"La morte di Emanuele, di un giovane, di un ragazzo come tanti altri, ci lascia storditi, frastornati, increduli.
Il primo pensiero va a Emanuele: all’interruzione improvvisa dei sogni della sua vita, di ciò che amava di più, dei suoi progetti. Penso ai suoi genitori, Edoardo e Beatrice, al fratello Eugenio, ai parenti, agli amici. E poi penso a tutti noi, che ci sentiamo partecipi di questo stordimento, di questo essere frastornati e increduli, perché una morte così colpisce tutti. Ci spinge a riflettere, a cercare un senso dentro una perdita così grande.
Il Vangelo che ho scelto parte proprio da una domanda: «Signore, se tu fossi stato qui…». Quando si soffre, si soffre molto. A volte ci si sente così soli da avere persino la sensazione che Dio ci abbia lasciati soli. Il Vangelo ci racconta la risposta che Gesù dà a Marta e a Maria. Gesù dice: «Io sono la risurrezione e la vita».
Gesù non argomenta, non dà spiegazioni. Assicura però che la vita non è tolta, ma trasformata, e che un giorno ci ritroveremo tutti nella casa del Padre. La fede non è un semplice argomento consolatorio in mezzo alle tragedie della vita: è la certezza che Dio è con noi anche nei momenti in cui ci sentiamo soli. Ce lo ricorda anche il nome Emanuele, che significa “Dio è con noi”.
Emanuele è con noi e Dio è con noi. Come ci ricordava la prima lettura: chi ci separerà dall’amore di Cristo? Forse la tribolazione, l’angoscia, la persecuzione? E di fronte alla morte di una persona cara, di una persona che Gesù amava, che cosa fa Gesù?
La prima cosa che colpisce è il suo silenzio. Dice pochissime parole. Di fronte alla morte, talvolta il silenzio è più eloquente delle parole. Spesso ci mancano le parole perché ci troviamo davanti a un mistero, e le parole non ci aiutano davvero a comprenderlo.
Poi Gesù fa una seconda cosa: si commuove profondamente e scoppia in pianto. È sorprendente questa coesistenza in Gesù: Figlio di Dio, l’Onnipotente, eterno e immutabile nella sua divinità, e allo stesso tempo profondamente umano, fragile, capace di piangere. In Lui convivono divinità e umanità. Gesù è Dio ed è uomo, e con fiducia possiamo affidarci a Lui.
Con la stessa fiducia chiediamo che la giustizia faccia il suo corso, che la verità emerga e che venga fatta luce su eventi così dolorosi. Abbiamo appena chiuso, per noi credenti, il Giubileo della speranza. La speranza cristiana non è semplice ottimismo, ma la certezza che il Signore ci accompagna nella nostra vita, anche quando lo fa in modi per noi incomprensibili o faticosi da accettare.
Chiediamo allora al Signore la grazia di avere occhi capaci di riconoscere come Egli ci stia accompagnando anche in questo momento.
Vorrei concludere con una preghiera di sant’Agostino.
La morte non è niente.
Sono solamente passato dall’altra parte.
È come se fossi nascosto nella stanza accanto.
Io sono sempre io e tu sei sempre tu.
Quello che eravamo l’uno per l’altro lo siamo ancora.
Chiamami con il nome che mi hai sempre dato,
che ti è familiare.
Parlami nello stesso modo affettuoso che hai sempre usato.
Non cambiare tono di voce,
non assumere un’aria solenne o triste.
Continua a ridere di ciò che ci faceva ridere,
di quelle piccole cose che tanto ci piacevano
quando eravamo insieme.
Prega, sorridi, pensami.
Il mio nome sia sempre la parola familiare di prima.
Pronuncialo senza la minima ombra di tristezza.
La nostra vita conserva tutto il significato che ha sempre avuto.
È la stessa di prima.
C’è una continuità che non si spezza.
Perché dovrei essere fuori dai tuoi pensieri,
dalla tua mente,
solo perché sono fuori dalla tua vista?
Non sono lontano,
sono dall’altra parte, proprio dietro l’angolo.
Rassicurati, va tutto bene.
Ritroverai il mio cuore,
ritroverai la tenerezza purificata.
Asciuga le tue lacrime,
non piangere se mi ami.
Il tuo sorriso è la mia pace."
