Fondi ad Hamas: per i difensori di Hannoun il materiale d’intelligence non ha valore di prova
di c.b.
Gli avvocati di Mohammad Hannoun e degli altri indagati nell’inchiesta per terrorismo della Procura di Genova denunciano «una grave torsione dei principi dello Stato di diritto, della cooperazione penale internazionale e delle garanzie fondamentali del processo penale».
In una lunga nota, firmata dai legali Nicola Canestrini, Fausto Gianelli, Elisa Marino, Gilberto Pagani, Pier Poli, Marina Prosperi, Nabil Ryah, Dario Rossi, Flavio Rossi Albertini, Giuseppe Sambataro, Fabio Sommovigo, Emanuele Tambuscio, Gianluca Vitale e Samuele Zucchini, viene contestata la natura delle presunte prove a carico degli indagati, accusati di essere finanziatori di Hamas. Secondo il collegio difensivo, non si tratterebbe di elementi probatori in senso giudiziario, ma di materiale di intelligence: informazioni «non validate, non sottoposte a controllo giurisdizionale, prive di contraddittorio e delle garanzie minime di attendibilità richieste in uno Stato di diritto".
La presa di posizione arriva a pochi giorni dall’udienza davanti al Tribunale del Riesame, fissata per venerdì 16 gennaio, durante la quale i legali chiederanno la scarcerazione degli arrestati, nel frattempo trasferiti in istituti dotati di sezioni ad alta sicurezza.
Secondo gli avvocati, "è un dato incontestabile" che lo Stato di Israele rifiuti sistematicamente di sottoporsi alle regole della giustizia penale internazionale, sottraendosi anche alla giurisdizione della Corte penale internazionale. Per questo, sostengono, sarebbe «giuridicamente e politicamente inaccettabile» che lo stesso Stato utilizzi i meccanismi di cooperazione penale internazionale per diffondere all’estero ipotesi investigative "unilaterali, non verificate e funzionali a un conflitto armato in corso".
"Nessun giudice israeliano ha mai convalidato le ipotesi investigative oggi richiamate», affermano ancora i legali, sottolineando che tali elementi restano di esclusiva competenza dei servizi di sicurezza, operanti «sotto il diretto controllo dell’esecutivo e all’interno di una logica dichiaratamente bellica". Importare questo materiale in un processo penale, avvertono, significherebbe "abbattere la distinzione, essenziale in una democrazia, tra guerra e giustizia".
Infine, il collegio difensivo segnala "il rischio concreto di una criminalizzazione indiretta di un’intera comunità", che verrebbe colpita non sulla base di fatti penalmente accertati, ma per legami culturali, religiosi e solidaristici con una popolazione coinvolta in un conflitto armato.
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