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Coronavirus e politica: passi cauti nell’incertezza

di Paolo Lingua

La Liguria, in extremis, l’ha scampata. Non finirà, come era anche possibile, nella “zona rossa”. Ma non approderà alla “zona gialla”, come speravano le amministrazioni locali (e il particolare il presidente della regione, Giovanni Toti), nella speranza d’una piccola ripresa economica in epoca natalizia. Sulla nostra regione ha pesato l’affollamento degli ospedali, sia pure per la crescita dei casi di media gravità (e per questo si rischiava la “zona rossa”), ma il giudizio finale è stato riequilibrato dal netto calo dei contagi: addirittura sotto l’indice “1”. Di qui la decisione assunta in tarda mattinata dal ministro della sanità Speranza.

La Liguria, quindi, dovrà aspettare la prima settimana di dicembre per capire quale sarà il suo destino in occasione di Natale di Capodanno. Ma sarà bene prepararsi a un giro di boa di vita tranquilla e poco festosa, se non nella propria intimità. Natale, sul piano delle aggregazioni (inviti, feste, cenoni,  raduni familiari), presenta non pochi pericoli per il contagio. Ma ancora di più – occorre ammetterlo – lo è Capodanno, dove possono avvenire incontri tra persone estranee, ovviamente senza distanziamenti. C’è da prevedere che, al di là del “colore” dei territori il governo e le regioni dovranno imporre regole ferree, perché non si verifichi quello che è successo questa estate: basterebbe riflettere su quel che è accaduto in Sardegna.

Ma se gli eccessi e i raduni numerosi saranno certamente proibiti, dopo la prima settimana di dicembre, se proseguirà la lenta discesa della diffusione del Covid 19, c’è un po’ di speranza da parte dei commercianti, ma soprattutto di titolari e dipendenti di bar e ristoranti di una riapertura parziale, almeno durante le ore del giorno. Sarà difficile strappare permessi per le ore notturne, ma sarebbe pur sempre una boccata d’ossigeno di un settore per il quale incombono concretamente le minacce di chiusure, di fallimenti, nonché di disoccupazione.  Al di là d’una fragile speranza di una boccata di ossigeno (ma non ci sarà neppure un boom di acquisti di doni natalizi, meglio non illudersi) per le festività, i grandi dubbi riguardano la vita nei primi mesi del prossimo anno. Potrebbe sì, ma non si presume in percentuali vistose, calare il contagio, ma ci sono i presupposti per mantenere l’attuale politica di freno e di controllo, accentuando tutti i potenziali di crisi economica, nonostante timidi tentativi da parte del governo di seminare ottimismo. Tutti i settori produttivi sono in calo e tutta la filiera economica ne risente e soprattutto ne risentirà maggiormente in meno di un anno. Il nostro deficit di bilancio si aggira già sul 160% e in futuro i debiti cresceranno per forza di cose, anche perché, come avevamo previsto proprio nei giorni scorsi, non è facile smuovere la situazione europea. Continua infatti il veto a gran parte degli aspetti del Recovery Fund da parte degli stati sovranisti di destra (Ungheria, Polonia, Slovenia e, in parte, Austria) che potrebbero anche crescere. E, naturalmente, con cocciutaggine all’italiana, mentre ritarda il Recovery, ci incaponiamo a dire di no al Mes.   E’ una farsa tragica senza fine.

Le speranze di uscire dalla disciplina che ci inchioda a casa in un clima di preoccupazione e, francamente, di paura sono concentrate sull’arrivo del vaccino. O meglio, dei vaccini, perché nel volgere d’una decina di giorni i vaccini in grado di essere presenti sul mercato internazionale (escludendo prodotti russi e cinesi) sono già tre, prodotti da grosse imprese farmaceutiche. Ogni giorno apprendiamo sicurezza, indice di guarigione (si è passati dal 90% di efficacia al 95%), prezzi (anche concorrenziali). Ma non sappiamo ancora – e forse i vertici dei governi non lo sanno neppure loro – con quale criterio saranno scelti, acquistati e distribuiti, anche perché i prodotti sono differenti per sistema di conservazione e di trasporto. Sappiamo che non sarà obbligatorio vaccinarsi e c’è da temere che si muovano, anche con violenza, gruppi di negazionisti. Le gli incertezze e gli imbarazzi sono forti perché per ora non ci sono risposte rassicuranti. Eppure, la diffusione del vaccino, sperando nella sua efficacia, potrebbe farci tornare alla normalità che tanto agogniamo entro le fine del 2021. 

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