Forum Salute e Sanità 4a edizione, Tronconi: "Si sta purtroppo registrando anche una disaffezione ad affrontare il percorso di studi"

di Chiara Manganaro

In una fase di profondo cambiamento per la sanità italiana, segnata dagli effetti strutturali della pandemia e da una riorganizzazione complessiva del sistema, anche le professioni sanitarie stanno vivendo una trasformazione radicale. Un cambiamento spesso poco visibile ai cittadini, ma destinato ad avere un impatto diretto sulla qualità dell’assistenza nei territori.

«La percezione che c’è in questo momento storico così delicato, soprattutto nella fase successiva alla pandemia da Covid, è quella di una radicale rivisitazione dell’approccio sia sul piano formativo sia su quello dell’attrattività del Servizio sanitario nazionale rispetto alle professioni sanitarie», spiega Livio Pietro Tronconi - AD ICLAS e Presidente Nazionale Aiop sezione ospedaliera.

Gli scenari, però, sono differenti a seconda delle categorie professionali. «Ci troviamo davanti a due scenari completamente diversi. Per quanto riguarda la componente medica, oltre a registrare una carenza numerica di accesso al servizio – che sarà sicuramente governata con l’aumento dei posti consentiti alle facoltà di Medicina – il vero tema è quello delle specializzazioni», sottolinea. 

Ancora più critica appare la situazione delle professioni sanitarie non mediche, soprattutto quella infermieristica. «Sul piano dimensionale si sta registrando una criticità legata al personale delle professioni sanitarie, in modo particolare al personale infermieristico. Si sta purtroppo registrando anche una disaffezione ad affrontare il percorso di studi in Scienze infermieristiche», evidenzia. Una tendenza che rischia di produrre effetti pesanti: «Si sta determinando una carenza numerica di disponibilità di questa che è una professione essenziale per la tenuta del Servizio sanitario nazionale».

Le cause? «Faccio una premessa: il legislatore e il Governo hanno piena consapevolezza del problema e si stanno adoperando con iniziative legislative vocate ad affrontare questa criticità», precisa. Ma il nodo, secondo lui, è più profondo: «Le ragioni di fondo rispondono a un’esigenza di adattabilità del modello assistenziale e della presa in carico dei pazienti. Le strutture organizzative devono necessariamente valorizzare competenze e meritocrazia, riconoscendo ciò che una professione come quella infermieristica oggi è in grado di garantire».

Il punto è che il modello organizzativo attuale fatica ad adeguarsi: «Le modalità con cui si affronta l’impiego di questa figura così essenziale guardano forse ancora troppo al passato e sono un po’ timorose nell’affrontare sfide che comportano un ripensamento del ruolo dell’infermiere».

In questo contesto si inseriscono anche alcuni interventi normativi recenti. «Il legislatore è intervenuto con una sorta di ritorno al passato introducendo la figura dell’assistente infermiere, proprio per caratterizzare un ruolo partecipativo di autonomia e responsabilità diverso per quanto riguarda gli infermieri», osserva.

Un percorso complesso, dunque, ma inevitabile. «Ci sono sicuramente aspetti critici, ma è altrettanto certo che è un percorso che necessariamente si deve affrontare, perché è oggettivamente a rischio la tenuta complessiva del Servizio sanitario nazionale», conclude.

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