Genova, iniziato il processo per la morte del giovane canoista di Sestri Levante
di Claudio Baffico
Si è aperto davanti al tribunale di Genova il processo per la morte di Andrea De Mattei, il ragazzo di 14 anni originario di Sestri Levante che il 16 gennaio 2023 perse la vita dopo un’uscita in canoa nelle acque dell’fiume Entella, nel territorio di Chiavari. Una vicenda che aveva profondamente colpito l’intera comunità ligure e che ora approda in aula per accertare eventuali responsabilità.
Sul banco degli imputati siedono sei vigili del fuoco intervenuti nelle operazioni di soccorso e due istruttori dell’associazione sportiva che accompagnava il giovane. L’accusa, a vario titolo, è di omicidio colposo. Secondo la Procura, durante le fasi di recupero si sarebbero verificati ritardi e criticità operative, oltre a una gestione non adeguata del rischio ipotermia, fattore che si sarebbe rivelato determinante nel decesso del ragazzo. Andrea, rimasto incastrato con la canoa attorno a un tronco sommerso dopo una piena dei giorni precedenti, restò per ore in acqua gelida: il corpo immerso, la testa sostenuta a fatica da uno degli istruttori nel tentativo disperato di tenerlo fuori dall’acqua.
Intanto resta aperto un ulteriore capitolo giudiziario. La Procura ha ancora pochi giorni per decidere se impugnare il provvedimento con cui, lo scorso 2 febbraio, la giudice Angela Nutini ha prosciolto i due medici – uno dell’automedica e uno dell’elisoccorso – intervenuti quel giorno per tentare di salvargli la vita. Nelle motivazioni del proscioglimento, il loro operato è stato definito corretto; il pericolo di ipotermia, si legge, era evidente, ma le condotte sanitarie non avrebbero presentato profili di colpa.
La madre di Andrea, Monica Stagnaro, si è costituita parte civile. Assistita dai propri legali, ha ribadito la convinzione che il figlio “potesse essere salvato” e che il processo rappresenti anche un passaggio necessario perché tragedie simili non si ripetano. L’udienza inaugurale ha segnato l’avvio formale del dibattimento, che entrerà nel vivo dal 24 febbraio, quando si inizierà a discutere nel dettaglio delle responsabilità contestate.
La dinamica di quel pomeriggio resta impressa negli atti dell’inchiesta. Dopo il ribaltamento dell’imbarcazione, la canoa si attorcigliò attorno a un tronco incagliato sul fondale. Sul posto giunsero i vigili del fuoco di Chiavari, poi rinforzi da Genova e La Spezia, oltre ai sanitari e all’elicottero. Le operazioni di liberazione si rivelarono complesse e lunghe. Con il passare del tempo, le condizioni del ragazzo peggiorarono fino alla perdita di coscienza. Trasportato in codice rosso all’ospedale San Martino del capoluogo ligure, il suo cuore cessò di battere quattro giorni più tardi.
Gli accertamenti medico-legali, disposti dal pubblico ministero, hanno stabilito che la morte fu causata da una “morte cerebrale conseguente a stato post anossico irreversibile secondario ad arresto cardiaco ipotermico”. In altre parole, la prolungata permanenza nelle acque fredde del fiume avrebbe provocato un abbassamento critico della temperatura corporea, culminato nell’arresto cardiaco e nei danni cerebrali irreversibili.
Dopo una prima fase di archiviazione per alcuni degli indagati e successive impugnazioni, la vicenda giudiziaria si è progressivamente definita fino all’attuale rinvio a giudizio di sei vigili del fuoco – due del comando genovese e quattro di quello chiavarese – e dei due istruttori. Per i soccorritori, gli inquirenti parlano di intervento tardivo, manovre ritenute non corrette e sottovalutazione del rischio legato all’ipotermia. Sarà ora il tribunale a stabilire se vi siano state responsabilità penali in una tragedia che ha segnato profondamente la famiglia del giovane e l’intera comunità.
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