Genoa, toccato il fondo ma cosa si aspetta a comprare?
di Gessi Adamoli
Il nuovo anno è iniziato nei peggiori modi, non tanto per la mancata vittoria su un avversario diretto nella lotta per la salvezza quanto per la dimostrazione di pochezza data da una squadra incapace di fare gioco e di costruire occasioni da rete. Il gol se lo è inventato Colombo con una giocata da attaccante vero, poi il nulla. Il Pisa, al di là del regalo della coppia Vazquez-Leali, il pareggio lo ha largamente meritato, dando se non altro dimostrazione di avere ben chiaro il tipo di partita (sporca) da fare e in quel senso ha eseguito alla lettera le indicazioni ricevute dalla panchina. A proposito di Gilardino va ricordato che si tratta della prima vittima di una dirigenza che come motto ha: “in guerra non si fanno prigionieri”. A Gilardino era stata affidata una squadra che, dopo il ciclone Blessin, era totalmente allo sbando, sembrava l’esercito italiano l’8 settembre del ’43. L’ha portata in A senza nemmeno dover passare dai play off e l’anno successivo ha ottenuto con 49 punti un impensabile undicesimo posto, migliore neopromossa in assoluto dei cinque maggiori cinque campionati europei. È saltato dopo aver totalizzato 4 punti in due partite a causa di un’intervista in cui senza mezzi termini aveva dichiarato: “La società mi ha lasciato solo”. E dopo quella di Gilardino sono cadute altre teste di dissidenti, per altro tutti genoani doc: Zangrillo, Marco Rossi, Pilati. Il dissenso non è ammesso, i giornalisti e persino i tifosi sono stati divisi in “amici” e “nemici”. Tutto questo al Genoa non era mai successo, la forza del Grifone è sempre stata un grande senso collettivo di appartenenza. Tutti fratelli, nella buona e soprattutto nella cattiva sorte.
La serie A è un bene prezioso e va salvaguardato con ogni mezzo. Per questo la società si doveva muovere tempestivamente sul mercato. Questo eccesso di attendismo non può che alimentare tutta una serie di retropensieri: ci sono davvero le risorse per rinforzare la squadra in questo mercato di gennaio? E poi ancora: quanto interessa davvero il Genoa ad un presidente che in questo campionato ha visto solo una manciata di partite? Ma Dan Sucu sarebbe davvero da biasimare se gli stessero più a cuore gli interessi del suo Rapid Bucarest che sembra avviato ad una stagione trionfale, ma nell’ultimo mese è entrato in crisi e ha perso il primato in classifica: due sconfitte consecutive e una battuta d’arresto anche in Coppa di Romania.
Il ds Diego Lopez continua a prendere tempo, ma se ha dei dubbi riguardo la lista della spesa basta che chieda ad uno qualunque dei 28.101 abbonati che quest’estate avevano dato fiducia al progetto Sucu-Blazquez. Loro hanno le idee ben chiare. Servono un portiere, un difensore che abbia la personalità per essere il leader del reparto arretrato, un regista, una mezzala che sappia anche inserirsi nell’area di rigore avversari ed un attaccante, anche se il rendimento di Vitinha (commovente contro il Pisa il suo spirito di sacrificio) e Colombo è notevolmente cresciuto da quando giocano più vicini.
Non sopportiamo la soluzione dei capri espiatori: troppo facile. Adesso fa comodo gettare la croce addosso a Leali, ma era chiaro da subito che sarebbe stato un azzardo partire come titolare con un portiere che le uniche volte che aveva fatto la serie A era retrocesso (Cesena e Frosinone). Quanto meno andava protetto da una difesa importante e invece il reparto arretrato rossoblù è stato indebolito numericamente e tecnicamente. La cessione di Bani per poco più di un milione è stata autolesionistica (con lui centrale ne avrebbe giovato anche il rendimento di Ostigard e Vazquez). E Leali andava supportato anche dal punto di vista piscologico. È in scadenza di contratto, ma dalla società non gli è mai arrivata una proposta di rinnovo (per il futuro sarebbe stato un buon dodicesimo). Insomma, non il modo migliore per dimostrargli fiducia.
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