Ex-Otago al Festival: "Portiamo sul palco la Genova che non si arrende"

di Claudio Cabona

Intervista alla band che si presenta all'Atiston con il brano "Solo una canzone"

Maurizio, il cantante, fa il contadino in una cascina sperduta della Val Borbera, al confine tra Liguria, Piemonte e Lombardia; Francesco, il chitarrista, è ricercatore di Storia dell'Architettura all'università; Simone, l'altro chitarrista, fa il grafico e il papà; Olmo, al basso, è architetto; Rachid, alla batteria, lavora in un bar. "La musica è la nostra via di fuga". Una 'fuga' iniziata nel 2002 e che ora ha portato, in un crescendo, la band indie genovese (orgogliosamente genovese) degli Ex-Otago al Festival di Sanremo. "Siamo quelli che dai baretti sono passati ai palazzetti, ma non cambiamo. Rimaniamo fedeli al nostro modo di stare nella musica", rivendica il gruppo che promette di non cambiare neppure al festival ("sarebbe un azzardo"), dove portano il brano "Solo una canzone", una ballad che racconta un amore "adulto" che deve fare i conti con il tempo che passa. "Sanremo non fa paura, fa paurissima - dice la band -, ma è snob non andare, soprattutto se la motivazione è che gli altri non ci capiscono. Anche essere capiti fa paura. Cercheremo di vivere il palco dell'Ariston come fosse quello di un club.

E poi ormai sembra essersi scrollato di dosso un po' di polvere e aver accolto anche quelli che una volta venivano scartati perché brutti e scomodi". "Solo una canzone" farà parte del nuovo album degli otaghi (come scherzosamente si chiamano tra loro), Corochinato, in uscita l'8 febbraio (Garrincha Dischi/Inri, distribuzione Polydor/Universal Music). "Il Corochinato è un aperitivo tipico genovese da più di 100 anni, una miscela di vino bianco, erbe e spezie. E' l'aperitivo del bar sotto casa, delle persone comuni ed è il nostro modo per raccontarci e identifica il nostro modo di stare nella musica". Un album che, dunque, sull'onda di quelli precedenti, racconta il loro mondo, ciò che vivono, ciò che sentono: le cose semplici, l'amore, ma anche i dubbi e le incertezze di tutti i giorni, i ricordi. E Genova. La loro Genova. Quella che era stata protagonista anche nell'album precedente, Marassi. "Vogliamo che la gente ci identifichi con la città, vogliamo un marchio di provenienza. Un gruppo doco: d'origine controllata otaga", scherzano, spiegando però che a Sanremo non faranno appelli: "Ricordare che Genova soffre vuol dire rimarcare la sofferenza. Troppe volte si parla di Genova per il G8 da cui ancora non si è ripresa o per altre tragedie. Noi vogliamo dare spazio alla città che non viene raccontata, essere testimonianza di ciò che c'è di buono. Anche se in Liguria in questo momento c'è chi vuole costruire muri, mentre crollano ponti". E dai muri ai migranti il passo è breve: "Siamo assolutamente solidali con Claudio Baglioni e ancora più orgogliosi di far parte di questo festival. Genova, per la sua storia, è sempre stata e sempre sarà emanatrice di diversità".