Spinelli: "Chiedo la grazia a Mattarella, non dovevo patteggiare"
di steris
"Mi chiamò Craxi, tifoso granata, voleva Aguilera. Andai a parlargli nel suo ufficio in piazza Duomo e vi incontrai Berlusconi"
"Chiedo la grazia a Mattarella, non dovevo patteggiare". Aldo Spinelli si confessa al Corriere della Sera, in una lunga intervista ad Andrea Pasqualetto - significativamente inclusa nel ciclo 'Vecchie volpi' - che ruota attorno a un punto centrale: la richiesta di grazia al Presidente della Repubblica dopo il patteggiamento nell’inchiesta che nel 2024 ha travolto la Liguria.
L’imprenditore portuale ed ex patron del Genoa rivendica la correttezza del proprio operato: "I finanziamenti erano regolari, così regolari che ora chiedo la grazia a Mattarella". Non è una battuta. Mostra una lunga lettera scritta a mano: "Caro Presidente, le scrivo queste poche righe della mia vita… ho fatto solo del bene… Lei è l’unica persona che può far valere la giustizia".
Spinelli spiega perché ha patteggiato una pena di tre anni e due mesi pur dichiarandosi innocente: "Per salvare l’azienda e perché gli avvocati dicevano che se non patteggiavo non archiviavano mio figlio". Ora ha presentato ricorso alla Corte europea e affida alla grazia un racconto autobiografico che attraversa povertà, lavoro, potere e caduta giudiziaria.
Torna spesso all’infanzia a Sampierdarena, ricordata come segnata dalla povertà ma anche dalla solidarietà: "Eravamo quattro fratelli poveri". Centrale la figura di don Levrero, che aiutava i ragazzi del quartiere: "Ci dava la pasta, ci faceva giocare tutti i giorni, calcio balilla, ping pong, cinema". Da lì nasce l’idea di una vita spesa ad aiutare gli altri: "Ho aiutato sempre chi se lo meritava".
Il lavoro comincia prestissimo: "Ho iniziato a lavorare a 12 anni: garzone da un fruttivendolo, poi da un panettiere". A 17 anni si imbarca, seguendo il padre, morto in mare poco dopo: "La sua nave è affondata al largo di New York, aveva 42 anni, io 18". Tornato a Genova, acquista una piccola ditta di trasporti e intuisce prima di altri le potenzialità della logistica: "Sono stato il primo ad avere i bilici lunghi ed è stato un boom".
Il porto diventa il centro della sua esistenza: "Il gioco e il porto sono la mia vita". Ed è proprio il porto il cuore dell’inchiesta giudiziaria. Spinelli respinge le accuse di corruzione legate ai rapporti con Paolo Signorini: "Pagavo perché loro non potevano permetterselo". Nega qualsiasi scambio: "Non ho avuto niente in cambio". Quanto all’intercettazione in cui parla di "Hiroshima", risponde in modo allusivo: "Sono 63 anni che sono al porto di Genova, conosco il mondo… lascia perdere".
Ampio spazio è dedicato anche al capitolo casinò, diventato oggetto di nuove indagini dopo il patteggiamento. Spinelli non nega nulla: "Mi piace giocare, è un vizio". Difende l’episodio di Saint-Vincent: "È normale dare una mancia a chi ti cambia i soldi, è sempre stato così". Parla della giovane donna che lo accompagna: "A 86 anni ho bisogno di assistenza, capisci?". E sorride del figlio: "Secondo lui dovrei farmi prete".
La politica attraversa tutta la sua storia. Ammette di aver finanziato diversi partiti: "Loro chiedevano finanziamenti e a me sembrava giusto darglieli, tutto regolare". Racconta un episodio emblematico della Prima Repubblica: "Mi chiamò Craxi: mi devi dare Aguilera". In quell’occasione, nell'ufficio del leader PSI in Piazza Duomo a Milano, incontra Berlusconi: "Numero uno Berlusconi. Io sono stato sempre democristiano, ho cambiato per lui".
Il Genoa resta il capitolo più emotivo. "È la mia vita", dice mostrando le fotografie. Ricorda gli esoneri dolorosi: "Scoglio l’ho mandato via perché fece giocare Tacconi che non era allenato". L’addio alla società è una ferita profonda: "Ho pianto quindici giorni", "un dolore infinito, più brutto di quando ho perso mio papà".
Segue l’esperienza con il Livorno, definita senza esitazioni: "Maledetto quel giorno", con una perdita economica enorme ma anche legami umani forti. Oggi Spinelli continua a frequentare il porto, ma con forti limitazioni: "Posso andarci tre giorni alla settimana dalle 10 alle 13, sai, i magistrati".
Il finale dell’intervista è dominato dalla nostalgia. Sullo yacht Leila, dedicato alla moglie scomparsa dopo 56 anni di matrimonio, Spinelli confessa la solitudine: "Quando torno a casa la domenica sera e non la trovo mi viene una cosa che non ti dico". Per questo, dice, cerca di non restare fermo: "Appena posso, il venerdì pomeriggio, parto". Alla domanda su dove vada, risponde senza esitazioni: "Montecarlo".
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