RADAR 11 Domande a Chicco Franchini
di Redazione
Nel format “Radar 11 domande”, Massimiliano Lussana intervista Chico Franchini, figura legata alla vita civica genovese e protagonista – suo malgrado o per scelta, secondo i punti di vista – di alcune delle dinamiche politiche più recenti della città.
Tra multinazionale, gestione manageriale e impegno civico, Franchini racconta il suo ruolo nel progetto che ha portato alla candidatura di Silvia Salis e la sua visione della città, tra pragmatismo, metodo e partecipazione.
Partiamo dall’origine: lei viene spesso indicato come “l’inventore” di Silvia Salis candidata. È così?
No, direi proprio di no. Silvia Salis non aveva bisogno di inventori. Ha un percorso autonomo e molto chiaro. Io semmai ho contribuito a mettere insieme alcuni elementi, a facilitare relazioni e connessioni dentro un progetto che esisteva già. Più un lavoro di squadra che un ruolo centrale.
Leggenda vuole che alcune riunioni siano nate in contesti informali, tra casa e dopocena. È andata così?
Diciamo che ci sono state molte conversazioni informali, come spesso accade quando si costruiscono progetti civici. Ma nulla di “carbonaro” o segreto: era semplicemente un confronto tra persone che condividevano un’idea di città.
In quel periodo, lei cosa faceva nella vita?
Faccio il manager in una multinazionale. Mi occupo di organizzazione, innovazione, numeri e rapporti internazionali. A questo ho sempre affiancato una curiosità costante per la vita civica e politica della mia città, ma senza ruoli formali.
Dopo il 26 maggio qualcosa è cambiato nella sua vita?
Per me no, nel senso che continuo il mio lavoro. È cambiato sicuramente per chi è stato eletto, che oggi ha una responsabilità molto diversa. Io continuo a osservare e contribuire quando serve, ma senza un ruolo operativo diretto.
Si sente un passo indietro rispetto a quel processo?
È una scelta. Credo che le persone competenti debbano stare dove possono essere più utili. Il mio è un ruolo di supporto, di equilibrio quando serve, senza agende personali.
Poi però arriva il suo incarico in AMT. Come lo definisce?
Non certo una scelta di convenienza. Se mi viene chiesto di contribuire con le mie competenze a un servizio pubblico, credo sia giusto esserci. È un contesto complesso, ma proprio per questo interessante.
AMT è una delle aziende più discusse della città. Qual è la sfida?
Mettere insieme tutti gli stakeholder: istituzioni, lavoratori, utenti. Serve una trasformazione profonda, che qualcuno chiama anche AMT 2.0. L’obiettivo è migliorare il servizio e la sostenibilità dell’azienda nel tempo.
Si parla spesso di problemi pratici, come i biglietti e la digitalizzazione.
Sì, alcune criticità sono evidenti e non serve nasconderle. L’obiettivo deve essere la semplificazione: meno carta, più digitale, sistemi più moderni e accessibili.
Lei è anche legato all’esperienza di Occupy Albaro. Che cos’era e cos’è oggi?
Nata come iniziativa di amici per occuparsi del quartiere, con attività sociali e benefiche. Oggi è rimasta soprattutto su due progetti: una cena benefica e un’iniziativa di supporto al Gaslini. L’idea resta quella di contribuire al territorio.
Che rapporto ha con le diverse anime politiche della sua area?
Molto buono, se l’obiettivo è lavorare sui problemi. Non mi interessa l’ideologia fine a sé stessa. Serve ascoltare tutti e poi trovare soluzioni concrete.
Nel mondo ha vissuto esperienze importanti, anche a Singapore. Cosa porterebbe a Genova?
Metodo, processo e pragmatismo. Capire il problema, definire l’obiettivo e misurare i risultati. È un approccio più culturale che tecnico, ma molto efficace.
Se dovesse riassumere il suo ruolo oggi?
Continuo a fare il mio lavoro. Rimango curioso verso la vita amministrativa della città, ma senza ambizioni personali specifiche. Coerenza e curiosità sono le mie bussole.
Chiudiamo con una definizione personale.
Passione e responsabilità. Sono le due parole che dovrebbero guidare qualsiasi impegno, pubblico o privato.
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