Economia del mare, Orsini: “Settore strategico per la crescita"

di Redazione

L’economia del mare rappresenta una delle leve più importanti – e spesso sottovalutate – per lo sviluppo dell’Italia. A ribadirlo è stato il presidente di Confindustria, Emanuele Orsini, intervenendo a un’iniziativa promossa da Confindustria dedicata a uno dei comparti più nevralgici del sistema produttivo nazionale.

Orsini, imprenditore e oggi alla guida della principale organizzazione delle imprese italiane, ha messo in evidenza il peso concreto della cosiddetta blue economy: un settore che vale oltre l’11% del PIL, con più di un milione di occupati diretti che arrivano a circa 2,5 milioni considerando l’intera filiera. Un comparto che si intreccia con industria, logistica, turismo e commercio, e che assume un valore ancora più significativo per un Paese con oltre 8.700 chilometri di costa.

Il mare, del resto, non è solo un fattore economico ma anche identitario e strategico. L’Italia si colloca naturalmente come snodo tra Europa, Africa, Medio Oriente e Asia, con il Mediterraneo al centro della propria proiezione geopolitica. Eppure, come sottolineato nel corso dell’incontro, questa vocazione non è sempre stata accompagnata da una piena consapevolezza e da politiche coerenti, creando un divario tra potenziale e risultati.

I numeri confermano comunque la forza del settore: oltre 200 mila imprese coinvolte e circa 76 miliardi di euro di valore aggiunto. L’Italia è inoltre ai vertici europei per il trasporto marittimo a corto raggio e leader globale nella cantieristica ad alta tecnologia, detenendo più del 40% del mercato mondiale nei segmenti dei superyacht e delle navi da crociera. Un patrimonio industriale che trova in territori come la Liguria e Genova uno dei suoi poli principali.

Accanto alle opportunità, però, emergono criticità rilevanti. Il presidente di Confindustria ha richiamato con forza il tema dell’incertezza internazionale, definita il vero ostacolo per le imprese. Le tensioni geopolitiche, in particolare nell’area del Golfo, incidono su interscambi che per l’Italia valgono decine di miliardi di euro, con un saldo commerciale positivo significativo. Allo stesso tempo, restano incognite importanti legate ai mercati globali, che rendono difficile programmare investimenti e strategie industriali.

Il rischio, secondo Orsini, è che il protrarsi delle instabilità possa rallentare la crescita fino a sfiorare la stagnazione, con effetti già visibili sulle filiere produttive, dalla logistica alla disponibilità di beni. In questo contesto, le imprese chiedono soprattutto certezze: mercati aperti, regole chiare e tempi rapidi nelle decisioni economiche.

Sul fronte interno, l’attenzione è rivolta alla necessità di rafforzare l’intero sistema legato al mare, puntando su semplificazione, innovazione e valorizzazione del capitale umano. Tra le priorità anche il miglioramento della logistica portuale, con l’obiettivo di superare frammentazioni e rendere gli scali italiani più competitivi nello scenario internazionale.

L’economia del mare si conferma così una filiera strategica del Made in Italy, capace di generare valore lungo tutta la catena produttiva. Ma per esprimere appieno il proprio potenziale, serve una visione di lungo periodo e, soprattutto, stabilità. Perché senza condizioni favorevoli, anche uno dei settori più forti del Paese rischia di rallentare la propria corsa.

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