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Il taglio dei parlamentari è utile o è una scelta demagogica?

di Paolo Lingua

Il punto di Paolo Lingua

Servirà a qualcosa il taglio dei parlamentari, voluto a tutti i costi, per compiacere la “pancia” del proprio elettorato, da parte del M5s?  Il Pd, ma anche buona parte del centrodestra, per il timore di non soddisfare la parte più demagogica del proprio elettorato, sembrano adeguarsi, sollevando poi progetti di riforma elettorale entro la fine dell’anno (ma c’è chi tira per il proporzionale e chi per il maggioritario) sia pure in un clima di progetti confusi. Dovrebbero, in avvenire, saltare 230 deputati su 630 e 115 senatori su un attuale totale di 315 (senza contare gli ex presidenti della Repubblica e i 5 senatori a vita). Il taglio dei costi della politica, nel quadro dell’economi a generale dello Stato, è relativo. Si tratta d’una rancorosa polemica contro il ceto politico, messa in campo dal M5s sin dai primi albori della propria attività. Gli altri partiti, dal Pd al centrodestra non erano del tutto convinti, ma adesso votano tutti a tetta bassa in un clima di ricerca del consenso qualunquista. Il realtà il problema è più complesso: di per sé il taglio, o il non taglio, del numero dei parlamentari è una questione di per sé asettica e senza senso se non è collegata a una riforma elettorale sensata e, se fosse possibile, a una ristrutturazione degli equilibri tra i poteri dell’esecutivo (il governo)  e del parlamento.

In un certo senso aveva un significato più serio il referendum perduto da Renzi qualche anno fa, con il solo difetto da parte del leader fiorentino di non averlo voluto condividere con le altre forze politica, puntando assurdamente invece a farne una sorta di referendum sulla propria potenziale leadership. Oggi i partiti in parlamento, con la sola eccezione di Emma Bonino che teme di essere annullata da una possibile legge elettorale maggioritaria, dicono si sì a testa bassa, senza logica e senza fantasia. In particolare, come è stato notato nei giorni scorsi dagli osservatori e dagli opinionisti più profondi, è apparsa fiacca la posizione del Pd, debole anche sul piano delle riforme economiche e finanziarie, apparentemente solo preoccupato di restare al governo e di tirare a campare sino ai limiti del possibile. Vedremo poi quando emergerà il dibattito sulla potenziale legge elettorale, ma anche con possibili accessori legislativi sull’organizzazione e l’assetto dei poteri dello Stato. Un tema, quest’ultimo, assai complesso che prevede procedure parlamentari complesse e possibili referendum. Nel frattempo, come già in molti hanno osservato, il gioco dei “si” e dei “no”, delle proposte e delle micropolemiche, si fa sempre più complesso e intrecciato, anche se poi di relativa consistenza di significati concreti. I progetti sono fiacchi e vengono usati, sia tra alleati sia tra avversari, più in chiave strumentale che in chiave propositiva. Renzi appare aggressivo ma non si azzarda a scendere in campo con il suo simbolo alle elezioni regionali; il Pd è in affanno mentre il M5S sembra, salvo la minaccia di miniscissioni interne, aggrappato al governo, temendo un crollo elettorale nel caso d’una crisi dell’esecutivo.

 Il centrodestra s’è certamente riassestato anche se, a livello nazionale, resta confinato all’opposizione. Punterà alla rivincita alle elezioni regionali che saranno da qui alla prossima primavera, il vero banco di prova. I colpi di coda potrebbero venire dal movimento di Renzi: aspetterà le regionali, pur restandone fuori, per fare poi lo sgambetto al governo che pure ha contribuito a creare in maniera determinante? Conoscendo Renzi e il suo passato, tutto è possibile. La prospettiva comunque di ciò che avverrà in Italia nei prossimi mesi è una dimensione dalla meteorologia imprevedibile e bizzarra. Purtroppo fragile nella sostanza.

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