Tags:

punto lingua

Begato e la demolizione delle “dighe”

di Paolo Lingua

Begato e la demolizione delle “dighe”

Sono in corso le demolizioni a Begato, frazione alle spalle di Rivarolo, delle cosiddette “dighe”, ormai svuotate di inquilini, che erano “case popolari” realizzate alla metà degli anni Settanta. Lo ha deciso, ormai da più di due anni, il Comune di Genova, ma in pieno accordo con le istituzioni. La vicenda presenta non pochi aspetti singolari perché gli ingombranti edifici che hanno alterato il paesaggio di quella zona della Val Polcevera alla fine dei conti non hanno avuto lunga vita e, per altri aspetti, sono venuti meno alla funzione (anche politica) per la quale erano stati  realizzati. Chi li occupava li ha abbandonati volentieri, in buona sostanza. Era venuto meno il ruolo sociale, per non parlare della dimensione estetica.

A voler rileggere la storia urbanistica di Genova il periodo che abbraccia la fascia che va dall’inizio degli anni Settanta sino alla seconda metà degli anni Ottanta non ha certo segnato realizzazioni di un certo pregio.  Superata infatti la prima fase della ricostruzione abitativa, necessaria dopo la guerra, che aveva caratterizzato gli anni Cinquanta e Sessanta, si era passati alla rincorsa di spazi da riempire, non senza l’ombra di speculazioni. Tanto è vero che qualche conseguenza ci fu negli anni cosiddetti di “mani pulite”, coinvolgendo politici e imprenditori. In effetti, a voler ricostruire a volo d’uccello alcune realizzazioni di quegli anni non si può proprio sentirsi orgogliosi: a Prà il Cep e le cosiddette “lavatrici”, le “dighe” di Begato, i grattacieli attorno al quartiere della Lanterna, il rifacimento di Corte Lambruschini.  

Nello stesso periodo è stato ricostruito il Carlo Felice: una scelta che, sempre sul piano estetico, è stata molto discussa. Nonostante alcuni eccessi di retorica, non esce sul piano del successo soprattutto la giunta di sinistra di Fulvio Cerofolini (ma più che altro del Pci) che dominò su Genova dal 1975 al 1985, gli anni che segnarono il declino del molto più prudente Paolo Emilio Taviani e del suo sistema di governo della Liguria. E’ vero che il “sistema” politico della sinistra trovò alleati molti costruttori e imprenditori che invece erano più vicini dell’area del centrodestra, ma è evidente che in questi settori è sempre il business ad averla per vinta. Resta comunque un ragionamento di fondo: non tutte le realizzazioni furono utili, non tutte sono un segno caratteristico di un’epoca, a differenza di altre rivoluzioni edilizie che, accanto a esiti discutibili, lasciarono comunque un segno marcato e di un certo valore estetico.

Basterebbe pensare al Grattacielo dell’Orologio di piazza Dante e a piazza della Vittoria. Ma resta indubbio che, in questo complesso ragionamento, uno dei punti più bassi resta il muro di cemento  di Begato, le famose “dighe” che poi hanno avuto non pochi problemi di manutenzione.  Decolla quindi la loro inesorabile demolizione alla quale assisteremo senza versare lacrime. Tra l’altro, con il calo della popolazione (Genova alla fine del 1968 aveva più di 850 mila abitanti, mentre oggi supera di poco i 560 mila), la demolizione non ha creato troppi problemi per la redistribuzione degli alloggi in tutta la città  per i residenti di Begato.

Con la demolizione si riaprirà dunque metaforicamente l’orizzonte e forse Begato che era un abitato collinare gradevole e di vecchia tradizione storica avrà una sua ripresa in chiave ambientale. La zona è forse l’ultima della Val Polcevera che, dagli anni venti sino a oggi, è stata alterata con presenze industriali che per decine d’anni hanno offerto posti di lavoro, per alterando l’ambiente. Ora siamo alla vigilia dei cambiamenti legati, se si vuole, al crollo del ponte Morandi per non parlare delle tante industrie desuete, dalla Mira Lanza (in via di demolizione) alla ex centrale del latte, ma alle quali vanno aggiunte le tante imprese petrolifere ormai bloccate da tempo. Il punto interrogativo sulla vallata è certamente importante. Non va lasciata deperire nell’abbandono, ma occorre, come è stato ancora adombrato nei mesi scorsi, una ristrutturazione ambientale sostenibile. Non è retorica: è il futuro modello di vita e di società civile.