L'ex Macheda: "Dopo l'esperienza alla Sampdoria ero mentalmente morto"

di Alessandro Bacci

L'attaccante: "Che ne sapevo delle responsabilità? Non ho mai visto un 19enne che salva una società. Mi mettevano pressioni, e io le aumentavo"

Federico Macheda, uno dei simboli della retrocessione della Sampdoria, torna a parlare di quel capitolo della sua carriera. "Venivo da 6 mesi buoni con lo United e Ferguson mi disse di non andare in Italia. Mi consigliò di andare in prestito in Inghilterra, così poteva tenermi d’occhio - afferma a Cronache di Spogliatoio. - La presi come una cosa facile: “Adesso vado in prestito, spacco tutto e torno qui”. Scelsi di tornare a casa, nel mio Paese, e firmai con la Sampdoria. Rifiutai qualsiasi destinazione. Solo che Pazzini venne ceduto e su chi ricaddero tutte le aspettative? Su di me. Un ragazzino che sì, veniva dallo United, ma che ne sapevo delle responsabilità? Non ho mai visto un 19enne che salva una società. La scelta fu sbagliata, aveva ragione Sir Alex".

L'attaccante ha proseguito: "Mi mettevano pressioni, e io le aumentavo. Mi caricavano di aspettative, e io le aumentavo. Mi guardavano e si aspettavano due gol a partita, e io volevo segnarne tre. Ciò che mi aveva reso forte si stava sgretolando dall’interno. Il fuoco che aveva mosso ogni mia scelta, ogni mio gesto, era divampato in un incendio pericoloso, vicino alle parti vitali per le mie emozioni. Ogni pallone che calciavo emetteva un rumore sordo, non il suono che avevo sentito fino a quel momento. Non avevo fatto i conti con tante cose. La prima: non si vive di rendita, purtroppo. E chi ci riesce, prima o poi cade. La seconda: la mia mentalità era sbagliata. La terza: ero troppo immaturo per capire la seconda. Rimasi senza contratto e pensai al peggio: se prima ero insicuro, ora ero mentalmente morto. Finito. Spento. Calato il sipario. Sapevo di essere un giocatore importante, ma i fattori che si accumulavano erano diventati insostenibili. Non riuscivo a trovare uno spiraglio per crederci ancora".