensare solo alla dura sconfitta in Liguria. Enrico Letta, ancorchè  “silurato” da Renzi e oggi acclamato anche da tutti quelli l’avevano pugnalato, ha una maggior figura intellettuale e un prestigio da recuperare. Ma saranno i fatti a giudicarlo da qui alle elezioni. Il partito ha perduto il rapporto con il territorio, i circoli (ex sezioni) sono quasi deserti, non è facile ricostruire un rapporto con possibili cooptazioni dalla società civile.

Letta nasce politicamente più moderato che estremista. Nel suo discorso d’esordio ha giocato a 360% (anche se lo ius soli e il voto ai sedicenni non sono argomenti travolgenti in questo specifico momento) tra la sinistra più rigida e l’area moderata, anche se sarà difficile riagganciare Renzi ne quel che resta del suo esercito. Letta è stato vago sulla legge elettorale e, al di là dell’annuncio di buoni propositi, non è ancora chiara la sua visione di politica economica. Si dovrà capire cosa inserire concretamente nel progetto Recovery da presentare in Europa e su cosa puntare per la ripresa economica che, dopo la fine della pandemia,  è il problema più urgente. Ma sulla politica economica, di fatto, sono più nette le distanze tra Pd e grillini, sentiero sul quale è scivolato Zingaretti. La strada di Letta, per adesso, resta tutta in salita.