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Recovery Plan: cosa c'è di concreto

di Paolo Lingua

Recovery Plan: cosa c'è di concreto

A voler essere sinceri, al di là di possibili sorprese che potrebbero venire dall’esposizione del presidente del consiglio Mario Draghi nel corso delle relazioni alle Camere in questi giorni, dal Recovery Plan forse c’era da aspettarsi qualcosa di più sul piano concreto. In un primo momento, già a partire dai tempi di Giuseppe Conte, si pensava a una serie di interventi finalizzati a grandi opere pubbliche e a una ripartenza immediata dell’economia produttiva nel momento della ripresa con il calo netto dei contagi del Covid – 19. Invece, per ora, si punta a un disegno di ripartenza certamente ben ispirato, ma per molti aspetti molto generico: economia “green”, sviluppo del digitale, prospettive generiche occupazioni con accentuazione del lavoro femminile e rilancio del Mezzogiorno. E accanto riforme per semplificare le normative e alcuni aspetti della giustizia civile, una revisione nella scuola.

Per l’aspetto produttiva, a quanto pare, si punta al rilancio delle infrastrutture di servizio, in particolare delle linee ferroviarie. E poi molti sussidi ai soggetti e alle imprese in crisi o che hanno subito  pesanti danni. Tutto bene, ma sembra di essere sempre nell’ambito d’una clima di riforme generali, mentre si pensava che il Recovery fosse invece uno strumento per la ripresa immediata, proteso semmai a creare produzione e quindi posti di lavoro piuttosto che un progetto generale di riforme  strutturali di cui, senza alcun dubbio, l’Italia ha certamente bisogno. Ma è una richiesta precisa dell’Europa, oppure è un mezzo per coprire problemi complessi di bilancio e puntare a una revisione generale del cosiddetto sistema-Italia? Bisognerà legge con attenzione l’intera proposta di legge che dovrebbe mettere insieme i fatidici 211 miliardi di finanziamenti, una parte dei quali a fondo perduto, sui quali l’Ue dovrà dare il suo giudizio completo e definitivo tra la fine di aprile e la fine di luglio quando dovrebbero arrivare ai singoli Stati dell’Unione le prime tranche approvate. Per quel che riguarda le ricadute sul territorio della Liguria la situazione non è del tutto chiara.

Sembra caduta in via definitiva l’ipotesi che nel Recovery sia accorpata la realizzazione dell’allargamento a mare della diga foranea (ipotizzato in un primo momento): il progetto andrebbe in altre voci di bilancio pubblico. Anche per quel che riguarda la realizzazione della Gronda emergono dubbi concreti. Sembrano più possibili ricadute territoriali sul potenziamento delle linee ferroviarie che rientra nel quadro del progetto nazionale, ma anche in questo caso mancano per ora i dettagli. Si dovrà valutare, ovviamente, quali saranno le ricadute sul settore green, sull’evoluzione tecnologico-digitale e sulle chances incrementate del lavoro femminile. In queste riforme di ampio respiro di livello nazionale, una letture ottimistica indica un potenziale di incremento a livello nazionale di 750 mila nuovi posti di lavoro in Italia. Il che vorrebbe dire come minimo alcune miglia a di posti di lavoro nella sola Liguria dove è potenzialmente forte – porto, Leonardo, Iit – lo spazio operativo delle tecnologie avanzate e dove si spera in un rilancio dell’Università nelle facoltà scientifiche e nella ricerca.  

Ci sono forti attese per quel che riguarda la sanità: ci sono investimenti già previsti nei bilanci ordinari ma si potrebbero recuperare finanziamenti determinanti anche nel Recovery.  L’attesa è dunque molto forte e le tensioni si accentuano a tutti i livelli. Non mancano dubbi per certi annunci: è certamente importante la strategia per il recupero dell’economia del Mezzogiorno, ma non mancano di distinguo di chi teme che si finisca per puntare  su forme di assistenzialismo per recuperare consensi (anche elettorali). Ma si spera molto in un progetto di vero e ampio respiro frutto della cultura, dell’esperienza e della visione strategica di Mario Draghi.