De Rose: "Protesi al pene più che raddoppiate nell'ultimo anno"
di Redazione
Sono sempre più numerosi gli impianti di protesi del pene, in Italia. Un raddoppio, indicherebbero i dati. Tra i dati - spiega il professor Aldo Franco De Rose, urologo e andrologo genovese, presidente dell’Associazione andrologi italiani (AssAI) non solo pazienti oncologici, ma anche diabetici, persone con lesioni neurologiche, vasculopatici, e chi ha subito incidenti stradali, o sul lavoro, con traumi al bacino, o la sindrome di La Peyronie che induce disfunzione erettile. Tra loro anche giovani.
Non solo una «questione sessuale», insomma.
Dopo l’impianto, spiega De Rose, «i pazienti dicono di vivere “una seconda giovinezza sessuale”, con soddisfazione al 98%, e anche l’85% delle partner conferma». «La protesi al pene non è un vezzo, è una necessità che aiuta le persone a vivere una vita sessuale normale, compresi moltissimi giovani – dice De Rose – chi ha subito un incidente stradale o è affetto dalla malattia di La Peyronie, grazie alla protesi, può avere figli».
Secondo De Rose proprio per la tipologia di paziente che richiede questo tipo di intervento il sistema sanitario nazionale deve prevedere un’inclusione nei Lea, i livelli essenziali di assistenza. L’andrologo realizza nella sua clinica a regime privato questa tipologia di operazioni: cinque nel 2024, cifra che nel 2025, a fine ottobre, è salita a tredici. Il 20 per cento dei pazienti arriva anche da fuori Liguria. In Italia, l’unica Regione che ha inserito le protesi al pene nei Lea è l’Emilia Romagna, ma, richiama De Rose, «occorre una decisione nazionale, perché la richiesta è aumentata e la salute sessuale è un diritto, riconosciuto dall’Oms». «Chi rinuncia all’impianto della protesi è costretto, nella maggior parte dei casi, da ragioni economiche – spiega De Rose – per questo continuo a battermi per un’opportunità equa che possa essere offerta a tutti di vivere un proprio diritto, il diritto sessuale, pienamente».
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