Albenga: frode da 1,5 miliardi scoperta dalla GdF. Sequestrato anche un loft nel Bosco Verticale di Milano

di R.C.

3 min, 51 sec

Tutto parte dall'attività sospetta di un piccolo centro estetico, che emetteva fatture per volumi vistosamente sovradimensionati rispetto all'attività

Albenga: frode da 1,5 miliardi scoperta dalla GdF. Sequestrato anche un loft nel Bosco Verticale di Milano

Un centro estetico di Albenga, apparentemente privo della struttura necessaria per sostenere un'attività di grandi dimensioni, è stato il punto di partenza di una vasta indagine della Guardia di Finanza di Savona che ha portato alla luce una presunta frode fiscale internazionale da circa 1,5 miliardi di euro. L'inchiesta, denominata "China Express", ha coinvolto 190 persone denunciate e oltre 200 società, con sequestri di beni e disponibilità finanziarie nei confronti di 22 imprenditori, in gran parte di origine cinese, operanti nel commercio all'ingrosso di abbigliamento in quattordici regioni italiane. Lo scrive il Secolo XIX.

L'attenzione degli investigatori si è concentrata su una serie di fatture per un valore complessivo di circa 20 milioni di euro emesse dal centro estetico nei confronti di 204 aziende italiane ed estere. Tutti i documenti risultavano collegati a presunte operazioni commerciali nel settore dell'abbigliamento, ma secondo l'accusa si trattava di transazioni mai realmente avvenute. A destare sospetti è stato soprattutto il fatto che il titolare dell'attività, un cittadino cinese, non disponesse di dipendenti, magazzini o risorse economiche compatibili con un volume d'affari così elevato.

Gli accertamenti fiscali hanno portato rapidamente alla denuncia dell'imprenditore per emissione di fatture false e occultamento della documentazione contabile. Approfondendo le verifiche, gli investigatori hanno scoperto un sistema ben più articolato. Le fatture riportavano descrizioni estremamente generiche, come "jeans", "scarpe" o "bijoux", senza indicazioni su quantità, modelli o prezzi. Parallelamente, numerose imprese del settore moda e bigiotteria registravano nella propria contabilità fatture relative a servizi estetici e massaggi, con importi ritenuti anomali e intestate ad altre attività commerciali.

Secondo la ricostruzione della Procura, le società coinvolte avrebbero utilizzato queste fatture inesistenti per ottenere indebiti vantaggi fiscali, deducendo costi e detraendo l'IVA. Inoltre, il meccanismo avrebbe consentito di acquistare merce in nero dai fornitori reali a prezzi molto inferiori rispetto al mercato, favorendo una successiva rivendita con margini elevati e alterando la concorrenza. Tra il 2017 e il 2025 il sistema avrebbe generato un volume d'affari di circa 700 milioni di euro, mentre il denaro complessivamente transitato attraverso le società finite sotto indagine ammonterebbe a circa 1,5 miliardi.

Le verifiche si sono estese anche a Lazio, Lombardia, Piemonte e Toscana, regioni considerate tra le principali utilizzatrici delle fatture contestate. Al momento l'evasione fiscale ipotizzata supera i 116 milioni di euro.

Le indagini hanno inoltre evidenziato l'utilizzo sistematico di prestanome. Molte aziende risultavano formalmente intestate a persone prive di esperienza imprenditoriale, senza disponibilità economiche e, in diversi casi, incapaci di parlare italiano. Alcuni vivevano addirittura all'interno dei capannoni industriali. I veri gestori delle imprese, invece, sarebbero stati individuati grazie alle testimonianze di clienti e fornitori: soggetti che, pur figurando come semplici dipendenti o addirittura estranei alle società, controllavano i conti correnti, gestivano gli affari e disponevano di un consistente patrimonio personale.

Tra gli episodi ritenuti più significativi dagli inquirenti emerge quello di un quarantenne cinese residente a Milano, che avrebbe accumulato circa sei milioni di euro sui propri conti bancari. In un altro caso, una società risultava intestata a una donna cinese sessantenne che aveva lasciato l'Italia già nel 2022, mentre le auto aziendali di lusso, tra cui Audi e Tesla, erano utilizzate quotidianamente da una famiglia non collegata formalmente all'impresa.

L'inchiesta ha coinvolto anche due catene di supermercati e grandi magazzini, una nelle Marche e l'altra in Emilia-Romagna. Le aziende erano ufficialmente amministrate da un diciannovenne pakistano e da una donna di Casalnuovo di Napoli, entrambi senza patrimonio e competenze manageriali. Tuttavia, i conti correnti sarebbero stati gestiti da un cittadino cinese cinquantenne che, pur non avendo mai dichiarato redditi in Italia, risultava proprietario di immobili e automobili di lusso per un valore superiore ai tre milioni di euro.

Alla luce degli elementi raccolti, il giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Savona, su richiesta della Procura, ha disposto il sequestro preventivo dei beni riconducibili agli amministratori di fatto e ai principali utilizzatori delle fatture false. Il provvedimento ha riguardato denaro, quote societarie, investimenti finanziari, fondi e polizze assicurative per oltre un milione di euro, oltre a gioielli, orologi e accessori di lusso, tra cui marchi come Patek Philippe, Van Cleef & Arpels, Hermès, Chanel, Gucci e Prada, per un valore stimato di circa 500 mila euro.

Sono stati inoltre sequestrati otto immobili di pregio situati tra Milano, Roma, Prato, Vigevano e Reggio Emilia, tra cui un appartamento nel complesso del Bosco Verticale, una villa con piscina, sauna e centro benessere a Guidonia Montecelio e un attico con piscina nel quartiere romano dell'Eur. Il valore complessivo degli immobili supera i sette milioni di euro. I provvedimenti cautelari sono stati successivamente confermati anche dopo i ricorsi presentati dagli indagati.

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