È stata un’esperienza molto gratificante e intensa. Ho ricoperto il ruolo di direttore scientifico per otto anni con entusiasmo. È stato un contesto complesso, tra IRCCS, ospedale e università, ma abbiamo lavorato bene sull’integrazione. Dal punto di vista della ricerca siamo cresciuti su tutti gli indicatori del Ministero della Salute e l’istituzione ha oggi uno standing riconosciuto a livello nazionale.
Ritiene che il San Martino abbia fatto un salto di qualità?
Sì. Abbiamo attratto primari anche da fuori regione e molti giovani ricercatori rientrati dall’estero. In particolare, oltre venti giovani sono rientrati e diversi hanno già ottenuto finanziamenti importanti come quelli del Fondo Italiano per la Scienza. È un segnale chiaro di crescita e attrattività.
Genova può diventare una capitale delle neuroscienze?
In parte lo è già. L’Università di Genova coordina un grande partenariato nazionale sulle neuroscienze da 115 milioni di euro che coinvolge oltre 500 ricercatori e circa 90 istituzioni. Con realtà come San Martino, Gaslini e lo sviluppo degli Erzelli, Genova può diventare un polo internazionale.
Qual è il primo obiettivo della sua candidatura a rettore?
Più che idee, voglio portare un metodo: condivisione, partecipazione, trasparenza e assunzione di responsabilità. L’università deve essere una comunità plurale che sa ascoltare ma anche decidere in modo chiaro.
Lei è medico: come concilia questa identità con un ruolo di rettore di tutti?
Non posso negare di essere medico, ma vorrei essere un rettore plurale. Non rappresentare una sola area disciplinare, ma l’intera comunità accademica, incluse le discipline umanistiche. La complessità si governa solo con pluralità e confronto.
Che giudizio dà del rettore uscente?
Non mi sentirete mai parlare male di nessuno. In una situazione complessa credo abbia fatto il meglio possibile. Ci sono cose positive e altre su cui si può innovare. Io parto sempre da ciò che esiste, non da una rottura totale.
Alla recente inaugurazione dell’anno accademico è intervenuto un ospite molto discusso. Che ne pensa?
È una figura certamente di grande rilievo internazionale e con radici genovesi. Tuttavia un’inaugurazione dovrebbe rappresentare tutta la comunità nella sua pluralità. Alcune scelte possono generare dibattito e l’università deve esserne consapevole.
Il professor Piana, suo concorrente, ha impostato una campagna molto comunicativa. La preoccupa?
No, assolutamente. Ognuno sceglie la propria strategia. L’importante è che il confronto avvenga sempre sul merito e nel rispetto reciproco.
Come considera il ruolo di studenti e personale tecnico-amministrativo nell’università?
Sono fondamentali. Senza il loro coinvolgimento non si è efficaci. Il mio obiettivo è rafforzare la partecipazione di queste componenti e valorizzarle. Per gli studenti immagino anche forme di “student engagement”, cioè un coinvolgimento più attivo nei processi.
Come rendere l’Università di Genova più attrattiva?
L’università è già attrattiva, ma può migliorare. Serve lavorare su brand, comunicazione, qualità dei corsi e servizi agli studenti. Genova deve essere anche una città più accogliente.
Il tema degli studentati e dei servizi agli studenti è spesso critico.
È vero, ma serve un lavoro congiunto tra università, istituzioni e mondo imprenditoriale. L’obiettivo deve essere rendere la città più vivibile e attrattiva, non solo per gli studenti ma per tutta la comunità.
Che ruolo immagina per il progetto degli Erzelli?
È una grande opportunità per creare un campus integrato tra università, ricerca, industria e istituzioni. Non deve essere un progetto settoriale ma un polo di scienza ibrida, con competenze diverse che lavorano insieme.
Gli Erzelli saranno completati durante il suo eventuale mandato?
Non so se avrò l’opportunità di un mandato completo. In ogni caso il progetto è ormai avviato e va sostenuto come opportunità per tutta la città e la regione.
Cosa fa un neuroscienziato nel tempo libero?
Vado in bicicletta e coltivo l’orto. Vivo in campagna, in Val Brevenna, dopo aver lasciato la città.