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Paganini “nemo propheta in patria”

di Paolo Lingua

Nicolò Paganini non ha fortuna, come del resto è capitato a molti genovesi illustri, per la rappresentazione iconografica e per la celebrazione del suo genio in patria. Oggi sono in corso discussioni burocratiche per la collocazione d’una sua statua, realizzata dall’architetto Livio Scarpella per conto della Fondazione Pallavicino che intende donarla al Comune di Genova. A quel che pare il monumento in bronzo sembra in difficoltà per essere collocato o nel teatro Carlo Felice o in piazza De Ferrari o nell’atrio del teatro. Comune e Sovrintendenza  discutono sulle possibili scelte con puntiglio burocratico. Nel frattempo i mesi passano, come del resto a Genova, purtroppo, accade quasi sempre quasi per un Dna maledetto degli amministratori della città da secoli. Paganini, pur essendo il massimo genio musicale di Genova, una personalità invidiata da tutto il mondo, è già stato, in un passato neppur troppo remoto, oggetto d’un increscioso trattamento.

Nell’state del 1969 era ancora eretto il residuo della casa natale di Nicolò Paganini non lontano da Porta Soprana nell’area dove oggi si trovano palazzi di uffici che ospitano importanti aziende e una gran parte degli uffici della Regione.  Le demolizioni e le trasformazioni erano previste. Le imprese edili che operavano  a quel progetto annunciarono che sarebbe stata salvata parte della facciata e la lapide che ricordava la nascita di Paganini (che era figlio d’un lavoratore portuale, appassionato di musica e che suonava il violino e la chitarra). L’annuncio si rivelò un falso. In un paio di notti i resti della casa furono demoliti e la lapide finì in una cantina del Comune e non se ne è saputo più nulla.  Ma non è l’unico caso: ci volle una grande fatica politica per realizzare all’inizio della villetta Di Negro la statua di Mazzini, ma non si è mai riusciti a collocare il monumento a Cristoforo Colombo in una posizione spettacolare, magari di fronte al mare. Al tempo stesso, nei primi anni della presenza politica della Lega era nato un movimento per distruggere la statua di Vittorio Emanuele II in piazza Corvetto, per via della repressione del patriottismo repubblicano dei genovesi, dopo ml fallimento della prima guerra del Risorgimento.

Le polemiche sulle statue sono sempre state vivaci appunto dalla metà dell’Ottocento sino ai giorni nostri, passando per il fascismo e per la Resistenza. Sono solo di due mesi fa le polemiche sul busto al fondatore della Moto Guzzi accusato di fascismo e sulla intitolazione del porto di Nervi, sempre per gli stessi motivi. Per la questione di Paganini, per la verità, non ci sono motivazioni politiche o ideologiche, ma solo dispute burocratiche, ma si ha quasi la sensazione che la generosa donazione della statua alla città sia quasi un fastidio da subire, invece che un elemento di gioia e di orgoglio. D’altro canto, a volerci ripensare, salvo l’intitolazione d’una breve passaggio tra De Ferrari e il Carlo Felice non esiste né un monumento, né un busto dedicato  a Eugenio Montale, peraltro sepolto in Toscana, così come  Paganini è sepolto a Parma mentre i resti di Colombo sono divisi, forse, tra Siviglia e Santo Domingo. A Genova si è evitato il contorto e assurdo dibattito sul “politically correct”, con la sola eccezione, subito per fortuna caduta, sul monumento a Raffaele Rubattino a Caricamento, nel tentativo di accuse di colonialismo.

Tornando poi al tema iniziale a Genova – e a modo suo è un monumento – si trova conservato in una teca di cristallo il “Cannone”. Vale a dire il violino Guarneri del Gesù che Nicolò Paganini, più generoso dei suoi concittadini, ha destinato nel suo testamento a Genova e che alcuni grandi interpreti, di tanto in tanto, hanno suonato. Vale quindi la pena di trovare, in tempi stretti, una degna collocazione alla statua donata dalla Fondazione Pallavicino. Inoltre, perché sarebbe il giuso rimedio a una brutta figura, recuperare la lapide sistemandola nei pressi dove visse il giovane Paganini con la sua famiglia.  

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