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La faticosa marcia del Recovery Fund

di Paolo Lingua

La faticosa marcia del Recovery Fund

C’è da augurarsi che, nel volgere di qualche settimana (e non di mesi) si possano sbloccare tutti gli ostacoli al Recovery Fund che pure era nato, una volta tanto rivoluzionando l’arcigna contabilità della UE, per trovare finanziamenti  che, in tempi ragionevoli, potessero dare una spinta all’economia  dei Paesi dell’Unione in crisi per il Covid. La prima difficoltà è emersa dalla lentezza della messa a punto del finanziamento e da un eccesso politico-burocratico degli stati a individuare gli obiettivi strategici più importanti. Poi, da una decina di giorni, sono emersi i secchi “no” dei Paesi dove governa il nazionalismo-sovranismo come l’Ungheria e la Polonia (ma se ne aggiungeranno altri, tutti dell’Europa orientale). E questo per fare contenti (si fa per dire giocando sul paradosso) anche i partiti italiani che da tempo strizzano l’occhio al sovranismo. Con faticosi compromessi, è molto probabile che si arrivi a superare l’opposizione e a trovare un accordo. Anche perché i finanziamenti del Recorery Fund sono determinanti per la ripresa dell’intero continente, proprio mentre la Cina e altre economie del Far East stanno risorgendo.

E proprio anche per questi “stop” politici che, in particolare per l’Italia, sarebbe stato utile ricorrere al Mes, puntando subito al rilancio e al potenziamento della sanità pubblica e a tutti i suoi aspetti connessi. Ma, come ormai sappiamo seguendo questa assurda favola, nei confronti del Mes c’è una opposizione ideologica preconcetta, peculiare del M5s ma che è condivisa anche da una larga parte dell’opposizione dei destra (ma non da Berlusconi). E, considerato che sul Mes Giuseppe Conte è silenzioso oppure scavalca l’argomento,  dobbiamo rassegnarci ad aspettare.

La questione del Recovery Fund  è di primaria importanza la si può collegare proprio in questi giorni in cui si discute sulla legge finanziaria che, nella prospettiva dei prestiti o delle donazioni europee, potrebbe assumere aspetti differenti. Ci sono molti settori delle voci del prossimo bilancio che potrebbero essere destinate a investimenti di rilancio dell’economia e non all’assistenza urgente, da momento che piccole imprese (soprattutto commerciali) e decine di migliaia di disoccupati forzati premono, anche giustamente, sul sistema.

In questo contesto, i partiti che sostengono il governo (e anche nella prospettiva di un dialogo, non politico, ma tecnico sulla legge finanziaria, con “Forza Italia”), non sono di fatto omogenei, al di là delle dichiarazioni generiche di principio rilasciate ai media. Italia Viva e il Pd, sia pure con accentazioni e sfumature differenti, puntano molto al rilancio dell’economia, mentre il M5s, sia pure attraversato da forti contraddizioni interne ancora in gran parte da chiarire, è sempre a sostegno del reddito di cittadinanza (anche per tenere il voto nel Sud). Il risultato è che sovente – e appare in modo palese – il governo va a zig zag per evitare scontri troppo pesanti, anche perché si deve muovere con difficoltà non trascurabili nei rapporti con le regioni sulla disciplina legata ai rischi di contagio, differenti da regione a regione. In parole povere: le questioni legate alla salute pubblica si mescolano con le scelte di ripresa economica. E tutto si complica.

Per quel che riguarda le strategie che riguardano i fondi potenziali del Recovery, la filosofia del governo sino ad ora non è apparsa chiara (ma il discorso vale anche sulle istanze delle regioni e dei comuni). Infatti, più che sugli investimenti che puntano alla ripresa dell’economia – al di là delle prospettive ecologica, sulla tecnologia avanzata e sulla green economy – si ha la sensazione che prevalgano molte scelte di ordinaria amministrazione e persino di manutenzione dell’esistente. Spesa che dovrebbero essere ordinarie, mentre il Recovery dovrebbe essere la chiave creativa per tutto quello che potrebbe essere straordinario, proprio per invertire la tendenza alla crisi in atto. Anche non tutto quello che è emerso dalla regione e dai comuni in Liguria non ha dato l’idea d’un “salto” di qualità e di scelte. Alcune indicazioni – le grandi opere portuali – sono certamente condivisibili, ma in questo caso i finanziamenti europei servirebbe ad acciuffare quello che già doveva avvenire e poi non è accaduto? Sarà un pensiero malizioso, ma non si può fare a meno di posarci sopra una riflessione.