Ucina: "I sovracanoni per i porti turistici sono un'esecuzione di Stato"

di Redazione

Cecchi: "Pronti ad azioni eclatanti, come bloccare il porto di Genova"

Ucina: "I sovracanoni per i porti turistici sono un'esecuzione di Stato"

 "Non bastano le sentenze di Tribunali Civili, Corti di Appello, Tar, un pronunciamento del Consiglio di Stato e una sentenza della Corte Costituzionale a fermare la pretesa dell'Agenzia delle Entrate di fare cassa con i porti turistici, richiedendo il versamento di sovracanoni demaniali non dovuti". E' la denuncia di Ucina Confindustria nautica.

Questo atteggiamento, dice, "mette a rischio 2.225 posti di lavoro nella portualità turistica, attività che rappresenta un importante indotto sui territori". Una iniziativa, dice Ucina, che creerebbe anche "un serio danno d'immagine per la ricettività turistica". Ucina sottolinea che ora arriva "la ritorsione della revoca delle concessioni, che colpisce le prime 2 società". "Abbiamo bussato a tutte le porte da anni. Ho scritto al ministro Gualtieri, ma non ho avuto risposta. Ci opponiamo a una 'esecuzione da parte dell' amministrazione dello Stato. Siamo pronti a azioni eclatanti: bloccheremo il porto di Genova", dice il presidente di Ucina Saverio Cecchi. Sono 24 i porti turistici italiani in contenzioso con lo Stato dal 2007 per l'applicazione di una legge che ha modificato i canoni annuali per le concessioni demaniali delle strutture della nautica da diporto, con aumenti fino a 5-8 volte quelli fissati all'atto di firma della concessione, applicando retroattivamente il meccanismo di calcolo. Ma - nonostante la giurisprudenza, sottolinea Ucina, "è tutta a favore dei concessionari - l'Amministrazione dello Stato ha proceduto all'emissione delle cartelle esattoriali e il blocco dei conti correnti dei porti turistici, azioni tutte respinte dai Tribunali Civili. Allora lo Stato ha giocato la carta della ritorsione sotto forma della revoca delle concessioni alle società colpevoli solo di aver resistito e vinto i ricorsi. I primi a cadere sono il Marina Piccola e il Marina di Cattolica (Rimini), ma corrono lo stesso rischio di collasso 22 società e i loro 2.225 addetti. Il paradosso di questa situazione è che il primo a rimetterci è l'erario che perderà anche i canoni ordinari e il gettito fiscale - Irpef e Irpeg - generato dai Porti".