Batterie organiche: la nuova frontiera per lo stoccaggio rinnovabile

di R.S.

1 min, 32 sec

La novità dello studio è l’utilizzo di AzoBiPy, una molecola organica della famiglia dei piridini

Batterie organiche: la nuova frontiera per lo stoccaggio rinnovabile

Le batterie a flusso redox tornano al centro della ricerca grazie a uno studio dell’Université de Montréal e della Concordia University, che hanno sperimentato una molecola organica capace di immagazzinare energia rinnovabile per mesi con perdite minime. L’obiettivo è offrire un’alternativa più sostenibile alle tradizionali batterie agli ioni di litio, soprattutto per l’accumulo stagionale di energia solare ed eolica.

Le batterie redox, scrive Repubblica, immagazzinano energia in elettroliti liquidi contenuti in serbatoi esterni, pompati in una cella elettrochimica dove avvengono reazioni di ossidoriduzione. Una membrana centrale consente il passaggio degli elettroni senza che le soluzioni si mescolino. A differenza delle batterie al litio, la capacità di stoccaggio dipende dalla dimensione dei serbatoi mentre la potenza dalla cella, permettendo di dimensionare separatamente i due parametri.

La novità dello studio è l’utilizzo di AzoBiPy, una molecola organica della famiglia dei piridini, in grado di scambiare due elettroni anziché uno e quindi di immagazzinare il doppio dell’energia rispetto a molte soluzioni tradizionali. Composta da carbonio, idrogeno, azoto e ossigeno e disciolta in acqua, è non infiammabile e potenzialmente derivabile da biomasse come legno o scarti alimentari.

Nei test di laboratorio, pubblicati sul Journal of the American Chemical Society, la batteria ha funzionato per 70 giorni completando 192 cicli di carica e scarica, con una perdita giornaliera di capacità dello 0,02% e una capacità finale superiore al 99%. Un risultato che evidenzia dispersione molto ridotta e buona stabilità.

Restano però alcune sfide: costi iniziali elevati, densità energetica inferiore rispetto al litio e necessità di garantire stabilità su lunghi periodi. La possibile diffusione su larga scala è stimata tra 10 e 15 anni, con applicazioni che potrebbero andare dagli impianti industriali fino a soluzioni domestiche più sicure ed ecologiche.

 

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